Maduro, il New York Times e il colonialismo dei "buoni"
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di Francesco Erspamer*
L’organo del MinCulPop del Pd globale, il New York Times, oggi accusa Trump di essere stato, come spesso gli capita, un gradasso quando dopo il rapimento di Maduro (con qualche decina di morti fra poliziotti e civili, un effetto collaterale ignorato dai media occidentali) dichiarò che ora gli Stati Uniti avrebbero beneficiato dell’oro del Venezuela, oltre che del suo petrolio. In sostanza i neoliberisti che si fingono di sinistra sono indignati per il suo fallimento più che per il saccheggio in sé. Non parliamo dei media di destra. Come mai? Perché gli uni e gli altri sanno (e gli piace credere) che alla netta maggioranza dei trecento milioni di individui che costituiscono la popolazione adulta (ma non il popolo, da tempo scomparso) del loro paese, inclusi quelli che votano per loro, non importi niente altro che il proprio benessere, il proprio consumismo, il proprio sogno (destinato a rimanere tale, ma che differenza fa quando il virtuale vale come il reale?) di poter diventare oscenamente ricchi. Se per continuare a «crescere» (il dogma dell’economia consumista) occorre depredare le risorse altrui, costi quel che costi in termini di vittime e distruzioni rigorosamente altrui, bè, così va il mondo. Ovviamente sono gli stessi che si riempiono la bocca di buonismo, di garantismo, di pacifismo, o magari di nazionalismo e moralismi vari, ogni volta che qualcun altro osi, non dico fare lo stesso ragionamento ma semplicemente opporsi alla loro avidità.
Del resto va avanti così dall’inizio della modernità capitalista: il colonialismo ne è sempre stato il modus operandi, a compensare un vuoto di moralità e cultura ma anche strettamente di intelligenza che caratterizza la troppo facile ascesa al potere degli egoisti integrali, degli incapaci che per imporsi non potevano che ricorrere all’arroganza, alla rottamazione dei valori e delle istituzioni. Libertari e anarchici, tutti imprenditori di sé stessi. Ma la colpa è solo marginalmente loro: di stronzi sono lastricate non solo le strade dell’inferno ma quelle della Terra; solo che le società e civiltà che ci hanno precedute ne impiccavano o liquidavano in modi meno ufficiali una sufficiente percentuale. Invece oggi diventano «celebrity» (da dire in inglese perché le hanno inventate e imposte gli americani) della televisione, degli «a-social», dello sport, e anche dell’università, proprio perché ossessionati, come i loro ammiratori, dal denaro e dalla visibilità e solo da essi.
In sostanza, è assolutamente inutile continuare a giocare a guardie e ladri, scegliendo sempre il ruolo delle guardie, anche perché i neoliberisti non giocano (perderebbero): barano. L’orrenda afa di quest’estate è stata dimenticata, come del resto le decine di migliaia di morti che ha provocato: la corsa verso l’autodistruzione continua e sempre più si rivela azzeccata la provocazione di Slavoj Zizek e Fredric Jameson: che ormai sia più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo (ma io credo che sia peggio, che non sia una questione di immaginazione bensì che molti preferiscano l’apocalisse alla fine delle pulsioni individualiste che danno senso alle loro vite dopo la morte di Dio, dello Stato, della famiglia, delle tradizioni, dei riti sociali).
Che fare? La battaglia decisiva va ingaggiata e vinta a livello non dei fatti, dei dati scientifici, in sostanza delle verità, tutte manipolabili e sistematicamente manipolate; no, occorre lottare per i fini, per gli ideali, per i valori. Non importa cosa siamo perché ciò che siamo è il problema. Importa ciò che vorremmo essere.
Purtroppo quando chiedo ai miei amici italiani più impegnati, di destra e di sinistra, cosa dovremmo essere, le utopie che mi descrivono non solo si assomigliano fra loro ma tragicamente riprendono la distopia che sono diventati gli Stati Uniti (che conosco bene: immagino che altri paesi oggi in impetuosa crescita economica e tecnologica siano simili). Più «trasparenza» (ossia una finzione mediatica di verità); meno corruzione (ossia più corruzione istituzionalizzata, quella che permette alle banche americane di prendersi una percentuale di ogni transazione effettuata con carta di credito e a megamultinazionali come Amazon di distruggere i piccoli esercizi commerciali); più turismo o più migrazioni, in ogni caso più mobilità, a consentire il progressivo (e progressista) saccheggio di ogni territorio non appena i suoi abitanti, invece di averne cura e di essere pronti a morire per esso, trovano più semplice scapparsene da qualche altra parte con la scusa che qui non funziona nulla e lì funziona tutto.
Ecco, l’unica cosa da fare, l’unica possibilità che ci resta, è di smetterla di preoccuparci del mondo cominciando invece a dedicare il poco di energie e di coraggio che ci resta alla difesa strenua del nostro spazio, della nostra cultura, della nostra comunità, finché c’è, contro ogni ingerenza comunque motivata. Non per isolarci, che è sempre stato difficile e oggi è impossibile: solo per impedire avventate fughe in avanti, nella direzione suggerita dai miliardari e dai loro cortigiano, con la scusa di immaginarie emergenze e di ancor più inesistenti bisogni.
*Commento Facebook del 1 ottobre 2026
*Commento Facebook del 1 ottobre 2026


