L’Europa s’è desta: conto salato a Bruxelles

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L’Europa s’è desta: conto salato a Bruxelles

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di Marco Bonsanto

Negli ultimi tempi pare che i popoli di parecchi Stati membri abbiano finalmente conseguito l’obbiettivo così alacremente incentivato dalle rispettive élite nazionali in decenni e decenni di alata propaganda sistemica: considerarsi prima di tutto cittadini dell’Unione Europea. Il crogiolo d’acciaio nel quale illuminati tecnoburocrati hanno riversato mielate e inesauste promesse di magnifiche sorti e progressive, ha effettivamente realizzato la fusione delle nazioni europee nel sentimento d’esser un solo popolo, senza più distinzioni e con un solo destino. Purtroppo, questa consapevolezza è stata raggiunta nell’unico modo in cui la Storia ci insegna che si paga la pervicace dabbenaggine di affidarsi ciecamente a guide politiche, più spesso tecniche, senza reale legittimazione popolare. E cioè, con la rovina economica – nel nostro mondo malato qualcosa d’assai peggiore della guerra (che al massimo ne è una conseguenza). Se sei ricco, infatti, puoi pure permetterti di perderla, la guerra; ma se sei povero, non ti basta nemmeno vincerla.

Dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Italia, dall’Olanda alla Germania, dall’Austria alla Grecia (con Scozia ed Inghilterra ancora in abbrivio dall’UE), le proteste che infiammano il continente da settimane e settimane partono tutte più o meno direttamente, più o meno consapevolmente, dalla stessa matrice: l’impoverimento cronico comunitario di tutte le fasce sociali. Le stesse che i pifferai magici del mondo della finanza hanno illuso per interi lustri col miracolo della moltiplicazione virtuale dei pani e dei pesci. Le rivolte a cui assistiamo nelle principali città europee sono dunque le jacquerie delle nuove plebi del tecnofeudalesimo. Qualcosa di molto meno compatto delle masse novecentesche, divisi ormai come siamo in flussi di dati algoritmici e sequenze di codici d’accesso. E tuttavia ancora desiderosi di sopravvivere, in qualche modo. Sarebbe velleitario voler vedere, in queste proteste, qualcosa di più di questo.

Per esempio, un risveglio simil-sessantottino con forme di collegamento sovranazionali tra i manifestanti in grado di elaborare progetti di riforma dell’UE; magari verso quel federalismo nato a Ventotene e poi, a quanto si dice, “tradito” dai banchieri europei. Quali soggetti, infatti, potrebbero prendersi in carico l’elaborazione di questa trasformazione, forse le nazioni, i popoli, i partiti? – Ammesso e non concesso che una riforma del genere sia auspicabile, nessuno di questi gruppi pare all’altezza del compito. Nel mondo globalista di cui l’UE è l’ultima roccaforte, le nazioni sono infatti soltanto una trascurabile maggioranza, per dirla con Flaiano. Quanto ai popoli, queste figure dei romanzi d’appendice, nessuno ne ha più avvistato uno dalla diffusione della ferrovia in poi. Restano infine sindacati e partiti politici, avide compagnie di ventura guidate da leader ormai talmente squalificati, che come Woody Allen dovrebbero semplicemente rifiutarsi di appartenere a club che li vedessero tra i loro membri!

No, più credibilmente il risveglio di piazza a cui assistiamo non ha nulla a che fare con richieste politiche di correzione ragionata delle istituzioni dell’UE e dei suoi Trattati, dei compiti dei suoi organi decisionali e delle prerogative di questi ultimi sugli Stati membri. Manifestazioni delle famiglie contro il caro-vita, dei lavoratori contro la stagnazione dei salari e la precarizzazione del lavoro, delle periferie cittadine contro politiche immigrazionistiche scellerate, degli studenti contro i tagli all’istruzione, degli universitari contro la speculazione insostenibile degli affitti, dei trasportatori contro il caro-carburante, dei giovani contro il riarmo e l’emigrazione forzata, e infine degli adolescenti alienati nel mondo virtuale contro un lusso promessogli e insieme negatogli – potrebbero apparire scollegate tra loro nelle

modalità di protesta e nelle finalità, ma sono tutte da considerarsi declinazioni sintomatiche di uno stesso astio, accumulato contro le conseguenze delle politiche globaliste espresse per mandato costituzionale dagli euroburocrati, fin dalla nascita dell’UE. Conseguenze che oggi assumono il nome di un male purtroppo diventato assai comune in Europa: povertà. L’unico, tra tutti, che non si presta al mezzo gaudio.

Prima del Trattato di Maastricht (1992) l’area CEE contava per il 32% del PIL mondiale (gli USA per il 26%), possedeva circa il 34% del patrimonio netto mondiale (pubblico e privato) e una Parità di Potere d’Acquisto (PPA) pari a quella degli USA (23% sul PIL mondiale). Dopo trentacinque anni di UE, vale a dire di politiche che hanno volutamente smantellato interi settori industriali, di cieca austerity per mantenere alto il valore dell’Euro, di salvataggi bancari a ripetizione, di smantellamento delle garanzie lavorative, di contenimento degli stipendi e di contrazione della domanda interna, di transizioni informatiche green e woke – i parametri suddetti sono crollati come di seguito: oggi l’UE produce solo il 18% del PIL mondiale, detiene il 25% del patrimonio netto mondiale e la sua PPA è scesa al 14% del PIL mondiale. Certo, considerando che l’UE ha soltanto il 5% della popolazione mondiale, si tratta di numeri ancora molto alti. Ma mentre la ricchezza complessiva del continente si è drasticamente ridotta, la forbice delle diseguaglianze è invece mostruosamente cresciuta: oggi l’1% più ricco dell’UE detiene il 25% della ricchezza complessiva, e la metà più povera soltanto il 3%. Nel 1992 i dati erano rispettivamente il 15% e il 9%. Il ceto medio ha perso dieci punti percentuali di ricchezza complessiva.

Arriviamo così al punto di caduta di tutto il discorso. L’UE si è mostrata nei fatti un sistema sapientemente orchestrato per permettere a pochissimi ma potenti speculatori di realizzare senza rischi profitti stratosferici, scaricando progressivamente i costi della loro penetrazione economica nei sistemi welfare degli Stati membri, su cittadini via via più indeboliti, fino a coinvolgere nella tosatura finale pure le fasce un tempo benestanti. Proprio quel ceto medio che più di tutti ha creduto ai “competenti” di Bruxelles, e che ora si rivolta in piazza gridando al ladro! Perché non riesce più a pagare l’affitto, a mantenere i figli all’Università, a fare un mese di villeggiatura l’anno, a sostenere le spese di auto e case di proprietà, ad andare decentemente in pensione. Siamo al paradosso di un continente potenzialmente ricchissimo, decaduto a dover scegliere se curarsi il cancro o continuare a garantire lo shopping di lusso ai propri figli.

Insomma ci scopriamo, sì, finalmente tutti europei, ma nella fregatura generale ai nostri danni che abbiamo avallata chi per idealismo, chi per opportunismo, chi per comodità, chi per indifferenza e chi per semplice insipienza. Ora che l’acqua è bassa ovunque, ci si scopre tutti sulla stessa barca – a secco. A tempo scaduto, resta tuttavia piena la legittimità della protesta generale. E benvenuta quella delle fasce più giovani, finalmente ridestate dal sonno dogmatico di un benessere fittizio promessogli in cambio di diritti e libertà fondamentali, come quello di farsi una famiglia. Quale sarà la risposta delle vestali di Bruxelles? La stessa di sempre, possiamo scommetterci.

In una recente intervista rilasciata a Bloomberg, l’ineffabile Mario Draghi afferma che i giovani protestano perché nessuno li ascolta e perché non vedono prospettive di futuro. La soluzione? Più crescita. Non “più equa distribuzione della ricchezza”, non “più soddisfacente inserimento lavorativo”, non “maggiori opportunità di vita”, e tanto meno “più efficace rappresentanza politica”, “ristrutturazione del welfare”, o “migliori garanzie per il lavoro”. Semplicemente: più ricchezza! Il

dogma centrale del neoliberismo in questi anni ripetuto all’infinito fino a trasfigurarsi in una specie di mistica invocazione di fanatismo medievale.

Dal rapporto commissionatogli dalla Commissione von der Leyen (Il futuro della competitività europea – 2024), sappiamo anche quale dovrebbe essere per Draghi la ricetta per conseguire questo vitale obbiettivo: accentrare ulteriormente i poteri decisionali dell’UE per riconvertire l’intera economia del continente in una economia pianificata di guerra in grado di competere con gli altri poli geopolitici (USA e BRICS), sia nella produzione di alto livello tecnologico che nel miglioramento delle catene di valore globale. Insomma, la stessa soluzione attuata da Hitler per la Germania negli anni Trenta.

Ci sarebbe di che ridere, dopo decenni di orwelliana prosopopea sulla pace, il benessere e l’ambientalismo garantiti dall’UE. E ci sarebbe di che preoccuparsi, se non conoscessimo la vera finalità di questo enorme piano strategico di riconversione totale dell’economia europea. Che non è la difesa contro l’inesistente nemico russo, del quale non manca giorno che i vertici dell’UE non denuncino all’opinione pubblica europea le sanguinose “provocazioni” a base di aeroplanini telecomandati, poi puntualmente declassati dall’informazione libera a grottesche trovate circensi. Ma quella che da sempre interessa ai padroni finanziari dell’Euro: mantenere alto sui mercati internazionali il valore della valuta europea, in questo caso contenendo quanto più possibile nell’eurozona tutti gli investimenti di ogni settore, pubblico e privato, ancorandoli all’industria bellica promossa al vertice dell’intera filiera produttiva.

A beneficiare dei poderosi investimenti per la Difesa previsti dal Piano Draghi (oltre 500 miliardi in più per il prossimo decennio) saranno infatti indirettamente soprattutto i detentori di grandi capitali, come banche, fondi d’investimento e fondi pensione, cui fa aggio la preservazione di un Euro forte (anche se a questo non corrisponde più una forte e variegata economia diffusa sul continente); mentre ad essere penalizzati saranno le attività manifatturiere per l’esportazione, e la spesa pubblica degli Stati membri (Istruzione, Sanità, Trasporti e Lavoro), per i forti vincoli di bilancio che dovranno ulteriormente subire da questa strategia. Il solito circuito, insomma.

Che nonostante l’allarmata e un po’ ridicola propaganda di guerra quotidianamente dispiegata dai principali euroburocrati sulla Stampa compiacente, il Piano Draghi non abbia realmente la finalità che proclama, quella cioè di rendere l’UE autonoma nella Difesa, lo si deduce dal punto cieco di tutto il suo articolato discorso: il fatto che l’Europa non dispone né di importanti fonti energetiche, né dei minerali rari indispensabili alla produzione dei più avanzati sistemi d’arma. Che sono invece quasi tutti nelle mani dei nostri potenziali “nemici”, vecchi e nuovi: Cina, Russia e USA. Solo la prima controlla da sola il 90% delle terre rare e della loro raffinazione, il 70% del cobalto e il 60% del litio. E questi dati costituiscono da soli la tomba del Piano Draghi... Perché da un punto di vista puramente logistico, non si può costruire un’autonomia strategica basata sulla deterrenza militare se le materie prime per produrre quelle stesse tecnologie avanzate rimangono saldamente nelle mani dei nostri rivali geopolitici! Senza parlare delle fonti energetiche che dovremmo utilizzare per produrle, raffinarle e inserirle nei processi produttivi ad alta complessità tecnologica, previsti per trasformarle in armi.

Si può dunque essere certi che la guerra contro la Russia o altri immaginari nemici non ci sarà. In tal caso, infatti, l’inevitabile imposizione da parte dei nostri avversari di pagare petrolio, gas e terre rare in moneta locale, farebbe crollare in un attimo tutto il castello messo in piedi dall’UE per preservare il valore di bene-rifugio dell’Euro. Ma la guerra delle élite europeiste contro i rispettivi popoli, invece,

quella c’è già da molti anni, e col Piano Draghi diventerà ancora più spietata, ideologica e autoritaria. Per questo le plebi digitali, soprattutto giovanili, vanno rivoltandosi proprio adesso, a seguito di questa retorica bellicista che sentono ipocrita ma non del tutto falsa; perché percepiscono forse in modo intellettualmente poco consapevole e tuttavia pragmaticamente chiaro di esserne i veri destinatari.

Fatta l’Europa, insomma, sono da ultimo fatti pure gli Europei. Ai formidabili Draghi di Bruxelles l’addition, s’il vous plâit!

Marco Bonsanto

Marco Bonsanto

Marco Bonsanto è un filosofo magnogreco che a causa della Modernità deve lavorare per vivere. Ha studiato a Torino, dove è nato e da cui è evaso ancor giovane, e poi a Napoli, “un paradiso abitato da diavoli” che ha felicemente dato un senso al suo cognome. Ha scritto molto e di molte cose, occultando il proprio nome per non essere scoperto. Per aver a lungo bighellonato al sud è stato infine deportato a Padova; dove da dieci anni, per vendicarsi, infetta col dubbio i liceali. Da bambino tifava Milan; ma adesso, sul precipizio dei cinquant’anni, è il diavolo che fa il tifo per lui.

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