"Radio Gaza": il primo programma che lascia la parola interamente al popolo di Gaza
Vedi la prima puntata
Radio Gaza - cronache dalla Resistenza (Puntata 1 - video in alto)
Un programma di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue
In contatto diretto con il popolo di Gaza che resiste e che ha qualcosa da dire al mondo...
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di Michelangelo Severgnini
Siamo davvero felici di dare vita a questo programma. E ringraziamo da subito l’AntiDiplomatico che ci concede questo spazio. Insieme a Massimo Mazzucco è il solo canale in Italia ad aver ospitato finora la campagna “Apocalisse Gaza”, giunta oggi al suo 70° giorno.
Qualcuno si domanda perché nessun altro canale abbia condiviso questa campagna, salvo rarissimi trafiletti?
Le risposte le troveremo cammin facendo.
Eppure 1.044 donazioni hanno permesso di raccogliere fin qui 69.389 euro, 69.166 di questi già inviati a Gaza.
Il metodo attraverso cui questi soldi hanno raggiunto Gaza lo hanno spiegato gli stessi ragazzi della Striscia nei 4 episodi del film in progress, realizzati con i video girati con i loro telefonini a Gaza. Si trovano sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico con i titoli: “Una giornata a Gaza”, “Pentoloni per Gaza”, “Donne di Gaza” e “Lenticchie e acqua fresca per le retrovie di Gaza”.
Una breccia nel sistema finanziario della Striscia consente tramite PayPal di inviare direttamente soldi a Gaza che poi si trasformano in contanti freschi nel bel mezzo di un genocidio per acquistare cibo comunque disponibile sul mercato nero, benché a prezzi esorbitanti.
Insomma, tutti insieme qualcosa abbiamo fatto in questi due mesi. Centinaia di persone quasi quotidianamente hanno potuto mangiare o ricevere acqua potabile e medicine grazie ad uno sforzo di generosità enorme, ma che può ancora crescere. Ma soprattutto grazie al coraggio di un manipolo di giovani ragazzi palestinesi, che hanno raccolto la responsabilità di organizzare sul campo l’allestimento e la distribuzione.
Questo miracolo è il risultato di un approccio pragmatico e internazionalista, che è partito dal contatto diretto e si è organizzato sulla base delle precise indicazioni ricevute da Gaza. Metodo che noi sentiamo contrapposto a quello globalista, che al contrario pone al centro l’azione simbolica, quindi l’auto-referenzialità, e in definitiva accetta il fallimento come viatico necessario per chiudere la vicenda con lagne e lamentele, utili a creare consenso e a lasciare le cose così come sono.
Il nostro obiettivo pertanto non è creare l’evento plastico dell’Europeo che porta aiuti, quanto piuttosto mettere i Palestinesi nelle condizioni di aiutare se stessi.
Il metodo internazionalista inoltre schiude le porte ad un altro fenomeno: quello del giornalismo popolare, quello della comunicazione orizzontale, oggi possibile come mai grazie alla diffusione di internet e dei social.
Dal 7 ottobre ad oggi sono 240 i giornalisti uccisi a Gaza perché la verità non circoli, è vero ed è abominevole. Ma sul campo sono rimasti quasi 2 milioni di cittadini palestinesi, i quali non hanno meno cose da raccontare. E raccogliere la loro voce sarà ciò che cercheremo di fare.
<<Caro Michelangelo e cari amici donatori del caro popolo italiano. Vi parlo da una Gaza sotto assedio, dove viviamo tutti i giorni sotto un’indicibile pressione da parte dell’occupazione sionista. Ultimamente è stato ordinato agli ospedali nel Nord della Striscia di Gaza di muovere le proprie strumentazioni nel Sud. Un messaggio che ci infonde paura, come se fosse un avvertimento di ulteriori sofferenze e privazioni. Noi oggi viviamo tra le macerie, tra la paura dell'avvenire e la privazione delle cose più essenziali della vita. Ma nonostante ciò, resistiamo, aggrappati al nostro diritto di rimanere nella nostra terra. Al diritto dei nostri bambini di vivere con dignità. Le vostre donazioni non sono soltanto denaro, bensì vita e medicine per l'ammalato, un tozzo di pane per l'affamato, speranza per il bambino che cerca riparo. Voi, oggi, siete il nostro sostegno, voi siete la luce che dissipa un pò di questa oscurità. Da Gaza, dal cuore delle sofferenze, vi diciamo: voi siete i nostri fratelli. Voi siete parte della nostra causa, continuate con il vostro sostegno. Ogni euro da parte vostra è vita, coltivata tra le macerie e la morte. Un messaggio che dice: la coscienza umana non è morta. Vi ringraziamo dalla Gaza che resiste. Da un popolo che non ha dimenticato il vostro sostegno.
Un saluto, o voi che possedete ancora una coscienza. A Gaza, ogni giorno che passa è una nuova prova di pazienza e volontà di vivere. Viviamo in una Terra alle strette, sotto assedio, ma nonostante le ferite, germoglia di vita e dignità. Le case che sono state distrutte, le scuole che sono state chiuse, gli ospedali privi di ogni struttura. Sono tutte prove di una sofferenza inimmaginabile. I bambini di Gaza hanno sogni semplici. Cose che il mondo può considerare parte della normalità. Come un bicchiere d'acqua fresca, o una notte tranquilla senza il rumore delle bombe, oppure giocare per strada in sicurezza, senza la paura dei bombardamenti, o dei proiettili. State costruendo con noi un ponte di fratellanza, tra Gaza e l'Italia. Un ponte che non è stato distrutto dalla guerra e dall'assedio. Un ponte eretto sul vero Amore e l'Umanità. Fino a quando la vita non tornerà nelle strade di Gaza, fino a quando le case non verrano ricostruite, i vostri nomi rimarranno scolpiti nei nostri cuori, perché avete scelto di stare con noi nei momenti più duri>>.
Durante una recente intervista radiofonica, Orit Strook, ministro israeliano degli Insediamenti e membro del gabinetto di sicurezza, ha dichiarato che avrebbe votato a favore della continuazione della guerra a Gaza, anche se ciò avesse portato all'uccisione dei prigionieri israeliani.
Non sappiamo se i giornali italiani abbiano letto questa notizia e se siano ancora in grado di esercitare liberamente il pensiero critico, ma questa notizia significa una sola cosa: non è il ritorno degli ostaggi l’obiettivo di Israele e nemmeno lo è mai stato.
Partendo da questa scoperta, il primo obiettivo di Israele è dunque, oggi come sempre, l’annichilamento della Resistenza palestinese.
Ma la Resistenza non è una cellula, non è nemmeno un’organizzazione. Non è una sigla e non è nemmeno Hamas, se vogliamo dirla tutta. La Resistenza è un sentimento che non si estirpa dai cuori delle persone nemmeno con mille migliaia di bombe.
Nell’eterna lotta tra oppressi e oppressori, la Resistenza si comporta come un corpo immerso in un fluido, secondo il principio di Archimede: più c’è oppressione, più ci sarà Resistenza.
<<Riguardo alla situazione sanitaria e umanitaria che viviamo nella Striscia di Gaza, può essere definita come crisi umanitaria. Non è una crisi descrivibile con numeri o relazioni E' una vita di sofferenza che viviamo quotidianamente. I bambini deperiscono di fronte ai nostri occhi.
Le loro ossa sono prominenti. La fame colpisce, nel vero senso del termine, la Striscia di Gaza. Dagli inizi di Agosto 133 persone tra cui 25 bambini sono morti per malnutrizione. Anche i feriti sono deperiti. Incapaci di guarire. La maggior parte delle famiglie di Gaza possono contare su un solo pasto al giorno, se mai lo trovano. Metà degli ospedali sono fermi, oppure sono al loro limite. Hanno finito il combustibile e i medicinali. Il 95% degli abitanti è senza acqua potabile e gli impianti di desalinizzazione sono ridotti in macerie o sono rimasti senza elettricità. Noi non stiamo solamente in una crisi, ma in una catastrofe totale. Un evidente carestia, migliaia di morti per fame, il collasso della sanità e degli impianti idrici.
La situazione economica di Gaza è in totale collasso. Le attività (economiche) sono ridotte al minimo indispensabile. Il lavoro è quasi inesistente, la gente si affida agli aiuti umanitari per sopravvivere. Si affidano agli ospizi, oppure all'assistenza fornita da iniziative organizzate da donatori.
La povertà è diventata una condizione che riguarda tutti. Ad esempio: l'agricoltura che era il pilastro dell'economia e che dava lavoro a migliaia di famiglie è stata gravemente danneggiata. Il commercio è interrotto dal blocco in corso e la distruzione diffusa.
Le infrastrutture economiche e commerciali sono collassate. Siamo stanchi dell'avidità dei commercianti. L'amarezza della fame, della brutalità dell'occupazione, dei piani di sfollamento forzato.
Un immagine delle difficoltà e le sofferenze che stiamo vivendo nella Striscia di Gaza è la situazione degli accampamenti. Sono passati due anni e noi viviamo ancora nelle tende, che sono diventate, nel vero senso del termine, inabitabili. Non ci si può abitare. Le tende sono solo un cumulo di stracci, non proteggono dal freddo, dalla pioggia e nemmeno dalla calura estiva. Molte tende sono piantate su terreni fangosi, piene di fango. Molte tende sono piantate sulla spiaggia. Molte tende sono piantate su un cumulo di pietre, molte tende sono piantate sui marciapiedi, senza finestre, senza porte. Queste tende non sono in grado di proteggerci dagli attacchi del nemico, dagli attacchi aerei, dagli attacchi navali. Tante tende costruite nelle spiagge sono state colpite dagli spari delle motovedette. Molte tende sono state colpite dalle schegge dei bombardamenti. Tante malattie si sono diffuse all'interno di questi accampamenti. Malattie respiratorie, malattie cutanee, acne, eruzioni cutanee, sono molto diffuse tra i bambini e gli anziani. Crisi respiratorie. Insomma, atroci sofferenze. L'immagine di queste sofferenze è l'esistenza in queste tende. La vita nelle tende è insopportabile. Ma nonostante tutte queste sofferenze, queste difficoltà, abbiamo comunque fede, pazienza, saldezza. Stiamo pagando il prezzo di questa pazienza e di questa saldezza con i martiri, feriti, imprigionamenti continui, sfollamenti e non sappiamo se il destino ci permetterà di vivere o se la nostra vita finirà come quella di tanti martiri>>.
Dal 7 ottobre in poi in Occidente è diventato necessario professare distinzione tra anti-semitismo e anti-sionismo, pena l’esclusione dal consesso civile. E nemmeno sempre funziona. Tuttavia qualcuno di recente ci ha chiesto come mai i ragazzi a Gaza usino la parola “Jahud” per indicare gli Israeliani, da noi correttamente tradotta “Ebrei”. Ma come, dunque a Gaza non distinguono, dunque sono anti-semiti? Difficile che lo siano. I Palestinesi in quanto Arabi sono un popolo semita. Però nella lingua Araba non si fa distinzione tra Ebrei e Israeliani. Non c’è questa ossessione, quanto meno. Perché secondo il Corano, il regno di Israele è esistito ed era il regno degli Ebrei. Qualche migliaio di anni fa. E da allora c’è sempre stato spazio per gli Ebrei nella terra del Levante. E’ Israele il problema. E’ questo avamposto militare anglo-americano-sionista chiamato Stato di Israele il problema. E di conseguenza quegli Ebrei che lo hanno avallato, importando il paradigma europeo di nazione su base etnica in una regione multietnica da millenni, tradendo così lo spirito del Levante.
<<Che la pace sia su di te amico mio : li chiamiamo Ebrei perché è cosi che li descrive il Corano. Gli ebrei sono definiti '' i figli di Israele ‘'>>.
All’inizio di questa campagna abbiamo usato spesso il termine “Genocidio”. In questo assurdo dibattito semantico, ci siamo schierati senza esitazioni tra coloro che rivendicavano l’utilizzo di questo termine di fronte al negazionismo dei canali ufficiali occidentali.
Tuttavia ad un certo punto abbiamo deciso di dismettere questo termine. Perché in oltre 2 mesi di quotidiani messaggi con Gaza non abbiamo mai sentito l’espressione “Ibadah Jamahya”, genocidio in Arabo appunto. Abbiamo sentito piuttosto “Harb”, guerra, oppure “Tahjir”, sfollamento e soprattutto abbiamo sentito la parola “Muqawama”: Resistenza.
Allora ci siamo interrogati su questo fenomeno.
A noi le disquisizioni linguistiche in punta di diritto interessano poco. Però ci preoccupa l’orizzonte prospettico in cui la parola “genocidio” catapulta le menti degli spettatori occidentali.
“Genocidio”, infatti, è un termine definitivo. Se c’è genocidio, non può esserci vittoria. Di fronte a un genocidio siamo tutti impotenti. Se c’è un genocidio, la storia è già finita.
Forse è questo il motivo per cui i Palestinesi a Gaza non usano la parola genocidio. Perché per loro la storia non è finita e perché nonostante tutto la vittoria è ancora possibile. E l’impotenza è il sentimento di chi non sa come fare, ma non gli cambia poi molto.
Gaza non è una spianata. Gaza è una fortezza ancora inespugnata. Il 25% del suo territorio, al di là della propaganda sionista, è ancora in mano alla Resistenza. E tutto il suo popolo si sta stringendo intorno ad essa.
<<Io non faccio parte del ramo militare affinché possa rispondere a questa domanda. Non ci sono forniture o attrezzature militari, ecc. Le armi che usano i resistenti, sono armi semplici che possono essere riparate grazie alla propria esperienza militare o istruzione accademica. Come le bombe, armi semplici.>>
<< Riguardo alla seconda domanda amico mio: Hamas possiede una quantità di armi tale da poter affrontare una guerra per cinque anni consecutivi. Amico mio, volevo dire che le costruiscono. Costruiscono armi>>.
Affrontare la Marina militare più armata e addestrata al mondo con un peschereccio disarmato non è un’azione nonviolenta: è una mancanza di buon senso.
Gettare dalla finestra milioni di euro, altrettanto.
Fare la fortuna dei compratori d’asta israeliani che acquisteranno a poco prezzo le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla confiscate da Israele, altrettanto.
Sul sito dell’iniziativa leggiamo che siano stati raccolti un milione e mezzo di euro di donazioni, ma forse saranno anche di più.
Far mangiare un bambino a Gaza oggi costa 50 euro al giorno.
Significa che con gli stessi soldi raccolti e sprecati da questa iniziativa, potevano mangiare 30 mila bambini a Gaza, almeno per un giorno e senza rischi. Ed è pertanto uno spreco immorale.
Per farla breve: la casalinga di Voghera che invia 50 euro ad una madre Gazawi dà più risultati che un pugno di sofisticati attivisti politici internazionali e la loro costosa operazione mediatica.
Noi la pensiamo così.
Ma del resto questa storia sappiamo già come va a finire.
Forse i più lo ignorano, ma 7 anni fa ci siamo trovati in una situazione analoga. Anzi, identica.
Allora il programma si chiamava “Exodus-fuga dalla Libia”, da cui fu poi realizzato il film “L’Urlo”. Allora erano i migranti-schiavi in Libia a mandare messaggi vocali, anche da dentro i centri di detenzione.
Come in “Radio Gaza”, era possibile sentire direttamente dalla loro voce i loro pensieri e le loro richieste. Come andò a finire? Che i primi accaniti censori di quei messaggi furono proprio quelle Ong che pretendono di salvare questi ragazzi in mare.
E allora, non ci sorprendiamo di tutta questa censura in questi mesi.
Le reti pro-Pal che sostengo le operazioni della Flotilla coincidono con le reti delle Ong, e se c’è qualcuno che è cascato inavvertitamente nella rete sbagliata farebbe bene a darsene conto.
Sappiamo benissimo che la censura continuerà, senza scampo, a dispetto dei soldi raccolti e inviati a Gaza.
Ma noi non vendiamo narrazioni. Tutt’al più le raccogliamo così come sono là dove il nostro ascolto si dovrebbe rivolgere, tra le persone vere sul campo.
<<Quello che volevo dire è che la flottiglia proveniente dall'Italia o da un altro paese terzo, saranno sequestrata dagli £brei. Il popolo di Gaza non trae alcun beneficio da queste flottiglie. La gente dona e tutto il loro denaro raccolto alla fine dove andrà finire? Se ne impossesseranno gli ebrei, e a noi non rimarrà nulla. E' tutto inutile, la gente raccoglie un sacco di soldi per una Freedom Flotilla, o una qualsiasi altra flottiglia, che una volta in mare, sarà confiscata dagli Ebrei. E' meglio mandare denaro alla gente per comprarsi da mangiare piuttosto che organizzare una flottiglia>>.
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E’ disponibile la prima puntata di Radio Gaza, pubblicata giovedì 28 agosto alle 18 sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico.
Primo di un appuntamento settimanale che ospiterà ogni giovedì alle 18 i messaggi vocali inviati dai Palestinesi a Gaza.
(VIDEO IN ALTO)
Radio Gaza è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.
La campagna “Apocalisse Gaza”, da cui nasce il programma e giunta al 70° giorno, ha raccolto fin qui 69.389 ricevuti da 1.044 donazioni. Di questi 69.166 sono già stati inviati a Gaza.
Per le donazioni: https://paypal.me/