Per la Serbia, la situazione intorno al Kosovo "si sta avvicinando ad un punto di non ritorno"

Per la Serbia, la situazione intorno al Kosovo "si sta avvicinando ad un punto di non ritorno"

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 A cura di Enrico Vigna*,  12 dicembre 2022

Il cappio intorno alle scelte del governo serbo, sta stringendosi sempre più. Pressioni, ricatti, minacce ed ora le provocazioni sempre più conflittuali e incalzanti sul terreno, in una spirale che lascia intravedere due possibilità: o l’accettazione dello status quo relativo al “Kosovo indipendente” o scenari di una nuova guerra, non certo voluta dalla parte serba.

I burattinai sono i soliti: NATO e potenze occidentali, le motivazioni sono molteplici, ma il nodo centrale porta anche in questo caso alla crisi ucraina. Da un lato si vuole far cedere la Serbia sulla questione delle sanzioni alla Russia ( è l’unico paese veuropeo a non averle adottate), dall’altro c’è la questione dell’entrata del paese nella NATO, finora respinta dal governo serbo. Senza dimenticare la ricerca di una rottura della fraternità identitaria storica slava, che spianerebbe la strada per inglobare completamente i Balcani nell’alveo avvelenato degli interessi occidentali e atlantisti, che  indebolirebbe pesantemente la Repubblica Srpska della BH, dove le forze nazionali e indipendenti hanno vinto le elezioni e dichiarato apertamente la scelta di rifiuto della NATO, di amicizia con la Russia, di una strategia interna ad una visone multipolare del mondo e di integrazione con il progetto della Via della Seta cinese.

Che ci si trova ad un momento storico e dirompente, lo dimostra il fatto che, per la prima volta dal 1999, anno dell’aggressione alla Repubblica Federale Jugoslava, un esponente politico istituzionale serbo ha “osato” chiedere il ritorno delle forze di sicurezza serbe nel Kosovo Methoija. Non era mai successo in 23 anni.

Stante la situazione di disordini, aggressioni, tensioni altissime, raid e provocazioni militari delle forze di polizia kosovare, l’11 dicembre si è tenuta una sessione di emergenza del Consiglio di sicurezza nazionale serbo, presieduta dal presidente A. Vu?i?.

Prima dell’inizio della riunione, convocata a causa delle minacce delle autorità albanesi del Kosovo di rimuovere con la forza, le barricate dei serbi nel nord della provincia, il presidente serbo aveva dichiarato che domenica sera 11 dicembre, sarebbe la serata più difficile della sua storia.

Al termine della sessione ha fatto una dichiarazione in televisione tracciando le decisioni adottate nella discussione, premettendo che “La nostra gente sta passando una notte difficile e noi dobbiamo stare con loro. Abbiamo avuto assicurazioni dalla NATO Kosovo Force che non ci saranno azioni violente. Da parte nostra abbiamo preso alcune misure per proteggere il nostro paese… L'aggravarsi del conflitto tra il Kosovo e la Serbia va avanti da diversi mesi. Ma ora siamo al punto che Pristina sta cercando di porre fine al "problema serbo" nell'autoproclamato Kosovo.

Nei giorni scorsi le forze speciali del Kosovo hanno ingiustificatamente e illegalmente invaso il territorio della provincia serba nel nord, abitato dai serbi, mentre la “comunità internazionale” fa finta di non vedere…Noi comunque invitiamo la popolazione serba a mantenere la calma le proteste in un ambito pacifico e non cadere nelle provocazioni, che ci saranno sicuramente. Invito le persone a fidarsi della loro leadership. Sappiamo molto bene cosa stiamo facendo e abbiamo a cuore la nostra gente in Kosovo e Metohija, ma anche ogni cittadino di questo paese…Le barricate sono un'espressione di protesta contro l'arresto di persone, le incursioni nelle comunità serbe, ma noi faremo di tutto per preservare la pace e la stabilità… Il mio messaggio al popolo del Kosovo è che non c'è resa e noi siamo con voi …”, ha detto Vu?i?.

Ma la decisione storica prodottasi nel Consiglio dell’11 dicembre è soprattutto quella che riguarda la richiesta per il ritorno dell’Esercito e della Polizia serba in Kosovo e Metohija, in conformità con la risoluzione 1244 dell’ONU.

Per la prima volta dal 1999, un politico in Serbia ha “osato” richiedere il ritorno di un massimo di 1.000 militari delle forze di sicurezza, esercito e polizia serbe in Kosovo e Metohija.

Pubblicamente e direttamente di fronte all'intera opinione pubblica nazionale e mondiale, il presidente serbo, ha chiesto l'attivazione dell'articolo 4 della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dell'articolo 6 dell'allegato 2, che prevedono il ritorno delle forze di sicurezza serbe nella provincia del KosMet.

“…È un momento storico dopo il quale nulla sarà più come prima, qualunque sia la risposta della Kfor e della NATO. Ci hanno messo con le spalle al muro ,non so cosa pensano in Occidente del comportamento di Kurti (ndt. “il primo ministro” del Kosovo secessionista), noi chiediamo che riescano a arlo comportare in modo decente e conforme alle norme del Diritto internazionale… La necessità del ritorno di un contingente serbo in Kosovo, è emersa dopo che diverse centinaia di uomini delle forze speciali della polizia dell'autoproclamata Repubblica del Kosovo, hanno invaso e aggredito con veicoli blindati il nord del Kosovo e Metohija, popolato dai serbi …”, ha aggiunto Vucic.

Di fronte a questa dichiarazione, immediata è stata le risposta dell'organizzazione dei veterani dell’UCK (l’organizzazione terrorista secessionista).  Il loro presidente, Faton Kljinaku, ha detto, in occasione dell'annuncio del direttore dell'Ufficio serbo per il Kosovo e Metohija, Petar Petkovi?, che se Belgrado prenderà in considerazione il ritorno di membri delle forze di sicurezza serbe  in Kosovo, l'organizzazione risponderà con la guerra: “… se loro dicono che una eventuale nuova guerra è giusta, inevitabile e necessaria, noi risponderemo ancora con una guerra giusta, inevitabile e necessaria…”, ha dichiarato Kljinak sui social network kosovari, riportato dall’agenzia Reporters.

Già il 21 novembre, il presidente serbo, dopo i negoziati con Kurti, che si erano conclusi nel nulla, aveva affermato che i rapporti tra Belgrado e Pristina erano diventati sempre più difficili ed erano ormai sull'orlo del conflitto.

Da domenica sera le autorità kosovare minacciano di usare la forza contro i serbi locali, se non smantellano le barricate che erano state erette dopo l’incursione delle forze speciali di Pristina dentro le aree serbe nel nord del Kosovo e contro l’arresto di Dejan Pantic, chiedendone la sua liberazione, il quale si era opposto e aveva difeso un ufficio della comunità serba,.

Pantic è un ex membro della polizia ausiliaria serba in Kosovo, incarico che aveva lasciato il 5 novembre insieme ai suoi colleghi per protesta, e che fino ad allora era impiegato presso la stazione di polizia di Kosovska Mitrovica, al valico amministrativo di Jarinje.

In quasi tutte le cittadine nell’area a nord di Mitrovica continuano i blocchi stradali , la notte è trascorsa pacificamente, secondo informazioni dei vari media locali spari e detonazioni si sono uditi la sera dell’11 dopo le 21 a Rudar, vicino a Zvecan. Lì si è radunato un gran numero di serbi che arrivano dalle cittadine e villaggi vicini, che si riparano sotto le tende e nei veicoli parcheggiati ai lati della strada, poi la situazione è tornata tranquilla. Una colonna di veicoli lunga un chilometro è parcheggiata lungo la strada.

Le forze speciali del Kosovo hanno anche occupato una struttura presso la diga di Gazivode, la più importante del nord della provincia e rimosso le bandiere serbe. Qui c’è anche stata una sparatoria durata oltre quindici minuti, vicino a Zubin Potok, nel villaggio di Stuoce, vicino a Gazivode.

I valichi amministrativi con la Serbia, di Jarinje e Brnjak sono ancora chiusi al traffico, non possono essere attraversati nemmeno a piedi. Kosovska Mitrovica è pattugliata costantemente dalla polizia kosovara e dalla KFOR. La maggior parte dei negozi, bar e ristoranti sono chiusi, anche le scuole sono chiuse e la tensione tra la gente è altissima, ma fino ad oggi pomeriggio tutto è fermo.

Il presidente della Lista serba del KosMet, Goran Raki?, ha annunciato ieri sera che è stato formato uno Staff di crisi locale che "riferirà regolarmente ai media circa la situazione sul campo". Nel frattempo le autorità di Pristina hanno revocato l’intenzione di tenere le elezioni, rimandandole al 2023, dopo che la minoranza serba aveva deciso il boicottaggio, rivendicando il diritto di avere elezioni eque e aperte e contro i tentativi di una totale autodeterminazione secessionista e contro il riconoscimento dell'indipendenza della regione.

La famiglia dell’arrestato Dejan Pantic ha dichiarato che  non ha informazioni su di lui dal momento dell’arresto, avvenuto a Jarinje, al confine amministrativo con la Serbia. “ Siamo preoccupati per le sue condizioni di salute, Dejan è un malato grave, e solo tre mesi fa gli è stato impiantato uno stent coronarico a Valjevo. Ha bisogno costante di farmaci, oltre che di terapia per l'ipertensione e l'insufficienza cardiaca, che deve fare regolarmente. Siamo preoccupati per la sua salute. Dal momento del suo arresto non sappiamo dove si trova e non abbiamo modo per consegnargli le medicine. Anche l'avvocato che abbiamo assunto non è riuscito a consegnargli le medicine", ha detto la famiglia Pantic. Anche l’avvocato non è riuscito a vedere l’arrestato e ad ottenere informazioni su dove si trovasse e di cosa lo accusa la polizia kosovara, Pantic non ha avuto il diritto di convocarlo dopo il suo arresto. Come aggiungono, l'unica cosa che si sa è ciò che si è sentito sui media di Pristina, dal ministro dell'Interno del Kosovo, Xhelal Svecla, che ha affermato che Pantic è stato accusato di "aver organizzato l'attacco ai locali della CEC ( commissione elettorale) nel nord del Kosovo".

"Non sappiamo nemmeno se sia stato portato a Pristina o portato alla base militare di Leposavic, non riusciamo a scoprire nulla. Non ha partecipato a nessuna rivolta. Dejan è sempre stato senza macchia nella sua carriera e nel suo fascicolo. Ci aspettiamo che torni presto a casa e che questa ingiustizia o errore venga presto corretto. Ringraziamo tutti coloro che erano con noi, le persone dell'Ufficio per il Kosovo e Metohija e i nostri concittadini per il loro enorme sostegno", ha affermato la famiglia.

 

*Portavoce del Forum Belgrado Italia e SOS Kosovo Metohija Italia

Enrico Vigna

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