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L'euro una fregatura per l'Italia. Il perché c'è lo spiega il presidente Banca centrale olandese

 

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di Thomas Fazi


Quando anche i banchieri centrali, cioè i guardiani dell’ortodossia, cominciano a muovere all’euro le stesse critiche dei “sovranisti”, c’è da preoccuparsi (o da rallegrarsi, a seconda dei punti di vista). È esattamente quello che è successo un paio di settimane fa in occasione di un discorso tenuto dal presidente della banca centrale olandese, Klaas Knot. 

Senza troppi giri di parole, Knot ha spiegato perché l’euro si sia rivelato una manna per alcuni paesi, tra cui il suo, e una maledizione per altri, Italia in primis. La ragione è piuttosto semplice e ben nota a chi segue queste vicende: come dice Knot, l’euro avvantaggia i paesi fortemente orientati alle esportazioni – come l’Olanda, appunto, nonché ovviamente la Germania –, in quanto il cambio fisso impedisce alle valute di questi paesi di rivalutarsi, anche a fronte di un crescente avanzo commerciale; la valuta delle suddette nazioni (“l’euro olandese”, “l’euro tedesco” ecc.) risulterà così artificialmente bassa, permettendo a queste di mantenere il proprio avanzo commerciale indefinitamente, a parità di altre condizioni (diversamente da un contesto di cambi flessibili o fluttuanti, in cui un avanzo commerciale determina solitamente un apprezzamento della valuta del paese in questione e dunque una riduzione del suo avanzo commerciale). 

Knot prende come riferimento proprio l’Italia, mostrando un grafico nel quale evidenzia come il fiorino olandese dal 1970 al 1999, l’anno di introduzione dell’euro, si sia apprezzato del 600 per cento rispetto alla lira (che dunque, nello stesso periodo, si è deprezzata della stessa percentuale rispetto al fiorino). A tal proposito, va notato che le cosiddette “svalutazioni competitive” dell’Italia pre-euro spesso e volentieri altro non erano che deprezzamenti automatici del tasso di cambio dovuti al relativo apprezzamento delle valute dei paesi del nord. 

Nelle parole di Knot: «Grazie al cambio più debole dell’euro, i Paesi Bassi hanno goduto di una posizione competitiva più forte che se avessimo ancora la nostra moneta, sia rispetto al sud Europa che rispetto al resto del mondo. E questo aumenta le nostre esportazioni. È così che nei Paesi Bassi siamo riusciti ad ottenere un avanzo commerciale così imponente. Ciò genera maggiori profitti operativi per le imprese e aumenta anche le entrate fiscali per lo Stato olandese. Si potrebbe dire che l’euro offre un impulso non solo all’economia olandese, ma anche al Tesoro olandese». 

Al contrario, in quei paesi che sono strutturalmente e storicamente più dipendenti dalla domanda interna e dai salari – come l’Italia –, l’euro determina invece l’effetto opposto: da un lato, infatti, i vincoli di bilancio soffocano la domanda interna (e dunque la crescita del PIL), asfissiando la crescita della produzione e dunque della produttività; dall’altro, a fronte di un rallentamento della produttività, il cambio fisso significa che l’unica soluzione per un paese come l’Italia per recuperare competitività nei confronti, per esempio, dell’Olanda, è comprimere i salari, a ulteriore danno della domanda interna. Come dice Knot: «Finché la crescita della produttività italiana resta indietro rispetto a quella olandese [e non può che essere così, per le ragioni suddette, N.d.A.], l’unica alternativa è che anche i salari italiani restino indietro rispetto ai salari olandesi. Ma la nostra crescita dei salari è già molto modesta. Ciò implicherebbe che non c’è praticamente più spazio per la crescita dei salari in Italia. E con la nostra tendenza innata a ricorrere alla moderazione salariale ad ogni recessione, i salari italiani devono essere costantemente ridotti». È il vecchio adagio per cui se non si può svalutare la moneta – o meglio, non si permette alla valuta di deprezzarsi automaticamente relativamente alle altre valute – bisogna svalutare i salari. 

Il risultato di questa duplice dinamica, conclude Knot, è che «l’euro tende ad accrescere le divergenze economiche tra i diversi paesi europei». Il che è tutto dire per un progetto che, a detta dei suoi architetti, aveva lo scopo di aumentare precisamente la convergenza tra le economie europee. A dimostrazione di ciò, Knot mostra un altro grafico in cui si evidenziano i risultati di uno studio della banca centrale, da cui emerge che i vantaggi del mercato unico sono quantificabili tra i 7.000 e i 20.000 euro per famiglia per gli Stati del centro-nord e tra i 1.000 e i 3.000 euro per famiglia per gli Stati del sud. Una voragine. 

Ciò detto, Knot nota come anche nei paesi del centro-nord non tutti abbiano goduto dei frutti dell’euro. Anche in un paese come l’Olanda, che può annoverarsi tra i “vincitori” dell’euro, negli ultimi vent’anni «la quota del reddito nazionale che va ai lavoratori è diminuita costantemente, mentre la quota destinata ai detentori di capitale è aumentata». Per dirla diversamente, la torta economica è aumentata, ma i lavoratori ne hanno ottenuto una fetta sempre più piccola. L’euro, insomma, non ha comportato solo divergenze tra i paesi, come sottolineato finora, ma anche all’interno degli stessi paesi. Secondo Knot, questo «non è dovuto solo alla globalizzazione e al progresso tecnologico ma è anche il risultato della flessibilizzazione del mercato del lavoro, che è andata troppo oltre». (E che ha ovviamente ricevuto un potente impulso dalla “costituzionalizzazione” a livello europeo di tutta una serie di meccanismi atti proprio a deregolamentare e flessibilizzare i mercati del lavoro, ma questo Knot si guarda bene dal dirlo). 

Knot infine su sofferma sull’ultimo strumento anti-crisi messo in campo dall’Europa, il cosiddetto Recovery Fund. Il banchiere centrale sottolinea come la forza del Recovery Fund consiste proprio nella sua natura temporanea e una tantum, cioè nel fatto che non comporta alcuna condivisione perenne del debito a livello europeo, ma allo stesso tempo rileva il forte rischio che le economie più fragili del continente – a partire dall’Italia –, che hanno visto aumentare considerevolmente i loro livelli di debito negli ultimi mesi, «siano costretti a introdurre misure di austerità prima che l’economia abbia avuto modo di riprendersi». La soluzione auspicata da Knot per “mettere in sicurezza” la moneta unica sarebbe quella di creare trasferimenti fiscali permanenti tra paesi, ma questo, dice, comporta ostacoli politici difficilmente superabili. Il che lascia i paesi più deboli esposti al rischio di nuove crisi. 

Insomma, non solo l’euro per come è costruito è strutturalmente incompatibile con gli interessi dell’Italia e ha comportato un danno economico enorme per la nostra economia, ma il nostro paese rischia di ritrovarsi presto esposto a una nuova crisi economico-finanziaria in virtù proprio delle tare strutturali che continuano a caratterizzare la moneta unica. E se ve lo dice un banchiere centrale, per di più olandese, fareste bene a credergli.
 
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