REPORTAGE. Benvenuti tra i dannati: benvenuti ad Idomeni

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L'AntiDiplomatico - Idomeni

 
La partenza arriva inaspettata. Poco tempo per decidere, per preparasi. Molto tempo, durante il viaggio, per pensare.

Cosa ci aspetta? Come ci accoglieranno gli ultimi tra gli ultimi, confinati ad Idomeni per le politiche scellerate dei nostri governi? Emozione, tanta. Insicurezza. Sarò in grado di far capire a questi esseri umani che non tutti siamo come pensano? Che non siamo così come ci vedono?

Decido di affidarmi all'istinto. 

Sulla strada per Idomeni, incontriamo un altro campo, EKO, che ci diranno poi essere gestito dall'UNCHR. Scopriremo che esistono campi militari, in cui i profughi vengono attirati con la promessa di una vita migliore. Promessa che è un inganno. Sebbene ci vorrebbe davvero poco a rendere migliore la vita di queste persone, in realtà si fa di tutto per peggiorarla, per scoraggiarli e fare in modo che tornino indietro. 




Delle 12.000 persone di cui la stampa parlava, ad Idomeni ne son rimaste circa 7.000. Molti son tornati davvero indietro, altri cercano di passare la frontiera, clandestinamente, di notte, da soli o affidandosi a "scafisti da terra", tassisti e traffichini che, dietro pagamento di ingenti somme, procurano loro documenti falsi. Se siano arrivati o meno a destinazione, non è dato sapere.

Idomeni è una sconfinata distesa di terra, polvere, tende, dannati privati di tutto. Vediamo bimbi sporchi al'inverosimile, madri disperate, padri senza più dignità. Nel campo circolano zecche e pidocchi. E non è ancora estate. Vediamo anche bimbi più curati, puliti, le faccine arrossate dal sole. Si lasciano avvicinare, forse ancora fiduciosi, nonostante tutto. Ed io spero che sapranno dimenticare in che modo li stiamo trattando, sogno per loro il futuro che ogni madre sognerebbe per i suoi figli. Quei bambini sono figli nostri, figli che siamo tradendo, maltrattando, fisicamente e psicologicamente. Stiamo violentando le loro anime.



Il fetore ci avvolge, soprattutto a ridosso dei bagni chimici, in condizioni inenarrabili. Molte famiglie vivono all'aperto, sia perché il vento di pochi giorni prima ha spazzato via molte tende, sia perché alcuni non le hanno ancora ricevute.

L'UNCHR ne ha donate alcune, solo alcune, riconoscibili perché bianche. Non vedrò mai nessun loro rappresentante in giro per il campo a chiedere ai profughi se han bisogno di qualcosa. 



Medici senza Frontiere si occupa di fornire assistenza di primo soccorso, ma non può accettare donazioni, nemmeno di farmaci. Il dottore cui ci rivolgiamo si scusa, ci dice che non comprende, ma che questi sono gli ordini.
I Bomberos, associazione spagnola, svolgono assistenza medica di base.

Over the Fortress e Hope for Children, associazioni italiane, sono le uniche presenti in mezzo ai profughi. I ragazzi, volontari, a loro spese, vivono anch'essi in tende, in mezzo ai profughi. Persone splendide, dal cuore enorme. Si adoperano per migliorare le condizioni, anche psicologiche, degli abitanti del campo. Costruiscono docce, hanno installato un Internet Point, hanno in mente di creare una sorta di Beauty Center per le donne. Non li ho mai sentiti lamentarsi. Son diventati profughi tra i profughi, sebbene loro possono tornare a casa quando vogliono. Già, a casa. Loro hanno ancora una casa. I tanti siriani, iracheni, afghani, pakistani, e tutte le minoranze presenti nel campo, non hanno più una casa. Non hanno più nulla. 



Vediamo due anziani siriani malati, non possono mangiare, ma rifiutano gli omogeneizzati. Vediamo una bambina di pochi giorni nata al campo, la cui madre non riesce ad allattare, perché non si nutre a sufficienza. Vediamo una giovane coppia, la moglie incinta. Il marito ci dice che partorirà tra 20 giorni. Ringrazia quando portiamo loro un po' del cibo raccolto. Vediamo una famiglia palestinese di Gaza, sono stupiti quando dico loro che ci sono stata. Vedono il braccialetto con i colori della bandiera palestinese al mio polso ed uno dei figli mi chiede di regalarglielo. Lo sfilo, lo bacio e glielo do. La madre sorride. Finalmente. 

Due siriani, padre e figlio, chiedono di essere caricati nel nostro furgone e di essere portati in Italia. A malincuore, diciamo di no. I controlli della polizia greca sugli internazionali sono serratissimi. Ringraziano, e vanno via.

Un'altra famiglia, mi dà in braccio un neonato, due o tre mesi. Mi dicono che è il sesto figlio di una donna bellissima e giovanissima. Sorridono e mi chiedono di portarlo via con me. Lo riconsegno alla madre. Ancora adesso non saprei dire se scherzavano o meno.



Non sono in grado di descrivere le emozioni di quei pochi giorni, non sono in grado di dire se ho provato più dolore nel vedere genitori pregarci per avere cibo, sebbene esistano ormai quattro punti di distribuzione, o i bambini che ci seguivano. Nessuna retorica, solo oggettiva constatazione che lì, all'inferno, nessuno ride con gli occhi.

Un gruppo di ragazzine mi ferma, vogliono una foto, si mettono in posa da modelle, scherzo anch'io. Poi guardo la foto. Gli occhi di quelle ragazzine sono vuoti, spenti, nonostante le pose, nonostante i sorrisi sui loro volti. 

Riesco solo a vergognarmi, a dire a quei pochi che mi possono comprendere che noi siamo contro i nostri governi, contro gli accordi economici, che l'Europa è dei cittadini europei, che per noi loro sono benvenuti. Ma sento qualcosa di stonato, nelle mie parole. Sembrano infarcite di retorica. Sembrano false. Se fossi costretta a vivere lì, ad elemosinare una tenda, una bottiglia di latte, un pacco di biscotti, io penserei che chi mi offre il suo benvenuto è un bugiardo.
 
Sanno, o forse no, che il governo greco ha intenzione di sgomberare il campo entro la fine di aprile. Vedono la recinzione di filo spinato che li separa dalla Macedonia, dalla libertà, dalla ricerca di una vita migliore. Sanno, o forse no, che la civilissima Europa, in testa i paesi del nord, sta espellendo tanti altri rifugiati, che sta innalzando muri. Hanno capito che non riusciranno ad andare in Germania, non legalmente. Forse per questo motivo hanno gli sguardi vuoti. Occhi che non dimenticherò mai.

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