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Primarie dei Democratici USA: si ritira la Harris, l'Úlite arranca

 


Piccole Note


Kamala Harris si ritira dalle presidenziali. Una grave perdita per il partito democratico perché perde l’unica candidata di colore, particolare nefasto per un partito che da tempo si rivolge alla comunità afroamericana e che fa della lotta al razzismo una sua cifra politica.


Il fatto che ora i candidati alla presidenza siano “tutti bianchi” ha attirato commenti ironici e creato sconcerto (New York Times).


Più miliardari che persone di colore


Una ferita non solo all’immagine, ma all’essenza stessa di un partito che si dice progressista. Non solo, la caduta della Harris è stata giocoforza legata alla contemporanea candidatura del miliardario Michael Bloomberg (Piccolenote), con ulteriore danno di immagine.


A fare il velenoso collegamento è stata la stessa Harris nel suo messaggio di addio: “Non sono un miliardario. Non posso finanziare la mia campagna“. Lascito esplicito e pesante.


A rincarare la dose Cory Booker, primo senatore afroamericano del New Jersey, che con ironia ha fatto notare che alle presidenziali del 2020 i democratici hanno candidato più “miliardari che persone colore” (Politico).


La Harris e la Clinton


Detto questo, e al di là delle questioni di immagine che daranno argomenti ai loro avversari, va osservato che la Harris non era affatto la candidata di riferimento degli emarginati.


Forse non sarà stata la Hillary Clinton 2.0, come sostenuto da detrattori dentro e fuori il suo partito, ma è certo che ha avuto il supporto dei “clintoniani” (Observer).


D’altronde non ha nascosto la sua ammirazione per l’ex Segretario di Stato Usa quando ha twittato: “Hillary Clinton ha servito il nostro paese in maniera esemplare”. Twitt che ha attirato il subitaneo “grazie” dell’interessata, che peraltro non ha nascosto le sue simpatie la Harris.


Non solo, secondo Forbes, la Harris è stata la candidata che più ha attirato i fondi dei donatori miliardari.


L’ascesa di Bloomberg e la discesa della Harris


E forse è stata proprio la vicinanza alla Clinton la sua rovina, data la battaglia dell’ala radicale dei democratici, guidata da Elizabeth Warren e Bernie Sanders, per un rinnovamento del partito.


Semplicemente non aveva i voti, come avevamo accennato in una nota precedente. E la sua polemica finale contro i miliardari appare, più che una coraggiosa denuncia, un’excusatio non petita e, insieme, una velenosa recriminazione contro quei miliardari che l’hanno sedotta e abbandonata. Ora hanno Michael Bloomberg, candidato a sorpresa alla Casa Bianca. La Harris non serve più.


In realtà anche l’effetto Bloomberg inizia a sgonfiarsi. Nessuna cavalcata trionfale come preventivato al suo primo apparire sulla scena. Il suo status miliardario lo rende inviso a tanto elettorato.


Il ritorno della Clinton e lo spettro di Epstein


Date le difficoltà. l’establishement democratico sembra voler riproporre la sempiterna Hillary Clinton, che alcuni giorni fa ha anche accennato a tale possibilità.


Ma l’ex Segretario di Stato ha un handicap: è perseguitata dal caso Epstein, il milionario pedofilo che vantava tra i suoi accoliti il marito Bill, frequentazione sulla quale ha martellato la propaganda dei repubblicani.


Secondo nuove testimonianze rivelate dal DailyMail anche Hillary ha frequentato il ranch Zorro, isolata quanto sontuosa dimora ubicata in New Mexico, nel quale, secondo un reportage di New Republic, Epstein organizzava splendide feste per i suoi ricchissimi ospiti, di cui aveva contezza tutto il circondario dato che le luci della dimora oscuravano le stelle (e il cielo del New Mexico è noto per la sua limpidezza).


A legare i Clinton al caso Epstein anche il “quadro maledetto“, come lo definisce Vanity Fair, ritrovato nella villa di Manatthan del milionario, che ritrae Bill vestito da donna, con indosso un vestito che secondo VF rimanderebbe all’abito indossato da Hillary al Kennedy Center Honor del 2009.


Niente Superdelegati


Insomma, la corsa per Hillary sarebbe a ostacoli. Anche perché, peraltro, né lei né altri candidati dell’establishement potranno contare sull’appoggio dei Superdelegati, che nel 2016 risultarono decisivi (The Guardian: “Caro Partito
Democratico: è tempo di smettere di truccare le primarie
“).


La nomination del candidato alla Casa Bianca si decide alla Convention che conclude le primarie. Qui convengono i vari delegati che i singoli candidati si guadagnano attraverso il voto popolare.


Ma a questi, in passato, si sommavano i Superdelegati, indicati dal partito, il cui voto era libero. Rispondevano dunque all’establishement, tanto che nel 2016 erano praticamente tutti clintoniani.


Tale privilegio è stato abolito: i Superdelegati non voteranno alla Convention, ma potranno intervenire solo in seguito e in caso di contestazioni (Nbc). Un vantaggio per i radicali alla Sanders, che hanno voti popolari e non di establishement

Il Ranch Zorro, si vede bene a 1.47 min. dall’inizio (mancano gli interni, mai rivelati dall’inchiesta, ormai chiusa)

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