Pino Arlacchi - Il nuovo ordine mondiale (che non ci sarà)

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di Pino Arlacchi

Roma, 24 aprile 2020


 Circola una retorica sensazionalista che vede la sindrome del Coronavirus come una svolta radicale della storia moderna: “il mondo non sarà più come prima”, “tempi eccezionali richiedono riposte eccezionali”, “siamo in guerra e dobbiamo comportarci di conseguenza”, eccetera.

    Ma la situazione attuale è davvero paragonabile a quella che ha portato, dopo la seconda guerra mondiale, ad una rifondazione del sistema internazionale? La mia risposta è netta: non ci sarà alcuna svolta epocale, ma una accelerazione di processi di trasformazione già in atto a livello globale da diversi decenni.  

     Basta confrontare gli eventi di questi giorni  - tra cui il flop del Consiglio Europeo di ieri sulle misure per finanziare gli sforzi anticiclici degli Stati membri - con il termine storico principale di riferimento della crisi attuale, che è il “momento Bretton Woods”. Parlo della Conferenza che stabilì le basi del modello di sviluppo dell’economia occidentale del dopoguerra. Le basi di quella che viene chiamata “l’ epoca d’oro” del capitalismo occidentale, inaugurata sul versante economico a Bretton Woods nel 1944,  e sul piano geopolitico a San Francisco l’ anno dopo con la creazione delle Nazioni Unite.

    Bretton Woods segna la nascita del modello di sviluppo seguito dai paesi occidentali fino al 1971, anno del divorzio del dollaro dall’ oro e dell’ inizio della fase neoliberista tramontata proprio in queste settimane assieme all’ egemonia americana.

     La conferenza di Bretton Woods fu dominata dalle idee di Lord Keynes e governata dai piani di governo mondiale della nuova potenza egemone:  gli Stati Uniti.

    I suoi pilastri furono due: il richiamo in vita del gold standard sotto forma di un sistema di pagamenti mondiali basato sulle riserve di oro e dollari detenute dal Tesoro USA, e la quasi completa eliminazione dalle dinamiche dell’ economia capitalistica dei movimenti internazionali di capitale e della finanza privata (“l’eutanasia del rentier” auspicata da Keynes).

    Bretton Woods inaugurò una larga ri-nazionalizzazione del capitalismo. Nei decenni successivi, in Europa, lo Stato nazionale prese in mano la situazione, e soppiantò progressivamente il settore privato nel controllo delle banche e delle imprese di settori strategici quali le telecomunicazioni, le grandi infrastrutture, l’ elettronica, la chimica, la produzione di energia.

   I “miracoli economici” dell’ Italia, del Giappone e degli altri paesi europei furono dovuti in buona parte al fatto che la finanza fu interamente messa al servizio non solo dell’ economia reale ma anche delle esigenze dello stato. Banche e fondi pensione vennero obbligate per legge a detenere il debito dei loro paesi. La “repressione finanziaria” di Bretton Woods portò ad una sensazionale riduzione del debito pubblico sia nei paesi occidentali che nel resto del mondo, passando dal 90% del PIL nel 1945 al minimo storico del 25% nel 1973.
    
 Da allora in poi, con l’avvento degli “anni di piombo” neoliberisti, è iniziata la risalita del debito in Occidente, tornato ai livelli del 1945. In breve, Bretton Woods prefigurò e realizzò un assetto di governo dei mercati finanziari che consentiva di ridurre il peso del debito pubblico, sopprimere speculazione e instabilità, trasformare i risparmi in investimenti produttivi. Ci si può meravigliare se il risultato finale fu la crescita economica più intensa, prolungata ed equilibrata della storia occidentale? Venticinque anni senza una sola crisi finanziaria?

La lezione di Bretton Woods è eloquente: la cabina di regia della crescita non sta nelle mani del mercato ma in quelle dello Stato. La stessa autorità pubblica che, su pressione popolare, iniziò a tessere in tutta Europa una rete di protezione sociale, anch’ essa senza precedenti. La spesa sociale europea passò dall’ 8% del PIL alla fine degli anni ’50 al 16% nel 1975, per poi venire in parte smantellata dalla controrivoluzione neoliberista.

   La Conferenza di Bretton Woods durò solo tre settimane. I 50 paesi che vi parteciparono ridisegnarono i caratteri di un nuovo ordine mondiale destinato a durare per un quarto di secolo.

     Paragonate questo evento ai calci dietro una lattina vuota che le istituzioni europee tirano giù per il pendìo da oltre un mese, e che proseguiranno fino al 2021. Così capirete se il mondo che ci aspetta si profila all’ altezza della sua retorica.

 Siamo in tempi eccezionali, evvero, ma tutto fa pensare che non ci saranno risposte eccezionali.
 

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