Ma le banche centrali non potevano stampare soldi direttamente per gli Stati?

Ma le banche centrali non potevano stampare soldi direttamente per gli Stati?

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di Dante Barontini - Contropiano

Occuparsi di macroeconomia finanza è all’apparenza quasi un esercizio di logica, fine a se stesso. La sensazione comune è infatti quella del “non ci possiamo fare niente, fanno come gli pare”. E, in un universo “compagnesco” dove l’abitudine all’attività “a km zero” conduce inevitabilmente a pensare sulla stessa distanza (non più in là del naso, diciamo), la sensazione di impotenza si rovescia spesso in indifferenza.

Sconfitta assicurata, impotenza moltiplicata.

Quel che avviene in quel mondo iperuranico della macroeconomia, infatti, impatta direttamente sulle nostre condizioni di vita. Ma attraverso meccanismi per lo più ignoti e volutamente ignorati.

Ad esempio, quando leggiamo su un giornale specializzato che “le iniezioni di liquidità delle banche centrali non si trasferiscono all’economia reale” sembra una frase astratta che non ci riguarda. E invece significa che le banche prendono quella liquidità e la trattengono, “per (propria) sicurezza”, senza fare quel che sarebbe normale per una banca: prestare soldi a imprese (tanti) e famiglie (molto meno). Aspettano che passi la tempesta, poi si vede…

Ma se questo non avviene in un periodo molto critico come questo, vuol dire che gli investimenti e la stessa attività produttiva di ogni genere (economia reale) rallentano fino a fermarsi. E quindi che la disoccupazione aumenta, i salari scendono, i consumi – inevitabilmente – anche, in un circolo vizioso senza apparente fine.

Dunque quella roba incomprensibile ci cade addosso direttamente. Non come “sgocciolamento” di qualche particella di benessere (tra teoria economica lo chiama approccio trickle-down), ma come danno mortale.

Ad oltre un anno dall’inizio della pandemia, iniziata quando l’economia occidentale era già ampiamente ferma, assistiamo a una polarizzazione estrema: “le economie reali sono cadute in una recessione improvvisa e profonda nonostante i massicci interventi pubblici di emergenza, le Borse hanno festeggiato, spesso arrivando ai nuovi massimi di sempre.”

Il meccanismo che ha generato questo doppio incastro è illustrato molto bene da Guido Salerno Aletta nel consueto editoriale di Milano Finanza, che più avanti vi proponiamo e a cui perciò vi rimandiamo.

Anche la “terapia” elaborata sulle due sponde dell’Atlantico per superare questa situazione molto pericolosa, per la tenuta sociale dell’intero Occidente neoliberista, è sostanzialmente simile, anche se con diverse differenze. Si tratta di investimenti pubblici, finanziati però soprattutto con le tasse.

La disparità di trattamento tra mercato finanziario ed economia reale (tra Wall Street e Main Street, nello slang del giornalismo economico) è evidente: obbedendo al dogma neoliberista le Banche Centrali hanno “stampato moneta” a fiumi, impedendo così che l’enorme richiesta degli Stati per far fronte alla crisi pandemica facesse esplodere i tassi di interesse reali e quindi anche le alleanze internazionali esistenti.

Basti pensare all’Unione Europea, dove un’eventualità del genere avrebbe separato nettamente gli Stati con alto rating e quindi cui sarebbe stata chiesta una bassa remunerazione sui prestiti (Germania, Olanda, Finlandia, ecc) e quelli “Piigs”, costretti a pagare un elevatissimo servizio sul debito (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, ma anche la stessa Francia).

I primi si sarebbero potuti permettere un certo livello di investimenti pubblici per rilanciare l’economia, mentre i secondi avrebbero dovuto tagliare ancora di più la spesa, inabissandosi per sempre nel declino.

“Salvati i mercati” e le borse, però, il problema del rilancio resta. E solo in parte i finanziamenti pubblici necessari potranno essere coperti “a debito” (titoli di Stato sul mercato). In assenza di alternative, resta il vecchio caro aumento delle tasse. Che ha il difetto di deprimere l’economia che si vorrebbe rivitalizzare, specie in quei Paesi dove l’evasione fiscale dei ricchi è tale da assicurare che il prezzo più alto sarà pagato dalle classi medio-basse. Se si pagano più tasse avendo pochi soldi, inevitabilmente si riducono i consumi.

Resta la domanda: ma le banche centrali non potevano stampare soldi direttamente per gli Stati? In fondo lo sta facendo in questo momento la Gran Bretagna, in parte anche la Federal reserve statunitense. E lo si faceva in Italia fino al 1981, con la Banca d’Italia che comprava una parte dei titoli di stato direttamente in asta (teneva alto il prezzo e abbassava il rendimento).

Bestemmia!, questa, in regime neoliberista. Specie in versione Unione Europea (ordoliberismo, di matrice germanica). Le Banche Centrali, in quel sistema, devono restare “indipendenti” dagli Stati, per regolare la politica monetaria solo sulle esigenze dei “mercati”.

Dunque gli Stati devono restare il vaso di coccio, ed usare le rispettive popolazioni come limone da spremere, a disposizione dei “mercati”.

Solo che poi le rispettive popolazioni sono divise in classi sociali, come si diceva, e da sempre “chi può” scappa dal fisco molto facilmente o almeno per gran parte dell’imponibile, mentre chi non può – i redditi fissi, come salari e pensioni – cade automaticamente sotto la mannaia.

Ma anche questa macelleria sociale che dovrà fornire le risorse per un “rilancio dell’economia” rischia di non essere assolutamente sufficiente. Intanto per quantità di risorse (circa 3.000 miliardi di dollari negli Usa, appena 750 in euro nell’Unione Europea, per ora), ma soprattutto per impianto strategico e teorico.

Lo scopo dichiarato è infatti quello di rimettere insieme, un po’ meglio, l’assetto sistemico che c’era prima. Ossia quello che ha prodotto il disastro attuale, ad esempio privatizzando la sanità e rendendola così incapace di affrontare un’epidemia di massa. E, di conseguenza. Costringendo a bloccare un certo numero di attività economiche.

Non faremo di nuovo il confronto con la strategia cinese – che è impietoso – ma certo sapere di essere in mano a stregoni ciechi non dovrebbe rendere tranquillo nessuno. Specie “a sinistra”-

 

*

Una pandemia di tasse

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Bisogna fare un po’ di conti su come è andato il 2020, annus horribilis per via dell’epidemia ancora in corso: mentre le economie reali sono cadute in una recessione improvvisa e profonda nonostante i massicci interventi pubblici di emergenza, le Borse hanno festeggiato, spesso arrivando ai nuovi massimi di sempre.

A Wall Street, a partire dal 1° marzo del 2020 e nonostante la coincidenza con i primi allarmi per la diffusione del Covid-19, l’indice del Dow Jones non solo ha ribaltato l’andamento in picchiata che aveva registrato nel primo trimestre, ma ha cominciato a crescere senza soste, guadagnando oltre i1 mila punti ed arrivando ai 32.981 punti del 1° marzo scorso.

Dietro tanta euforia si cela una duplice certezza: le Banche centrali immetteranno senza indugio tutta la liquidità necessaria per evitare che la recessione dell’economia reale si propaghi al settore finanziario facendo accollare agli Stati il costo delle manovre anticongiunturali con nuovi debiti.

Anche i piani pubblici di investimento di cui si è tanto discusso in questi mesi saranno finanziati con un abbondante aumento della tassazione e solo allora il sistema bancario metterà a disposizione dell’economia reale l’enorme riserva di liquidità che per ora viene tenuta in deposito presso le Banche centrali. Per erogare il credito, si aspetta il ritorno alla normalità.

L’aumento della tassazione è già previsto137818 nel programma “Make it Better Again”, che vale complessivamente 3 mila miliardi di dollari su un orizzonte mediamente decennale, che è stato predisposto dalla Presidenza Biden nel corso della campagna elettorale e di cui è stato annunciato il primo pacchetto: si prevedono interventi di spesa per 2.262 miliardi di dollari in otto anni ed aumenti di imposte per 1.461 miliardi in quindici anni, a carico delle imprese: il 65% della nuova spesa è finanziata dunque con nuove tasse, e solo la differenza in disavanzo.

La fase successiva, che riguarderà gli interventi in campo sociale, sarà finanziata con un aumento delle imposte sui redditi personali più elevati. Ed al Congresso già si preannunciano scintille.

In Europa, la proporzione tra nuovi investimenti e tasse è appena un po’ inferiore: sui complessivi 750 miliardi di euro del Recovery Fund, i 390 miliardi di trasferimenti agli Stati dovranno essere finanziati mediante nuovi prelievi tributari che andranno ad incrementare le Risorse proprie dell’Unione.

La solidarietà del Programma risiede nel fatto che, come sempre accade a Bruxelles, alcuni Stati saranno contribuenti netti ed altri percettori netti: l’Italia, pur rimanendo contributore netto nel Quadro finanziario 2021-2026, sarà percettore netto nella ripartizione dei trasferimenti del Recovery Fund.

L’intervento di emergenza delle Banche centrali ha completamente sterilizzato le tensioni sul mercato finanziario che sarebbero state provocate dalle eccezionali emissioni di titoli pubblici.

In Italia, rispetto all’anno precedente, nel Bilancio della Banca d’Italia per il 2020 si menziona rispetto un aumento di 155 miliardi di euro per i titoli detenuti per finalità di politica monetaria: questa somma ha coperto completamente il maggior fabbisogno delle PA, che nello stesso periodo è stato pari a 152 miliardi. In pratica, tutto il deficit pubblico italiano del 2020 è stato finanziato mediante le emissioni di nuova liquidità che sono state decise dalla Bce attraverso la ripresa operativa del Qe a partire da novembre 2019 e la attivazione del PEPP a partire da marzo 2020.

Diversamente è accaduto per il finanziamento del sistema bancario, che anche in Italia ha beneficiato del terzo round di T-Ltro, dimensionato anche in modo da evitare il riassorbimento della liquidità derivante dalla scadenza del precedente intervento: dal Bilancio di Banca d’Italia risulta che l’aumento delle disponibilità nette delle banche italiane è stato di 158,5 miliardi di euro, a cui è corrisposto un aumento di ben 128 miliardi delle riserve da loro depositate presso la stessa Banca.

D’altra parte, secondo i dati dell’Abi, nel 2020 il credito al settore privato è aumentato di appena di 44 miliardi di euro, per lo più merito delle garanzie pubbliche apprestate a favore delle imprese. Non è dunque il cavallo dell’economia che non beve, né è l’acqua a mancare, ma il secchio che viene offerto ad essere praticamente vuoto.

Anche nel complesso dell’Eurozona il canale del credito al settore privato è risultato assai striminzito: dalle statistiche della Bce risulta che tra il secondo trimestre del 2020 ed febbraio di quest’anno l’aumento è stato di appena 138 miliardi di euro, un totale che sconta la stasi assoluta del credito alle imprese non finanziarie, inchiodato tra i 4.727 ed i 4.725 miliardi di euro, ed un incremento per 138 miliardi dei prestiti erogati alle famiglie, in cui l’aumento di quelli destinati all’acquisto di immobili compensa la contrazione del credito al consumo.

Negli Usa è andata alla stessa maniera: nel corso del 2020, la Fed ha aumentato il proprio attivo di bilancio di 3.185 miliardi di dollari, di cui 2.982 miliardi per titoli emessi o garantiti (Mortgage-backed securities) dal Tesoro, a fronte di un fabbisogno pubblico che nel complesso è stato di 3.301 miliardi di dollari. Tra le passività figurano 1.256 miliardi di maggiori depositi liquidi di pertinenza del Tesoro e ben 1.507 miliardi di maggiori riserve delle banche.

La Fed, per decisione dell’Amministrazione Trump, per la prima volta si è fatta carico anche di una serie di interventi diretti sul mercato, colmando la riluttanza degli operatori tradizionali ad intervenire. Anche se per importi complessivamente modesti, e suscitando non poche critiche per questa invasione di campo in cui ha scontato una ovvia inesperienza, la Fed ha operato laddove la crisi economica stava colpendo più aspramente: con 8,5 miliardi di dollari per il funding dei commercial paper; 26,4 miliardi nel corporate credit; 54 miliardi per il Main Street Lending Program; 11,7 miliardi per anticipazioni di liquidità alle Municipalità.

Ha dunque funzionato alla perfezione il circuito della liquidità aggiuntiva immessa sul mercato dalle Banche Centrali per evitare tensioni nel finanziamento dell’eccezionale mole aggiuntiva di debito pubblico.

Gli indici delle Borse ne hanno ampiamente beneficiato, ed i nuovi programmi di investimento pubblici hanno rappresentato un ulteriore fattore di incoraggiamento per il futuro delle grandi imprese. Il sistema del credito è invece rimasto fermo ad aspettare, per prudenza, che passi la tempesta scatenata dall’epidemia e che gli Stati riconducano i loro conti su una rotta sostenibile: per loro, tra il dire ed il fare, c’è sempre da tassare.

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