L’industria dello sport: business contro socialismo. La bandiera di Cuba e del Venezuela

L’industria dello sport: business contro socialismo. La bandiera di Cuba e del Venezuela

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Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e il predominio del modello capitalista a livello globale, che ha imposto le proprie regole mercantilistiche anche nelle competizioni internazionali, la vittoria degli atleti che provengono da paesi socialisti come Cuba o Venezuela, ha moltiplicato la sua valenza, concreta e simbolica. E il secondo posto della Cina, alle ultime olimpiadi di Tokyo, per solo una medaglia di differenza dietro agli Stati Uniti nelle ultime battute della competizione, fotografa, anche in questo ambito, la perdita di egemonia del sistema nordamericano: un sistema basato sul business a tutti i costi, a cui dovrebbe adeguarsi anche lo schema europeo.

Nel suo 14° Piano quinquennale per il 2021-2025, la Cina si è proposta di fare dell’industria sportiva un pilastro della propria economia. Secondo le previsioni dell’Istituto di statistica nazionale, entro il 2035 il settore raggiungerà un valore di 696 miliardi di dollari. Nel calcolo vengono inclusi gli investimenti e la vendita di prodotti all’estero, la costruzione di infrastrutture (che arriverebbe a 73 miliardi), e i diritti ricavati dagli avvenimenti sportivi. Nei paesi capitalisti, oltre a essere un formidabile veicolo di consenso a favore delle classi dominanti, lo sport ha un grande impatto sull’industria (da quella tessile a quella pubblicitaria, da quella mediatica a quella elettronica e anche aerospaziale), e muove importanti leve economico-finanziarie che coinvolgono grandi gruppi e grandi interessi.

Prima della pandemia, nell’Unione Europea, il Prodotto Interno lordo legato al settore sportivo era di 279,7 miliardi di Euro, pari al 2,12% del Pil europeo complessivo. L’occupazione legata allo sport era di 5,67 miliardi di persone, pari al 2,72% del totale dell’occupazione europea. Inoltre, va considerato che ogni anno si effettuano nel mondo da 12 a 15 milioni di viaggi internazionali principalmente per assistere a eventi sportivi. E se la Cina sta maneggiando le leve del mercato per far crescere l’economia nazionale, per esempio favorendo le proprie marche sportive attraverso capitali privati, il controllo rimane nelle mani dello Stato, i modelli sportivi sono diversi da quelli prevalenti nel mondo capitalistico, e mostrano una superiorità politica e culturale analoga a quella esistente nel secolo scorso tra Usa e Urss.

Negli Stati Uniti, sono aziende, fondazioni e college, e non lo Stato, a finanziare i singoli atleti, che vengono “costruiti” per le Olimpiadi nelle università e mandati a competere grazie agli sponsor. Per il comunismo cinese, gli atleti che emergono ricevono invece uno stipendio dallo Stato e competono per gli interessi collettivi. Quest’anno, il governo cinese ha promesso di spingere 700 milioni di persone a fare sport almeno una volta alla settimana. Anche il corpo, diceva Marx, è un prodotto sociale, frutto delle condizioni materiali di esistenza e delle relazioni sociali di produzioni nelle quali è immerso. E l’essenza di quel corpo, quel che lo definisce come umano, è il lavoro.

Lo sport, a Cuba, è uno strumento di crescita sociale collettiva: un “diritto del popolo”, come ha sancito la rivoluzione del 1959, che si comincia a praticare dalla prima infanzia e si continua a esercitare da anziani. Le 15 medaglie ottenute a Tokyo da Cuba, così come le 4 vinte dal Venezuela, andrebbero inoltre moltiplicate, considerando il bloqueo a cui l’isola viene sottoposta da oltre 60 anni, e quello che subisce il Venezuela bolivariano, dove pure lo sport è un diritto per tutti, sancito dalla costituzione.

Dalla fine del 2020, Cuba ha perso milioni di dollari e ha avuto un aumento dei costi di oltre il 30% per non poter acquistare direttamente prodotti e tecnologia di punta per lo sport. Inoltre, il Laboratorio Antidoping dell’Avana, che aveva continuato a prestare servizio a oltre 10 paesi, non ha potuto riscuotere il dovuto dai diversi organismi internazionali. E così è stato per il Venezuela, che a Tokyo ha innalzato ai livelli più alti l’eredità di Chavez nel considerare lo sport come uno strumento di lotta per la pace e per la liberazione dei popoli.

(Articolo per il Bollettino della Vicepresidenza di Economia Produttiva del Psuv)

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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