La tesi fallace degli "opposti imperialismi" e perché schierarsi per il Multipolarismo

La tesi fallace degli "opposti imperialismi" e perché schierarsi per il Multipolarismo

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di Leonardo Sinigaglia 


Che si tratti delle violenze e delle speculazioni dei colossi energetici, finanziari, farmaceutici o agroalimentari, al centro vi è sempre l’imperialismo statunitense. Ciò è dovuto al fatto che in questa fase storica, al vertice della piramide del potere, vi sono i cartelli finanziari (i maggiori dei quali sono Vanguard Group, State Street e Black Rock) che hanno in Washington, nelle sue forze armate e nel suo “soft power” il principale strumento d’azione. L’imperialismo americano è ciò che ha consentito per anni il neo-colonialismo del Fondo Monetario Internazionale, le “rivoluzioni colorate” e la crescita del potere dei grandi capitali al punto di poter sfidare, e vincere, gli stessi Stati nazionali. 

Quello americano non è l’unico imperialismo presente al mondo, ma riassume e controlla tutti quelli rimasti. L’imperialismo francese o quello inglese sono sostanzialmente subalterni a quello americano. 

Ma la dittatura internazionale di questo viene oggi efficacemente messa in discussione dal processo di costruzione di un mondo multipolare. Cos’è l’imperialismo americano? L’imperialismo americano è la sottomissione violenta dell’Umanità agli interessi geostrategici delle lobbies di Washington. Cos’è il multipolarismo? Il multipolarismo è l’alternativa a tutto ciò, base per riaffermare la sovranità democratica e l’autodeterminazione dei popoli.

Nel suo discorso del 30 settembre il Presidente Vladimir Putin definiva l’epoca che stiamo attraversando come segnata da “trasformazioni rivoluzionarie”. Ciò è completamente vero, perché appare sempre più chiaro come il mondo segnato dalla “fine della Storia”, il mondo dell’egemonia statunitense sia ormai in fase di decomposizione. Quello che avviene innanzi ai nostri occhi è quindi un passaggio storico cruciale, destinato ad apportare a una modifica sostanziale nei sistemi socio-politici a livello internazionale. Ma a cosa porterà questa “rivoluzione”? Ciò dipenderà sia dagli attori che ne saranno protagonisti, sia dalla durata e portata dei processi di decomposizione dell’asse Washington-Bruxelles. 

 

Dai molti all’uno: la costruzione dell’egemonia


Come ben osserva Vladimir Lenin nel suo “saggio popolare” L’imperialismo-fase suprema del capitalismo, l’epoca dell’imperialismo rappresenta la diretta conseguenza dei processi di accumulazione e di concentrazione del Capitale precedenti a questa. In particolare gli ultimi decenni del XIX sono stati fondamentali per la costruzione di trust e monopoli, che se da un lato portarono avanti la simbiosi di capitale industriale e bancario, dall’altro si fusero efficacemente con gli stessi governi nazionali. Ciò non si verificò in ogni paese, ma esclusivamente in quelli economicamente più sviluppati fra le due sponde dell’Atlantico con l’aggressiva aggiunta dell’Impero Nipponico. 

L’attrito fra queste potenze creò una divisione del mondo in varie sfere d’influenza che avevano al vertice il mastodontico Impero Britannico, culla del capitale finanziario e più grande potenza marittima. Dietro di esso non solo la Germania, intenta ad un rapido sviluppo economico e militare dopo la proclamazione del secondo Reich, ma anche la Francia, con il suo saldo impero coloniale tra Africa ed Indocina, la Russia zarista, caratterizzata da una sproporzione fra estensione territoriale e reale peso economico, il Giappone, intento alla penetrazione nell’Asia continentale e gli Stati Uniti.

Quest’ultimo attore, isolato da due Oceani rispetto alla “world island”,si era fortificato enormemente grazie alla colonizzazione dell’America settentrionale, e, sviluppata una florida economia monopolista ed esauriti gli spazi continentali, si diede alla “conquista” del resto del continente e alla penetrazione nell’Oceano pacifico. 

Dalla Dottrina Monroe alla Diplomazia del Dollaro passano poco meno di cent'anni, un secolo nel quale gli Stati Uniti d’America non hanno solo ridefinito i rapporti interni alle classi dirigenti nazionali tramite la vittoria del Nord sul Sud schiavista, ma hanno anche efficacemente soppresso ogni forma di resistenza nativa, oltre che ampliato ai confini continentali la propria sfera di influenza, costruendo quello che sarebbe diventato il “giardino di casa”, per approdare poi all’altro capo del Pacifico. Sono infatti gli anni dell’intervento internazionale ed americano per sedare la ribellione dei Boxer in Cina, delle invasioni di Haiti, del Nicaragua, di Cuba, di Guam, di Portorico, delle Filippine, dell’assoggettamento delle isole Hawaii. 

L’impero statunitense ha potuto costruirsi in un relativo isolamento, foraggiato da misure protezionistiche e da consistenti flussi migratori, da un capitale aggressivo e spregiudicato, e senza la minaccia di invasioni straniere.

Ma fino alla Grande Guerra quello americano rimaneva un impero fra tanti. Anzi, rispetto alla grande piattaforma eurasiatica, rimaneva persino “indifferente”. L’entrata in guerra degli USA nel 1915 per garantire la sopravvivenza dei propri debitori segnò una modifica profonda nei rapporti di forza: sull’Europa devastata poteva primeggiare l’unico impero rimasto intonso dalla guerra. La corona degli Zar cadde sotto i colpi della rivoluzione bolscevica, e vide il suo posto occupato dall’Unione Sovietica. Similmente cadde la Germania di Guglielmo II, dove venne insediata fra la popolazione affamata dal blocco economico una Repubblica vista come frutto della sconfitta, minacciata al contempo da tentativi eversivi reazionari e esplosioni rivoluzionarie comuniste, oltre che massacrata dalle condizioni imposte dai vincitori. La Francia e l’Inghilterra, drenate dal conflitto, erano riuscite a conservare il proprio Impero, ma rimaneva per loro il fantasma di uno Stato tedesco ancora esistente, a discapito delle pressioni francesi, quello di un’Italia che dal ‘22 sarà impegnata in una politica estera di aggressivi tentativi d’affermazione, e soprattutto del nuovo confronto geopolitico con l’Unione Sovietica. 

Dopo aver sostenuto attivamente i tentativi secessionisti e le armate bianche, i paesi occidentali furono negli anni costretti al riconoscimento di quel paese che a lungo fu trattato alla stregua di un “appestato”. Ciò fu facilitato anche dalla repressione sanguinolenta dei tentativi di “fare come in Russia”, dall’Italia al Baltico, dall’Ungheria alla Finlandia, che avrebbe allontanato lo spettro della rivoluzione comunista, oltre che dalla postura internazionale dell’Unione Sovietica, che fra anni ‘20 e ‘30 si dedicò intensamente alla ricostruzione interna e al rafforzamento economico.

L’Inghilterra era riuscita a frustrare il secondo tentativo, considerando quello napoleonico come il primo, di creare un’egemonia continentale europea, cosa che la Germania aveva collegato anche ad un vasto incremento della propria marina, protagonista della Flottenpolitik di Von Tirpitz finalizzato a mettere in discussione il dominio marittimo britannico. La morte del tentativo egemonico guglielmino avrebbe però significato l’avvento di una nuova egemonia, che avrebbe vinto ogni resistenza britannica.

La crisi del 1929 si schiantò contro questo mondo colpendo soprattutto gli Stati Uniti d’America e, per i legami finanziari, la Germania di Weimar. I danni sociali furono ingenti, e se il New Deal roosveltiano fu sicuramente più proficuo delle misure austeritarie dei suoi predecessori, sarà solo con la Seconda Guerra Mondiale che l’economia americana riuscirà veramente a scrollarsi di dosso i resti del ‘29 ed ergersi sul mondo in macerie.

Il secondo conflitto mondiale lasciò l’Europa in condizioni ancora peggiori rispetto al precedente. Al continente in ginocchio arrivò la mano “salvifica” del cosiddetto Piano Marshall, l’European Recovery Program, per cui lo spazio d’azione politico veniva scambiato con finanziamenti e forniture commerciali. Ma un’altra arma permise agli Stati Uniti di torreggiare sugli alleati: nel 1944 a Bretton Wood venne creato il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, gettando le basi del sistema dollaro-centrico che avrebbe dominato l’Occidente per gli anni a venire. Qui venne imposta la convertibilità di tutte le valute col dollaro, e la convertibilità di questo a cambio fisso con l’oro: il dollaro divenne, soppiantando la sterlina, valuta di riserva internazionale.

Gli Stati Uniti arrivarono quindi ad esercitare su tutto il mondo Occidentale e relative colonie e protettorati un’influenza egemonica, che si strutturò non solo con la creazione della NATO nel 1949, ma anche con la spinta per progetti federali europei attraverso l’American Comittee for United Europe e l’inizio del percorso che avrebbe portato all’Unione Europea.

Ma questa loro azione internazionale non era senza contrasti. Da un lato gli imperialismi dei paesi europei, che dal 1945 alla crisi di Suez del 1956 tenteranno di riottenere spazi d’azione autonomi, dall’altro l’Unione Sovietica e i paesi ad essa collegati, ai quali si aggiungeranno poi la Repubblica Popolare Cinese e le nazioni liberatesi dal giogo coloniale e il movimento dei paesi non allineati.

Il sistema della Guerra Fredda fu essenzialmente bipolare: da un lato l’Unione Sovietica, a sostegno delle lotte anticoloniali e impegnata in un tentativo di dialogo autonomo coi paesi europei, dall’altro gli Stati Uniti, che già a partire della “dottrina Truman” si impegnarono in una lotta senza quartiere contro ogni prospettiva di “espansione del comunismo”, senza disdegnare il supporto a guerre civili, regimi genocidi, attentati, invasioni ed embarghi. Dall’Indonesia di Suharto, con la sua “democrazia guidata” che fra ‘65 e ‘66 sterminò circa un milione fra comunisti, sindacalisti e oppositori, all’embargo di Cuba che perdura tutt’oggi, passando per Corea, Indocina e Congo, gli Stati Uniti furono i protagonisti di una campagna d’aggressione globale contro ogni paese che osasse permettersi di immaginare una via politica autonoma ed indipendente, solo retoricamente giustificata da un “pericolo rosso” che, guardando ai fatti, fu quasi sempre costretto sulla difensiva.

Mentre nella propria zona d’influenza gli statunitensi si assicurarono un controllo pressoché illimitato tramite propri agenti nelle istituzioni straniere, reti paramilitari e politiche sotterranee oltre che una mastodontica opera culturale ed ideologica, ben documentata nel testo di F. Saunders "La guerra fredda culturale :La Cia e il mondo delle lettere e delle arti", nel campo ad essi avverso si verificò progressivamente una spaccatura tra RPC e Unione Sovietica, che arrivò a comportare scontri di frontiera nel ‘69 e l’incursione cinese nel Vietnam nel ‘79.

Sfruttando questa frattura, gli Stati Uniti furono in grado di muovere l’Urss in funzione anticinese e la Repubblica Popolare in funzione antisovietica. Ciò si sommò agli altri elementi di pressione sull’URSS, che non sopravvisse alle “cure” somministrategli da Gorbaciov.  

La dissoluzione del colosso sovietico privò gli Stati Uniti del principale argine internazionale al loro potere. La RPC, con cui a partire dal 1972 gli Stati Uniti avevano normalizzato le relazioni diplomatiche, era ancora economicamente e militarmente troppo arretrata per rappresentare un ostacolo, e anzi vi era l’illusione che si sarebbe potuta obbligare a farle seguire il percorso del “fratello maggiore” sovietico. Per il resto del mondo si aprì un periodo di profonda incertezza ed insicurezza, che in Occidente fu percepito come di stabilità, sviluppo ed innovazione.

 

Il mondo unipolare

Il 1991 segna una data spartiacque, non solo per la scomparsa di fondamentali attori geopolitici, ma proprio per un cambio di paradigma. Fino al decennio precedente alla strabiliante potenza economica e militare statunitense (per il piano culturale la partita era in realtà già chiusa da decenni a favore degli americani) era posto un argine che garantiva determinati spazi di manovra ai paesi del mondo. Pur tra mille difficoltà, per la stragrande maggioranza dell’Umanità era ipotizzabile un cambiamento nelle strutture politiche e socio-economiche dei relativi paesi, e i vari e violenti interventi americani trovavano perlomeno una certa resistenza. 

L’Unione Sovietica, Cuba, la Germania Democratica fornivano assistenza militare, tecnica ed economica a numerosi paesi, e si ponevano, direttamente o indirettamente, a difesa di questi. Crollato il blocco sovietico tutto ciò venne meno. Gli anni ‘90 e i primi anni 2000 segnarono l’avvento di una vera e propria dittatura internazionale degli Stati Uniti d’America, che tramite il FMI, il monopolio del dollaro e un settore militare imbattibile furono in grado di esercitare una sovranità de facto illimitata su quasi tutto il resto del Pianeta, con poche isole di resistenza sottoposte a violenti assedi.

Furono gli anni delle invasioni dell’Iraq, che portarono ad un milione e mezzo di morti, degli interventi “umanitari” a Grenada, in Libano, in Somalia, della “guerra al terrore” con l’invasione dell'Afghanistan e la giustificazione del diritto da parte degli USA di giustiziare tramite droni da combattimento chiunque in ogni parte del Pianeta. Ma non solo: furono anche gli anni delle grandi stagioni di privatizzazioni, gli anni del separatismo etnico fomentato in Jugoslavia, nella Federazione Russa, in Iran e in Cina. Gli Stati Uniti, nel loro attacco globale all’autodeterminazione e alla sovranità popolare, avevano allora come unico obiettivo salvaguardare la propria egemonia scongiurando l’avvento di nuovi concorrenti e il rafforzamento degli esistenti. I paesi “ribelli” dovevano essere puniti: dal Venezuela del presidente Chavez, contro il quale furono organizzati innumerevoli tentativi di golpe, alla Jamahiriya libica,  a più riprese attaccata e alla fine distrutta, all’Iraq, anch’esso annientato e occupato militarmente. 

La costruzione dell’unipolarismo americano, il “nuovo ordine mondiale” di G.W. Bush, vide però negli anni l’emersione di paesi sempre più bisognosi, e desiderosi, di spazi d’azione autonomi. Fra questi la Federazione Russa di Vladimir Putin, salvata dal collasso dell’era di Yeltsin, la Cina, oramai in grado di pensare alla parità economica e strategica con l’Occidente anche grazie alle intelligenti, e controverse, riforme di Deng Xiaoping, ma anche l’India, in un cammino di ascesa economica, e il Brasile di Lula da Silva, prima economia del continente. Assieme al Sudafrica, questi paesi crearono i BRICS. A loro si andavano ad aggiungere diversi paesi che rivendicavano l’indipendenza dal regime nordamericano, come Cuba, il Venezuela, l’Iran, il Nicaragua, la Bielorussia e molti altri.

Questa compagine eterogenea di Stati vedeva sistemi politici, economici e sociali assolutamente diversi, ma uniti da interessi geopolitici sempre più convergenti: dialetticamente, l’unipolarismo americano aveva creato la sua antitesi, il multipolarismo.

I primi segnali di un cambiamento di fase significativo si ebbero nel 2008, quando sotto la presidenza di Barack Obama l’interesse americano si spostò dal Medio Oriente al Pacifico, secondo la dottrina di contenimento cinese nota come Pivot to Asia. La Cina non era più vista superficialmente come la “fabbrica del mondo” da poter gestire a piacimento, ma come uno Stato dalle potenzialità immense desideroso di rivendicare la propria missione politica. Seguì il periodo delle cosiddette “primavere arabe”, aventi il triplice obiettivo di distruggere governi ostili, indebolire la presenza russo-iraniana nella regione araba e rompere i legami fra i due lati del Mediterraneo. Libia, Tunisia, Egitto, Yemen caddero. La Siria, sede dell’importante base navale russa di Tartus, sembrò sul punto di cadere, con aspri combattimenti a pochi chilometri dagli uffici del Presidente Bashar al-Asad, ma grazie all’intervento militare diretto della Federazione Russa e dell’Iran le milizie jihadiste collegate ad Israele e Stati Uniti e lo Stato Islamico furono ridotte a poche roccaforti. Solo la zona di Idlib e la parte ad est dell’Eufrate, occupata dalle forze curde filo-americane e dalle stesse truppe statunitensi, rimasero in mani nemiche.

L’intervento russo in Siria segna la prima sconfitta strategica dell’imperialismo americano, che però, negli stessi anni, cercò nuovamente di infliggere un colpo mortale al suo redivivo nemico. Nel 2014, seguendo le intuizioni di Brzezinski e sfruttando l’odio atavico anti-russo della Nuland, fu organizzato un colpo di Stato in Ucraina che produsse l’introduzione alle porte della Russia di un regime ultra-nazionalista e completamente al servizio dei padroni d’oltreoceano. La guerra civile che iniziò in seno al paese e contro la componente russofona di questo si caratterizzò subito come “linea del fronte” principale fra i due mondi, quello unipolare e quello multipolare. 

Principale, ma non unica: restavano aperte le situazioni belliche nel Medio Oriente, anche grazie alla crescente aggressività di Israele; il Sud America vedeva una nuova ondata di golpe, da quello “bianco” contro Lula a quello militare, dalla momentanea efficacia, contro Morales, all’Operazione Gedeone che, nella mente di Trump e dei suoi consiglieri, avrebbe dovuto abbattere il Venezuela bolivariano; e ancora Taiwan, la provincia cinese occupata indirettamente dagli USA sin dal 1949 verso la quale sono stati destinati sempre più grandi aiuti militari e sostegno politico.

L’intervento russo nel conflitto ucraino è servito da catalizzatore rispetto ai processi di polarizzazione internazionale in corso, ma in maniera imprevista forse persino ai russi stessi. La stampa occidentale per mesi ha ripetuto il mantra della “Russia isolata”, senza che in realtà questo abbia trovato una qualsiasi conferma nei fatti concreti. Al contrario, non solo gli alleati strategici della Federazione Russa, come India, Cina ed Iran, si sono ancor di più avvicinati a questa, ma tradizionali partner degli americani, come l’Arabia Saudita, sono passati armi e bagagli dall’altro lato della barricata, e, nel cuore stesso della Nato e dell’Unione Europea, si sono create contraddizioni forse insanabili causate dall’impossibilità economica di gestire i costi della campagna sanzionatoria. Ungheria e Turchia compongono una “dissidenza” interna al blocco occidentale, rafforzata da strati sempre più ampi della popolazione del continente, composti non solo dalle classi subalterne devastate dalla crisi economica, ma anche da settori non indifferenti delle confindustrie europee, quella tedesca in primis, consce degli esiti suicidi delle politiche di Washington e Bruxelles. 

Mentre il campo atlantico è diviso, le organizzazioni cuore del processo multipolare e dell’integrazione eurasiatica crescono. E’ il caso della SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che al vertice di Samarcanda di quest’anno ha riaffermato la propria importanza e vitalità, ma anche il caso dei BRICS+, per i quali 12 paesi avrebbero fatto richiesta d’ingresso. 

Nel mentre il Sudamerica ha visto in questi anni la cacciata dei governi filo-americani di Perù e Colombia, il rafforzamento del Venezuela e, ora, la vittoria di Lula da Silva contro Bolsonaro, legato agli USA anche se protagonista di tentativi di indipendenza strategica. Allo stesso tempo in Africa le relazioni fra i paesi del continente, la Federazione Russa e la RPC hanno portato all’espulsione degli occidentali dal Mali, dalla Repubblica Centrafricana e dall’avvicinarsi di numerosi paesi al progetto multipolare, attratti anche dalle prospettive di mutuo guadagno date dalla Belt and Road Initiative cinese.

E’ chiaro che l’ordine internazionale esistente fino a pochi anni fa, lo stato di totale subordinazione dell’Umanità alla tirannia delle lobbies di Washington, abbia fatto il suo tempo. In questa fase di lotta e di cambiamento è doveroso impegnarsi per la sua più celere dipartita, allo stesso tempo indagando su quale futuro si prepara per noi, e su come meglio governarlo.

 

Futuro multipolare

Quello che sta avvenendo a livello internazionale non è una semplice ridefinizione delle sfere d’influenza, ma a tutti gli effetti una lotta di liberazione. Per comprendere questo serve sia avere chiara la direzionalità politica dei processi, governata a livello globale dal Partito Comunista Cinese e da quel connubio fra capitale di Stato e settore militare russo rappresentato da Vladimir Putin. Due soggetti che al momento non solo non dispongono delle risorse (tecnologiche, finanziarie e militari)  necessarie per ipotizzare la costruzione di un’egemonia internazionale in sostituzione a quella USA, ma che anche dal punto di vista della programmazione politica non sembrano minimamente intenzionati a cimentarsi in tale impresa. Parlando della Cina, centrale per questa è la “costruzione di una comunità umana dal futuro condiviso”, il perseguimento di una sempre più stretta integrazione economica internazionale fondata sul mutuo vantaggio e la non ingerenza, una postura internazionale che ha trovato conferma in quasi un secolo di esistenza della Repubblica e che ha segnato il suo operato sin dalla creazione del Movimento dei Non-allineati; per la Russia invece abbiamo la condanna di ogni progetto egemonico, e l’interesse non già per la costruzione di un dominio internazionale, ma la costruzione di una prospettiva di sopravvivenza che, se prima era data dall’integrazione con l’Europa Occidentale, ora vede come principali soggetti i giganti dell’Asia.

Ma al di là delle inclinazioni delle potenze, nelle quali ovviamente all’atto pratico subentrerà una più o meno grande ragion di Stato, è fondamentale comprendere che l’abbattimento, o anche solo il ridimensionamento, della dittatura internazionale statunitense comporterà l’apertura di spazi politici di indipendenza e di autodeterminazione. Questo per un paese come l’Italia è particolarmente importante: giunti ad una fase della nostra storia in cui lo status di “paese satellite” ha ceduto il passo a quello di “amministrazione fiduciaria”, è impossibile pensare un qualsiasi esercizio della democrazia se non come profonda antitesi rispetto al dominio statunitense. Da qui ne risulta un’importanza ancora maggiore della lotta per il multipolarismo, che si ricollega anche a nostre esigenze proprie nazionali e particolari.

L’eterogeneità del fronte che si oppone a questo non deve stupire: la radicalizzazione delle contraddizioni ha portato ad una netta cesura non solo fra le grandi masse lavoratrici e la classe dirigente occidentale, ma fra grandi settori di borghesia nazionale di vari paesi e il dominio economico americano, sostenuto unicamente da una moderna borghesia compradora ad esso collegata con le relative clientele.

In quest’ottica non è errato pensare al processo multipolare come ad una manifestazione della lotta di classe, tenendo bene a mente le forme molteplici e mai “pure” con le quali questa si manifesta come evidenziato da D. Losurdo in La lotta di classe. Da un lato abbiamo appunto la borghesia compradora e il capitale imperialista statunitense, con quello dei suoi imperialismi subalterni e relative strutture, Unione Europea in primis, dall’altro la saldatura di interessi fra le classi subalterne (lavoro dipendente e precario, piccola borghesia, lavoratori autonomi, pensionati, disoccupati…) e settori di borghesia nazionale che in questa fase rivendicano la lotta per l’indipendenza e contro l’egemonia. Ciò è sia visibile nei paesi attualmente coinvolti nel processo multipolare, sia dovrebbe rappresentare l’orizzonte d’azione politica nei paesi laddove al potere vi è la borghesia compradora e le cricche legate all’imperialismo americano.

“Imperialismi contrapposti”? No.

E’ chiaro che in quest’ottica appare totalmente infondata la lettura, diffusa fra la sinistra occidentale, di uno scontro fra “opposti imperialismi”. Tenendo conto che, ricordando Lenin, la fase imperialista è una fase dello sviluppo capitalistico, e non un semplice atteggiamento di uno Stato, serve riconoscere che proprio in seno a questa fase vi è un solo imperialismo, che assume allo status di egemonico, risultante storica del processo di accentramento di potere e capitali iniziato con le Guerre Mondiali. Russia, Cina, Iran ecc. non si configurano come “imperialismi concorrenti”, ma anzi vedono assumere alla propria azione internazionale un carattere essenzialmente democratico e libertario, che spezza la divisione del lavoro internazionale e i rapporti di forza che gli Stati Uniti vorrebbero invece veder fossilizzati, non ribaltando gli schemi d’oppressione, ma andando, nella sostanza, a distruggerli. La BRI cinese ha permesso a decine di paesi un’alternativa per il proprio sviluppo rispetto allo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale, l’aiuto militare russo ed iraniano ha garantito la sopravvivenza a governi e Stati aventi come unica colpa quella di aver pestato i piedi ai privilegi delle multinazionali americane. E questo solo per fare due esempi. Andando ad indagare l’opinione della stragrande maggioranza dell’Umanità, al di là della cappa della propaganda occidentale, ci si rende perfettamente conto che Russia, Cina ed Iran sono percepite, giustamente, come qualcosa di qualitativamente diverso rispetto al blocco occidentale. Le loro bandiere alle proteste ad Haiti, in Mali e in Burkina Faso dovrebbero essere sufficientemente esaustive come prove del fatto. 

 

Quale sarà il mondo che verrà?

Ciononostante non si deve pensare al processo multipolare come alla costruzione di chissà quale Utopia. Si tratta della costruzione di opportunità politiche, la riapertura di spazi democratici globali e nazionali prima tenuti saldamente chiusi dal dollaro e dalle sue armi, spazi che però dovranno essere utilizzati da soggetti consapevoli ed organizzati. Se dal punto di vista internazionale questi esistono, essi al momento attuale mancano decisamente in Europa occidentale e in Italia. La costruzione di questi sarà la condizione essenziale per non vedere il nostro paese sprofondare in un baratro da cui sarà difficile uscire, con il blocco occidentale che, sgretolandosi, cadrà addosso a tutti noi.

Il mondo che ci aspetta non sarà privo di difficoltà, di tensioni e di contrasti. Ma si può essere certi che in esso vi sarà la possibilità di ridurre, ricomporre e, possibilmente, evitare tutto ciò. Ciò sarà reso possibile, più che da qualsiasi intervento salvifico di “grandi condottieri”, dal ritorno sulla scena politica delle masse organizzate. Non è un caso che fra i principali protagonisti del processo multipolare vi sia il secondo partito più grande del mondo, con 91.000.000 di quadri e centinaia di milioni di iscritti ad organizzazioni giovanili o collaterali. La riscoperta dei soggetti collettivi sarà condizione essenziale per il recupero della democrazia dall’abisso in cui è sprofondata per colpa, diretta ed indiretta del sistema liberale. Democrazia non solo in seno all’orizzonte nazionale, intesa come controllo esercitato sulla direzione politica del paese da chi realmente questo compone, ossia le masse lavoratrici, ma anche sul piano internazionale, con la creazione di relazioni paritarie tra i vari Stati, abbandonando le pratiche colonialiste e suprematiste a cui questo secolo ci ha abituati.

Questo processo di trasformazione non lascerà immutati nemmeno gli attori che compongono lo schieramento multipolare. Essi ne usciranno profondamente modificati, con la fazione interna ad essi più vicina alla borghesia compradora e all’imperialismo americano fortemente ridimensionata se non del tutto eliminata. E’ il caso della Russia, dove le esigenze belliche necessariamente comporteranno una maggiore presenza dello Stato nell’economia e nello scontro con certi “oligarchi” i cui interessi sono strettamente legati ai loro capitali europei. Come già rilevato giustamente da Dugin, per vincere la guerra la Russia dovrà trasformare questa in una “guerra popolare”, mobilitando le masse anche ideologicamente. Ma è anche il caso di tutti gli Stati “mediani”, dove si verificherà una polarizzazione interna che non sarà unicamente lo scontro fra diversi settori di Capitale, ma lo scontro fra gli interessi delle classi subalterne e di settori di borghesia nazionale contro quelli dell’imperialismo e della borghesia compradora, con in ballo quindi una modifica dei rapporti di forza a favore del popolo lavoratore.

 

Propaganda e narrazioni


Per tutti noi che ci troviamo ad agire all’interno di paesi compresi nel blocco occidentale assume particolare importanza la componente legata al “soft power” di questo, intesa come capacità di orientare l’opinione pubblica, le informazioni e finanche i movimenti “dissidenti”. 

E’ chiaro come aver fatto credere a centinaia di milioni di europei che il mondo stesse “isolando la Russia” e che questa fosse alle strette sia stato incredibilmente importante per il mantenimento della coesione del fronte interno, fortemente minata dall’incombere della crisi economica. Altrettanto chiaro dovrebbe essere che è nell’interesse del blocco occidentale promuovere narrazioni apertamente diffamatorie, spesso dai toni surreali, sui paesi ad essa ostili.

Grazie agli sforzi di numerosi reporter e giornalisti si è riusciti a porre sotto accusa, almeno in certi ambienti, la violentissima russofobia propagandata in Occidente, che dipinge il “russo” come nemico della libertà, della civiltà, del progresso, di tutto ciò che la cosiddetta civiltà europea liberale potrebbe rappresentare. Per far questo ci si è serviti delle notizie artefatte su stragi, come accaduto a Bucha, fantasiose ipotesi di clonazione o sostituzione di Vladimir Putin, disinformazione e il ricorso ad immagini dalla somiglianza inquietante all’armamentario propagandistico del Terzo Reich, come l’idea di una “crociata europea” contro la Russia.

E’ però da rilevare che se la russofobia, che sopravvive grazie alla manipolazione e all’ignoranza sulla Storia e sulla società russe, è individuata come problema, altrettanto dovrebbe essere fatto con la sinofobia e, in generale, su tutto il repertorio di luoghi comuni e propaganda di guerra che dall’Iran alla Corea ammorbano l’etere, anche “dissidente”. I racconti sul “credito sociale” (che, come viene raccontato da alcuni, semplicemente non esiste) o su un preteso “colonialismo cinese” non sono più veritieri dei freezer di Gheddafi pieni di pezzi di prostitute, dell’avvelenamento di Navalny ad opera di Putin, dei bizzarri strumenti d'esecuzione riservati ai suoi parenti dal leader della Corea Popolare o della sicura affidabilità della Pfizer. 

Nel caso cinese, complice anche la maggiore distanza linguistica, l’ignoranza che riguarda le vicende di quel paese è ancora maggiore rispetto al caso russo. Ma l’importanza che ha la Cina di per sé e nel processo multipolare non permette che si abdichi alla necessità di andare oltre alla propaganda occidentale che dipinge un paese di autonomi controllati da un governo tirannico. Chi si dice “dissidente” e più volte ha scoperto lo stesso “tranello” essere messo in piedi per altri paesi non può cadere in questo errore.

Perché questo avviene? Perché fa parte dell’azione preventiva del sistema imperialista quella di esercitare una certa manipolazione del dissenso. Dall’operazione Blue Moon al COINTELPRO, passando per la New Left e il movimento New Age, l’imperialismo ha sistematicamente colonizzato gli spazi dissidenti coi suoi agenti, la sua propaganda e le sue narrazioni. Ultimo caso eclatante è quello del movimento QAnon e dell’operazione bannoniana di una sorta di “Internazionale” sovranista concretizzatasi poi in “The Movement”. 

Ruolo di queste operazioni è quello di utilizzare le stesse contraddizioni sociali e politiche create dall’imperialismo (rabbia sociale, disillusione, perdita di fiducia nelle istituzioni) per il suo stesso rafforzamento. Il fatto che ogni operazione possa poi fare a capo di una particolare fazione all’interno del sistema imperialista, fazione che può essere più o meno destabilizzante, come nel caso di Trump, non deve trarre in inganno. Avendo sempre in mente la narrazione QAnon, ecco che questa è riuscita a convincere decine di milioni di persone in tutto il mondo che il problema non è il sistema imperialista, ma un volto “malvagio” degli USA rappresentato da una supposta “cabala” di satanisti al potere. Contrapposta a questa Trump col suo obiettivo di “drenare la palude”. 

Premesso che sicuramente la presidenza di Donald Trump destabilizzò il campo imperialista, e quindi sotto questo aspetto fu positiva, questo è dovuto ad una lotta intestina ad esso, per il controllo su di esso, e non già per l’abbattimento di questo. Non è infatti un caso che Trump, l’uomo della prosecuzione della politica obamiana del contenimento sulla Cina e del “no deal” nucleare con l’Iran orientò le sue narrazioni su un preteso collegamento fra Cina e la “cabala”, e sulla retorica anti-islamica (e quindi anti-iraniana) ereditata dal periodo di Bush. 

L’assassinio del Generale Soleimani, eroe della lotta al terrorismo islamista, o l’attuale tentativo di golpe da parte di certi settori delle forze armate brasiliane non è vengono recepiti come crimini dai “dissidenti” influenzati dalla narrativa QAnon, e questo esempio dimostra la pericolosità di ogni simile operazione di manipolazione e disinformazione. Vi è un solo rimedio: migliorare gli strumenti organizzativi e lo studio, in modo tale da poter sviluppare gli anticorpi necessari per smascherare, ovunque e sempre, la propaganda imperialista per quello che è. 

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