Perché la prima mano della crisi di governo l'ha vinta Renzi

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Perché la prima mano della crisi di governo l'ha vinta Renzi

Giornata decisiva oggi al Senato. Il governo Conte si sosterrà su senatori che hanno il massimo interesse personale a restare tali anche cambiando gruppo o sarà sostenuto da parlamentari che, come dice Conte nel suo drammatico appello di aiuto, hanno "a cuore" primariamente il bene dell'Italia, collocata in Europa ed alleata naturalmente con gli USA di Biden e della NATO?

In attesa del voto di fiducia al Senato che avverrà solo in tarda serata, sembra ormai quasi scontato che il Conte Bis avrà solo una maggioranza relativa (155 voti il numero più gettonato) e non assoluta (161).

Prime due considerazioni.

1. Conte ha deciso di non rassegnare le dimissioni nonostante non si siano trovati (come avevamo anticipato in un altro articolo su l'AntiDiplomatico) costruttori dalle macerie che si accollassero pubblicamente la responsabilità della fase più difficile (e fallimentare) della gestione della Pandemia economica e quindi procederà sull'astensione del "nemico" Renzi.

2. La speranza di Conte, PD e 5 stelle è che, solo dopo, si possano stabilizzare i numeri della maggioranza con ulteriori "trattative".

Intanto si andrà avanti, azzoppati, ma senza standby dei dicasteri.

Usque tandem non si sa.

Ma, e qui sta l'elemento che forse è stato sottovalutato, Renzi ha vinto la prima mano, costringendo Conte a fare un appello disperato alle forze non sovraniste (smentendo la prima versione del governo gialloverde che non aveva timori a rispondere così alla domanda di Siri: “Ti senti populista?”, “Si”, e giù gli applausi scroscianti del pubblico del Carroccio), europeiste e atlantiste.

Appello raccolto in primis da quel Movimento 5 Stelle ormai perfettamente interscambiabile in bieco europeismo e fondamentalismo atlantista con il Pd. Se non è una vittoria di Renzi e di chi lo sostiene questa, esattamente cos'è? Se la principale forza di propulsione su cui un italiano su 3 aveva investito la sua fiducia per un cambiamento reale è diventata perfettamente interscambiabile con quella forza che in teoria doveva essere spazzata via, esattamente chi ha vinto la prima mano?

Conte, che sta dimostrando qualità di sopravvivenza politica da Prima Repubblica, ha avuto poca difficoltà a passare da Trump al nuovo sceriffo che si sta per insediare alla Casa Bianca. Il suo discorso alla Camera e al Senato è stato praticamente una cessione totale della sovranità nazionale pur di restare in piedi.

In pieno stile Pd, e quindi Renzi.

L'ex premier e ex segretario del Pd ha vinto perché ha dimostrato di essere ancora oggi l'ago della bilancia, indispensabile con la sua astinenza. E' rimasto vivo fino al giorno in cui a Washington si insedierà il nuovo rais che ha l'ultima parola sulle decine di bombe nucleari e installazioni militari presenti nel nostro territorio, nonché, come dimostra l'Obamagate, legato indissolubilmente e non solo politiccamente con i nuovi coinquilini della Casa Bianca. E' lui la persona di cui si fidano di più a Washington e questo da domani avrà un peso da non sottovalutrare. 

Con la sua astensione, Renzi continuerà a fare da quarta gamba al Governo, ma sfilandosi da qualsiasi responsabilità politica nella fase più difficile perché la crisi economica quella vera sta iniziando a mordere ora e i sussidi forniti dal governo stanno per scadere.  "Sono mesi che le chiediamo una svolta. La comunicazione per cui questo non e' il momento per aprire una crisi è passata. Ma noi pensiamo all'opposto che questo e' un kairos, un momento opportuno, ora o mai più. Ora ci giochiamo il futuro, non tra sei mesi", ha dichiarato Renzi nel suo intervento in Aula. L'ora coincide non a caso con un nuovo presidente degli Stati Uniti, oggi punto di riferimento di Conte e Movimento 5 Stelle, proni ad attaccare la Russia per l'arresto del blogger di estrema destra Navalny. Se non è una vittoria di Renzi e chi lo sostiene questa...

Agata Iacono

Agata Iacono

Sociologa e antropologa

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