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"La grande rottura". Ecco come cambieranno le filiere produttive mondiali per il Financial Times

 

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di Giacomo Marchetti - Contropiano
 

La scorsa settimana il Financial Times ha dedicato una serie di 4 articoli sul confronto tra USA e Cina. Il titolo scelto per questa serie è stato significativamente: “The New Cold War”, cioè “La Nuova Guerra Fredda
 

Il primo analizza l’escalation del confronto sino-americano (in particolare rispetto a Taiwan) ed è firmato da Gideon Rachman. Il secondo – che qui abbiamo tradotto – è sui cambiamenti intervenuti nella supply chain cinese e sul processo di avanzamento della divaricazione delle filiere produttive tra i maggiori poli mondiali.


Il terzo, di J. Kynge e di N. Liu, verte sulla sfida tecnologica o meglio – come recita il sottotitolo esplicativo: “Pechino vuole stabilire gli standard industriali che modelleranno le industrie future” – , mentre l’ultimo articolo scritto da Demetri Sevastopulo tratta della visione mutata che le élite statunitensi hanno della dirigenza cinese e della Repubblica Popolare in generale.


È chiaro che la “Guerra Fredda di Nuovo Tipo” non è solo un confronto bipolare, in cui al Devile Empire sovietico gli Stati Uniti hanno sostituito la Cina di Xi, ma un scontro in prevalenza tra tre blocchi politico-economici che finora non ha generato un confronto militare diretto tra USA, Cina e UE, e le relazioni privilegiate che questi tessono o le frizioni rilevanti che sviluppano con soggetti terzi dall’indubbio profilo geo-politico.


Pensiamo alla partnership strategica tra Cina e Russia, il sempre più ristretto rapporto che la Repubblica Popolare intrattiene con il Pakistan, il partenariato più che ventennale che Teheran vuole stabilire con Pechino. Questo solo per considerare le relazioni privilegiate della Cina.


Se guardiamo all’altro lato della medaglia pensiamo allo scontro indo-cinese, al precipitare dei rapporti con l’Australia, alle rivalità che costellano il quadrante Indo-Pacifico, con particolare riferimento alla politica marcatamente nazionalista del Giappone dell’“Era Abe” che potrebbe ulteriormente svilupparsi quando sarà scelto chi guiderà il Paese nipponico, cioè quale linea politica prevarrà nel Partito Liberale.


Lo scontro in atto non equivale alla stasi, ma al sostanziale equilibrio di potenza in cui i “frozen conflicts” e i punti di criticità riprecipitano in guerra aperta, come nel Caucaso.


Va detto a scanso d’equivoci che la politica di aperta ostilità condotta fin qui dall’amministrazione Trump nei confronti della Cina non muterà di molto se dovesse essere eletto Biden: su questo particolare i due sfidanti alla Casa Bianca hanno la medesima visione, bipartisan, che caratterizza l’intero establishment da tempo.


Quello su cui differiscono è l’approccio da avere con l’Unione Europea rispetto allo scontro con la Cina; con lo sfidante democratico che mira ad una relazione con l’Unione in funzione anti-cinese, e Trump pronto a proseguire la strada solitaria fino a qui intrapresa.


A Washington nessuno si sogna di attribuire alla Cina quel ruolo di “responsible stakeholder” – in soldoni: socio responsabile – che Robert Zoellick, segretario di Stato del repubblicano George W Bush voleva far assumere alla Repubblica Popolare,  quattro anni dopo il suo ingresso nel WTO, nel 2001.


Biden ha cambiato radicalmente approccio riguardo a Xi da quando era vice di Obama – il suo primo viaggio in Cina risale al ’79 – alla sua candidatura presidenziale. Durante la visita settimanale di Xi Jinping negli USA nel 2012, quando non era ancora Premier, fu proprio Biden a fare gli onori di casa e da grande sponsor a quello che aveva definito essere pronto “per mostrare un altro lato della leadership cinese”. Otto anni dopo, questo febbraio gli ha rinfacciato la sua scarsa democraticità, e l’ha definito senza misure “a thug”, cioè “delinquente.


Come ha affermato Eva Medeiros, un ex consigliera di Obama alla Casa Bianca per questioni inerenti all’Asia: “Ci siamo spostati da una cooperazione bilanciata e competitiva e competizione, alla competizione e confronto.


Una posizione scritta nero su bianco nella National Security Review nel 2017, foriera di conseguenze per una serie di iniziative su svariati piani…


L’eventuale staff presidenziale di Biden include Ely ratner, ex consigliera dell’amministrazione Obama, un “falco” rispetto ai rapporti con la Cina ed in generale lo sfidante democratico probabilmente potrebbe attuare una politica muscolare contro le supposte violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina, o contro gli aiuti statali cinesi all’economia.


Come affermano numerosi osservatori ci sarà un approccio più duro che nell’Era Obama, comunque caratterizzata dalle sue politiche del “Pivot to Asia”.


È chiaro che determinante sarà anche l’atteggiamento di Pechino.


Gli intrecci economici e gli intensi scambi commerciali fino a qui avuti tra i due paesi non è certo un antidoto per una possibile escalation militare, anche se per ora sono per così dire rivali integrati.


Come sostiene Margaret Macmillan, autrice di uno studio sulle origini della Prima Guerra Mondiale secondo cui si può fare un importante parallelismo tra la Gran Bretagna e la Germania prima del 1914.


Come scrive Rachman – riprendendo le considerazioni della storica – nel primo articolo della serie del FT dedicata alla Nuova Guerra Fredda – “era la classica rivalità tra una potenza di fatto ed una montante. A quel tempo alcuni argomentavano che l’estensione dell’integrazione economica tra Germania e Gran Bretagna rendeva la guerra irrazionale ed improbabile. Ma non ha impedito che tre le due nazioni precipitassero le ostilità”.


Come sostiene un consulente finanziario intervistato nell’articolo qui tradotto: “In passato, la Cina fungeva da comparto produttivo per buona parte dell’industria mondiale ma quel tipo di globalizzazione sta sparendo. Sarà più costoso e meno efficiente, ma è la direzione verso cui la politica ci sta spingendo”.


Una spinta verso network di produzione regionali con una feroce concorrenza per accaparrarsi le risorse strategiche e a non permettere all’avversario di goderne, le filiere produttive re-internalizzate e misure protezionistiche tra i vari blocchi, è lo scenario che si va prefigurando e che equivale alla morte della globalizzazione, in una competizione che affida un peso centrale alla sfida tecnologica e all’abbassamento del costo del lavoro.


La domanda nasce spontanea: quale profilo assumerà l’Unione Europea e quale sarà il futuro della periferia produttiva in questa nuova divisione internazionale del lavoro?


Secondo un analista sud-coreano, intervistato: “il reshoring sarà limitato e che si formeranno invece tre grandi sistemi di catene di approvvigionamento: il più grande in Asia, che comprenderà la Cina ma che arriverà fino al sud-est asiatico e due più piccoli polarizzati su Stati Uniti e Germania”.


L’autore afferma che “L’UE stessa ha avviato un processo di revisione della sua politica commerciale per vedere come affrontare la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento delle merci.(…) Il mese scorso l’ufficio di rappresentanza dell’UE a Taiwan ha organizzato la sua prima conferenza sugli investimenti in Europa, poiché vari paesi, in particolare dell’Europa centrale e orientale, sperano di diventare nuovi centri di produzione.”


Buona Lettura

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La grande rottura: una catena di approvvigionamento per la Cina, una per il resto del mondo.

Kathrin Hille, Taipei.


All’inizio di quest’anno, in cinquanta tra avvocati, contabili e banchieri provenienti da tutta l’America Latina si sono ritrovati nella sala conferenze di un palazzo del Miami Waterfront e hanno ascoltato, incantati come serpenti, un energico avvocato di Taiwan, Nicholas Chen, parlare loro di un possibile esodo della produzione dalla Cina che li avrebbe resi ricchi.

“Le acque dello tsunami stanno defluendo”, ha detto Chen al suo pubblico, riferendosi alla guerra commerciale degli Stati Uniti con la Cina, e diverse aziende stanno avendo però dei ripensamenti sul mantenimento delle operazioni nel paese asiatico. “Un numero enorme di aziende con sede in Cina sta spostando i propri ordini di acquisto, la propria capacità di produzione e altre operazioni fuori dal paese. Potrebbe diventare il vostro El Dorado!”.

Chen sa il fatto suo: a partire dai primi anni ’90, l’avvocato sino-americano ha aiutato centinaia di aziende di Taiwan, centro nevralgico per la produzione di componenti elettroniche, ad aprire una loro sede a Suzhou, una città appena fuori Shanghai nella provincia di Jiangsu.

Questa operazione ha reso Suzhou uno dei più grandi cluster della produzione taiwanese in Cina, con oltre 11.000 aziende e un investimento cumulativo di oltre 30 miliardi di dollari al 2018. Tra le società figuravano il produttore di schermi piatti AU Optronics, il produttore di apparecchiature per telecomunicazioni Sercomm e almeno dieci fornitori di Apple. Erano i primi passi di un processo economico che ha trasformato la Cina in una macchina da esportazione che riforniva il mondo intero. Fino ad ora.

Quelle stesse catene di approvvigionamento sono ora al centro di un tiro alla fune che ha enormi implicazioni per il futuro dell’economia globale e per la geopolitica.

Spinti dalle pressioni del presidente Trump ad attuare una separazione tra l’economia americana da quella cinese e dagli scossoni causati dalla pandemia di coronavirus, molti produttori sono stati costretti a ripensare la loro presenza in Cina.

Togliere maglie dalle catene di approvvigionamento che si sono sviluppate nel corso di una generazione è un compito complesso e difficile: le società multinazionali che vendono nel mercato cinese rimarranno e si espanderanno, ma se le aziende che fino ad oggi utilizzavano l’entroterra per produrre ed esportare decidessero di lasciare il paese in numero significativo, metterebbero in seria crisi cinque decenni di integrazione economica tra Stati Uniti e Cina.

In un momento in cui le tensioni tra Washington e Pechino iniziano sempre più ad assomigliare a una nuova guerra fredda, prodotti come i server dei computer o l’iPhone stesso, potrebbero finire per avere due catene di approvvigionamento separate: una per il mercato cinese e una per il resto del mondo.


Una nuova guerra fredda.

“In passato, la Cina fungeva da comparto produttivo per buona parte dell’industria mondiale ma quel tipo di globalizzazione sta sparendo“, sostiene CY Huang, un consulente finanziario taiwanese che ha seguito una serie di accordi che hanno portato alla rottura di diverse catene di approvvigionamento che partivano dalla Cina. “Sarà più costoso e meno efficiente, ma è la direzione verso cui la politica ci sta spingendo“.

Foxconn, l’azienda taiwanese da 178 miliardi di dollari che produce iPhone e moltissimi altri gadget tecnologici (e che ha una forza lavoro di quasi 1 milione di persone solo in Cina) si aspetta nei prossimi tempi un’importante frammentazione della catena di produzione.

“Il modello precedente, che vede la produzione concentrata in pochi paesi, non esisterà più”, ha riferito a giugno in una conferenza il presidente di Foxconn Young Liu. “Quello che pensiamo sia più probabile per il futuro, sono network di produzione regionali”.

L’importanza dei costi.

È assodato che molte aziende stiano perdendo entusiasmo nei confronti della Cina: secondo i sondaggi condotti dalla Camera di commercio americana in Cina negli ultimi due anni, circa il 40% delle aziende statunitensi attive nel paese ha già spostato gli impianti di produzione altrove o sta pensando di farlo.

Nell’ultimo sondaggio annuale della Camera, pubblicato il mese scorso, solo il 28% delle aziende associate ha affermato che il proprio investimento in Cina aumenterà nel prossimo anno, rispetto al 48% del 2019, al 60% dei due anni precedenti e all’81% del 2016.

Per i dirigenti del settore e gli esperti che seguono le catene di approvvigionamento, niente di tutto questo è una novità. “La principale dinamica in atto qui è il controllo dei costi, ed è stato un fattore importante per 12-15 anni”, afferma Ben Simpfendorfer, fondatore e amministratore delegato della società di consulenza Silk Road Associates.

Le aziende taiwanesi, tra i primi e più grandi investitori in Cina, hanno iniziato ad adeguare il proprio assetto produttivo già da 15 anni, quando la manodopera ha iniziato a scarseggiare nelle regioni costiere dove si concentra la maggior parte degli investimenti stranieri. I produttori di calzature, accessori, giocattoli e mobili hanno iniziato a trasferirsi in paesi del sud-est asiatico come Vietnam e Cambogia da ormai dieci anni.

Le aziende occidentali temono inoltre che la produzione di apparecchiature in Cina possa mettere a rischio la sicurezza dei dati e la privacy degli utenti. Mentre intensifica i controlli sui produttori cinesi di apparecchiature per telecomunicazioni ZTE e Huawei, Washington sta iniziando contestualmente a incriminare gli hacker cinesi e a cercare di capire se gli hardware dei computer possano essere compromessi. I produttori di server a contratto come Quanta Computer, con sede a Taiwan, hanno iniziato a riportare parte della produzione nel paese d’origine, negli Stati Uniti o in Messico. Questo processo era già in corso prima della guerra commerciale USA-Cina. “Se sei fornitore di Google o Facebook, devi attestare che il prodotto che stai offrendo non è cinese”, chiosa Simpfendorfer.

Taiwan è stato uno dei maggiori beneficiari della crescente diffidenza degli Stati Uniti nei confronti della Cina. Il governo taiwanese, a lungo preoccupato per l’eccessiva dipendenza economica del paese dalla Cina, ha colto l’occasione e ha offerto sussidi alle aziende che riportavano all’interno dei confini nazionali alcune operazioni. In seguito a tale iniziativa, Taipei ha registrato negli ultimi due anni più di 1,12 trilioni di NT$ (39 miliardi di dollari) in contratti di investimento. Tra i più coinvolti in questi progetti commerciali, figurano proprio i produttori di apparecchiature di rete per telecomunicazioni, server e circuiti integrati.

Mentre la guerra commerciale USA-Cina si fa ogni giorno più calda, anche le società di elettronica di consumo hanno iniziato a ripensare la loro presenza in Cina. Negli ultimi anni, le aziende taiwanesi hanno venduto asset di produzione in Cina ai concorrenti cinesi a un ritmo sempre crescente. Tali accordi includono la recente acquisizione di uno stabilimento del produttore di custodie per smartphone Casetek da parte della società cinese Lens per 43,3 miliardi di NT$, la vendita di due grossi stabilimenti del fornitore di iPhone di Taiwan Wistron alla cinese Luxshare e il trasferimento degli asset di produzione della Merry, dove si fabbricano gli auricolari Apple, a Luxshare.

“Luxshare è diventata una mini-Foxconn. Parte di tutto questo sta avvenendo a causa della smembramento della catena di fornitura”, afferma Huang. “Queste aziende sono tutte fornitori di Apple e l’azienda americana sta ora separando la propria catena di approvvigionamento per la Cina da quella per gli altri paesi“.

Huang ritiene che persino Foxconn potrebbe a un certo punto dover vendere i suoi enormi impianti di assemblaggio con sede nel paese. “In futuro, Apple vorrebbe delegare la fornitura del mercato cinese a fornitori cinesi. Gli altri mercati nel mondo potranno essere gestiti da fornitori taiwanesi”.

Sebbene tutti questi fattori fossero già stati presi in considerazione, secondo dirigenti e analisti la pandemia li ha resi molto più acuti.

Prodotti che vanno dai server dei computer all’iPhone potrebbero finire per avere due catene di fornitura separate.

Quando la Cina ha imposto alle fabbriche di rimanere chiuse dopo il capodanno lunare per contenere la diffusione del virus, è stato il momento della verità per moltissime aziende che lavoravano con fornitori cinesi. Per un po’ la priorità é stata superare la crisi, ma ora che l’economia è di nuovo in funzione queste aziende si trovano a dover ricostruire le catene di approvvigionamento e trovare fornitori alternativi qualificati a cui ricorrere se qualcosa del genere si dovesse ripetere.”

La pandemia ha portato all’inclusione del settore delle forniture mediche nel gruppo di quelle industrie sensibili ai problemi di sicurezza nazionale come la difesa, le telecomunicazioni e la tecnologia. Dagli Stati Uniti al Giappone, dall’Europa all’Australia, i governi stanno riflettendo su come “riportare a casa!” la produzione di articoli cruciali come dispositivi di protezione individuale e prodotti farmaceutici.

Questa pressione sta già costringendo a cambiare gli ordini di produzione. La Wistron Medical Technology, una sussidiaria del principale produttore di elettronica taiwanese, afferma che al momento gestisce il 70% della sua produzione dalla sua fabbrica nella città cinese di Chongqing e solo il restante 30% da Taiwan. “Ma per il nostro ordine più grande, che proviene dal governo degli Stati Uniti, ci è già stato comunicato che il prossimo lotto non potrà uscire dalla Cina”, riferisce Brian Chuang, vicepresidente. “Questo cambiamento spingerà i numeri della sede cinese al di sotto del 50% del nostro bilancio complessivo di produzione”.

Un percorso lungo vent’anni.

Ma non per tutti apportare modifiche strutturali ai comparti produttivi sarà così semplice.

Anne Petterd, partner di Baker & McKenzie a Sydney, afferma che molte aziende stanno attendendo l’esito delle elezioni statunitensi per prendere decisioni di tale importanza. “Le aziende sono consapevoli che lo stesso processo continuerebbe anche sotto un’amministrazione Biden, ma sperano in un cambio di governo che possa garantire più certezza e prevedibilità, ma soprattutto sperano in eventuali esenzioni dai dazi commerciali statunitensi”.

Va tenuto anche conto che molti produttori potrebbero avere difficoltà a spostare le operazioni produttive in paesi diversi dalla Cina perché potrebbero venire a mancare i fornitori di materiali e componenti accessori.

Alcuni produttori hanno iniziato da tempo ad ultimare l’assemblaggio in paesi più vicini al mercato finale (ad esempio in Messico per il mercato statunitense), ma ci vuole tempo per passare dall’assemblaggio ‘Livello 10’ al Livello 5 o 6, afferma Petterd, riferendosi a modalità di produzione in cui vengono assemblati gli stessi componenti chiave e non solo il prodotto finale.

Gli analisti avvertono che la riorganizzazione e delocalizzazione delle catene di approvvigionamento globali rispetto alla attuale dipendenza dalla Cina richiederà molto tempo. La quota cinese delle esportazioni globali che ha visto una notevole flessione nel 2019 a causa degli aggiustamenti legati alla guerra commerciale, ha raggiunto invece quest’anno un nuovo massimo storico.

Simpfendorfer afferma che i dati mensili sul commercio non sono un buon indicatore dei cambiamenti a lungo termine, soprattutto perché il Covid ha distorto la curva della domanda. Ad esempio, il fatto che centinaia di milioni di persone lavorino da casa ha fatto salire esponenzialmente la domanda di laptop e tablet, prodotti per i quali la capacità produttiva maggiore è ancora in Cina.

“I cambiamenti delle catene di approvvigionamento che stanno iniziando oggi sono speculari allo spostamento massivo della produzione da parte delle aziende del nordest asiatico da Giappone, Corea del Sud e Taiwan verso la Cina negli anni ’90”, afferma. “Allora ci sono voluti vent’anni e ce ne vorranno altrettanti per fare il percorso inverso“.

Network di produzione multipli.

I governi dal canto loro cercano di trarre vantaggio da questi cambiamenti storici: “Alcuni paesi stanno iniziando ad introdurre incentivi affinché le aziende riportino le produzioni entro i confini nazionali“, riporta Ku-hyun Jung, economista e professore emerito alla Yonsei University di Seoul. Jung prevede che l’ambito per il reshoring sarà limitato e che si formeranno invece tre grandi sistemi di catene di approvvigionamento: il più grande in Asia, che comprenderà la Cina ma che arriverà fino al sud-est asiatico e due più piccoli polarizzati su Stati Uniti e Germania.

Il Giappone, ad esempio, oltre ad offrire alle sue aziende incentivi per riportare la produzione nel paese, ha promosso una serie di incentivi pensata per i produttori che pianificano di spostare la produzione dalla Cina al sud-est asiatico. L’UE stessa ha avviato un processo di revisione della sua politica commerciale per vedere come affrontare la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento delle merci.

Il mese scorso l’ufficio di rappresentanza dell’UE a Taiwan ha organizzato la sua prima conferenza sugli investimenti in Europa, poiché vari paesi, in particolare dell’Europa centrale e orientale, sperano di diventare nuovi centri di produzione.

Gli Stati Uniti, nel frattempo, stanno avviando un nuovo dialogo economico con Taipei incentrato sul ripristino delle catene di approvvigionamento globali.

Il mese scorso Huang ha lanciato l’iniziativa Re!Chain, volta ad aiutare le aziende taiwanesi a reinventarsi in questa fase di rapido cambiamento. Tra di esse figurano Fair Friend Group, il terzo produttore mondiale di macchine utensili, WPG, il più grande distributore di circuiti integrati al mondo, e Teco, il più grande fornitore di automazione di Taiwan. Il senso del progetto è quello di portare queste aziende alla creazione di catene di fornitura globali con l’aiuto dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e della blockchain, abbandonando in modo graduale il modello di produzione a basso costo in Cina.

Chen, nel frattempo, sta tornando alle sue radici: 63enne, ha in programma di tornare nei parchi industriali con sede in Cina che ha contribuito a riempire più di 30 anni fa per convincere le aziende a costruire nuovi impianti di produzione in altri paesi, replicando così il successo di questi cluster industriali altrove.

Cina e Stati Uniti entreranno in guerra per Taiwan?

Chen crede che sia giunto il momento del Messico settentrionale. Dieci anni fa era più economico produrre in Cina che nelle maquiladoras, ricorda, riferendosi agli stabilimenti produttivi messicani destinati all’export. I gestori dei parchi industriali di Nuevo Leon, una regione messicana al confine con il Texas, cercavano di convincerlo a trasferire le società dalla Cina, ma non sono mai riusciti a eguagliare i prezzi che la Cina offriva.

“Ora non dovranno più cercare di raggiungere quelle cifre, perché la Cina ha avuto la guerra commerciale, un generale aumento dei costi e non ultimo il Covid, quindi i prezzi non sono più così inarrivabili.”

 

Traduzione a cura di A.Flag

 
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