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Julfa e la storia del grande cimitero armeno

 

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di Antonio Di Siena


Julfa è un piccolo paesino dell’Azerbaijan nella regione dello Naxçivan, il cuore della Armenia storica.


A Julfa, fino a metà degli anni ‘90 del XX secolo, sorgeva un grande cimitero armeno. Una delle necropoli cristiane più antiche del mondo.


Il cimitero era ben riconoscibile dalla presenza di non meno di 10.000 khachkar, monumenti funebri conosciuti come “croci di pietra armena’.


Sono delle grandi stele incise e finente decorate, straordinaria testimonianza dell’arte armena medievale e patrimonio UNESCO.


Nel 1998 l’esercito dell’Azerbaijan ha cominciato a distruggere i khachkar a colpi di piccone.


Attività proseguita fino al 2005 quando, nonostante le proteste internazionali, bulldozer azeri hanno raso al suolo l’intero sito.


Dopo la condanna dell’UNESCO, e per tutta risposta, il governo dell’Azerbaijan ha prima negato. Poi si è giustificato affermando che gli armeni non erano mai esistiti in quel territorio.


Ai numerosi appelli internazionali ha fatto seguito anche l’Unione europea che, nel 2006, ha inviato una delegazione per visitare il cimitero. Ma le autorità azere hanno impedito l’accesso al sito.


A tutt’oggi il governo di Baku nega di averlo distrutto.


Foto satellitari scattate nel 2010 però hanno dimostrato inequivocabilmente che la necropoli medievale è scomparsa e il suolo completamente livellato.


Gli antichi cimiteri armeni insieme alle decine di migliaia di khachkar sono stati letteralmente cancellati dalla storia. Si salvano soltanto gli esemplari presenti nell’attuale territorio della moderna Armenia.


Un vergognoso genocidio culturale che continua tutt’oggi. Sempre per mano turca e sempre con lo stesso identico obiettivo: turchizzare brutalmente l’intera penisola anatolica, fino alle montagne del Caucaso. Eliminando così etnie, lingue e culture millenarie insieme a ogni traccia del loro passaggio.


Uno scempio indegno e perfettamente paragonabile a quello dei talebani in Afghanistan e dell’ISIS in Siria e Iraq.


Nonostante tutto questo, qualcuno sta ancora difendendo questa gente qua.
 
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