Russia in disintegrazione? Putin traballa? Tutte le sentenze (sbagliate) dell'occidente

Russia in disintegrazione? Putin traballa? Tutte le sentenze (sbagliate) dell'occidente

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di Clara Statello per l'AntiDiplomatico 

 

Queste frenetiche 36 ore culminate nella cosiddetta "marcia della giustizia", con una colonna di migliaia di uomini della PMC Wagner diretti su Mosca, si sono concluse con un risultato imprevisto: un accordo tra Evgene Prigozhin e il Cremlino, mediato dal presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko. 

Gli osservatori occidentali hanno emesso sbrigativamente (e forse scioccamente) la loro sentenza: Putin ha subito un colpo mortale, è emersa la fragilità della Russia e il popolo si è diviso. Lo affermano diversi ufficiali statunitensi, come l’ex capo delle operazioni della CIA in Russia, Steve All, il generale Peter Zwak e l’Institute for the Study of War. 

Una rapida considerazione dei fatti finora emersi mostrerà come queste dichiarazioni appartengano alla categoria del wishful thinking o al massimo della propaganda stelle e strisce. Putin è riuscito a risolvere in meno di un giorno un’insurrezione che poteva sfociare in un colpo di stato, senza versare una goccia di sangue dei civili, senza grosse perdite di uomini ed equipaggiamento. Mantiene i suoi ministri ed il suo Stato Maggiore, si libera di un cavallo pazzo come Prigozhin, riuscendo a salvare l’onorabilità della Wagner con il riconoscimento pubblico dei suoi “meriti” sul campo di battaglia.

Questo risultato è stato raggiunto senza la mediazione di Paesi NATO o legati all’Occidente e mettendo apparentemente all’angolo il partito dei falchi, che probabilmente pregustava la disposizione della legge marziale e una nuova chiamata di mobilitazioni, per far fronte all’indebolimento delle retrovie occupate dall’”Orchestra”.

Davanti a questa crisi abbiamo visto forgiarsi un fronte eterogeneo che va dal Patriarca Kirrill al capo del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Zyuganov, dai corrispondenti e Z blogger ipercritici di Shoigu all’ex comandante delle milizie popolari Igor Strelkov, ormai da anni all’opposizione di Putin, da Dmitry Medveded a Ramzan Kadyrov.

La società russa ha risposto con la solita unità fondata sul patriottismo, che unisce eredi dei “grandi russi”, dei comunisti e degli antifascisti nella lotta al nazismo di Kiev e alla minaccia NATO. 

Infine, occorre sottolineare come l’unica destabilizzazione in trent’anni di governo Putin arrivi da un ultranazionalista che ha sollevato i suoi uomini in nome della Patria, per vincere la guerra contro i nemici del mondo russo. Non proviene certo dai vari Navalny e dissidenti liberal che l’occidente di volta in volta proclama “leader dell’opposizione al dittatore Putin”. Questo sembra essere un bello smacco per i promoter del “mondo libero”. 

Cerchiamo di capire punto per punto in che modo è stata risolta l’insurrezione della Wagner, una rivolta che avrebbe potuto sfociare in una guerra civile, provocando lo sfaldamento delle truppe sul fronte, il collasso della Federazione Russa e persino un colpo di Stato in Bielorussia. 

 

L’accordo mediato da Lukashenko


Verso le 19.30 ore italiane, a poco più di 12 ore dall’irruzione della compagnia Wagner nel quartier generale del distretto militare meridionale di Rostov, dove partono gli ordini per l’Operazione militare speciale, dall’Ufficio stampa del Presidente della Bielorussia viene comunicato il raggiungimento di un accordo per il ritiro della colonna in marcia su Mosca. 

“Evgeny Prigozhin ha accettato la proposta del Presidente Alexander Lukashenko di fermare la marcia degli uomini armati del gruppo Wagner sul territorio russo e di compiere ulteriori passi per de-escalare le tensioni”, si legge nel comunicato.

I colloqui sono durati tutto il giorno ed hanno prodotto “un'opzione assolutamente vantaggiosa e accettabile per risolvere la situazione, con garanzie di sicurezza per i soldati del gruppo Wagner”. 
Dopo circa due ore, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov è andato in TV a spiegare i principali punti dell’accordo. Quelli al momento noti sono: 

1. Archiviazione dei procedimenti penali contro Prigozhin (aperti la sera prima da FSB e procuratore generale). Il capo dei ribelli si trasferirà in Bielorussia e lavorerà lì. I suoi compiti non sono stati specificati. La sua incolumità è garantita da Putin in persona. 


2. I combattenti del PMC "Wagner" che non hanno preso parte alla "campagna" di Prigozhin a Rostov e Mosca firmeranno contratti con il Ministero della Difesa della Federazione Russa.


3. I combattenti di PMC "Wagner" non saranno perseguitati in base ai loro meriti al fronte. “Abbiamo sempre rispettato le loro imprese”, aggiunge Peskov.


4. Durante i negoziati non sono stati discussi cambiamenti di personale nel ministero della Difesa russo, pertanto Shoigu e Gerasimov restano almeno per ora al loro posto. 

Peskov ha aggiunto che gli avvenimenti di ieri non influenzeranno la situazione sul campo di battaglia e Putin non farà nuovi discorsi nel prossimo futuro.

Pertanto la vicenda è chiusa. 

In tarda serata sono giunte da Rostov le immagini dei “musicisti” che lasciavano la città fra gli applausi degli abitanti e le bandiere russe e della Wagner, probabilmente di ritorno alle loro postazioni in LNR, da San Pietroburgo i fuochi di artificio della festa dei maturandi Alye Parusa, celebrata grazie alla revoca del regime antiterroristico. 

Si tratta di una vittoria a tutto tondo del Cremlino, che non cede alle richieste dei ribelli e riesce a sedare una dolorosa rivolta senza spargimenti di sangue, ricorrendo al più stretto alleato: Aleksandr Lukashenko. 

Il capo della Wagner aveva messo la sua colonna di combattenti in marcia su Mosca per deporre il ministro della Difesa, Sergey Shoigu, e il capo di Stato maggiore, il generale Valery Gerasimov. Stando alle parole di Peskov, questo non accadrà.

L’avventura degli ammutinati si è risolta con un salvacondotto per Prigozhin. L’esilio lo salva da una pena carceraria dai 12 ai 20 anni. I wagneriti vengono riabilitati per “meriti di guerra” e continueranno ad essere gli eroi di Artyomovsk. 

La mattina Putin li aveva chiamati traditori, promettendo una repressione dura contro chi mina l’integrità della Russia. Questo sostanzialmente è l’unico punto su cui il Cremlino ha ritrattato. C’è da pensare che l’abbia fatto perché sarebbe stato inaccettabile per la popolazione vedere versare il sangue russo in Madrepatria. 

I combattenti della Wagner che non hanno partecipato alla rivolta, verranno integrati nell’esercito russo con un regolare contratto. Una vittoria per Shoigu che due settimane fa aveva emesso l’ordine di mettere sotto il controllo del Ministero della Difesa tutte le compagnie militari private, con un contratto da firmare entro il primo luglio. 


La gestione del Cremlino


L’insurrezione non ha mostrato grosse fratture all’interno dell’estabilishment russo, che al contrario ne esce rafforzato, nonostante l’evidente incapacità di prevedere l’escalation di tensioni con il curatore della Wagner. La rivolta è stata sedata pacificamente, senza un significativo confronto di fuoco tra i due eserciti, senza conseguenze sui civili e soprattutto senza indebolire il fronte di guerra. 

Prigozhin puntava sulla sua fama e sulla popolarità dei suoi guerrieri nell’immaginario popolare. Putin ha prevalso contando su due elementi fondamentali: la tenuta delle truppe al fronte ed il terrore della dissoluzione della Federazione Russa, percepito trasversalmente dal popolo. E’ chiaro che solo una sconfitta sul fronte potrà destabilizzare il suo governo.

Tuttavia la sollevazione ha rischiato di trasformarsi in un colpo di Stato che avrebbe potuto sfociare nel caos della guerra civile e nello smembramento della Federazione Russa.   

Per questo nella tarda serata di venerdì i generali Surovikin e Alekseev avevano rivolto un accorato appello agli insorti. Per questo il Cremlino non ha risposto con la forza brutale. Per questo l’Occidente è rimasto ad osservare, arrivando a “tifare” apertamente per chi definiva Prigozhin un “macellaio” solo il giorno prima. 


Lo smacco per la junta di Kiev e l’Occidente


Attorno a Prigozhin si è aggregata una tifoseria ridicola ed imbarazzante. La cialtroneria delle autorità ucraine Kiev può essere sintetizzata dalle pubblicazioni social di due dei maggiori esponenti dell’entourage di Zelensky. 
Prima dell’accordo mediato da Lukashenko, il ministro degli Esteri Kuleba, affermava: "Prigozhin si è ribellato contro l'intera macchina dello stato russo. Qualsiasi ribellione, qualsiasi problema che sorga dietro le linee nemiche è nel nostro interesse". 

Dopo l’accordo, il consigliere capo di Zelensky, Mikhailo Podolyak, ha esternato su Twitter la propria delusione nei confronti della fallita insurrezione: “La scelta fenomenale di Prigozhin... Hai quasi annullato Putin, hai preso il controllo del governo centrale, sei arrivato a Mosca e improvvisamente... ti sei ritirato”.

E’ singolare come queste due massime cariche della junta di Kiev non riescano a capire una cosa abbastanza semplice: più sostengono Prigozhin, più rafforzano Putin. 

L’intero occidente ha mostrato interesse nei confronti di un nuovo scenario che una guerra civile avrebbe potuto configurare e diversi leader e personalità dei vari Paesi NATO hanno detto di restare in “osservazione”. Non solum sed etiam: il neonazista Denis Nikitin, leader del Corpo Volontari Russi che combatter per Kiev, ha chiamato all’azione i suoi sostenitori in territorio russo.

 Subito dopo il reggimento Kalinouski di dissidenti bielorussi ha lanciato un appello per lasciare il campo di battaglia in Ucraina e recarsi in Bielorussia per deporre Lukashenko.

Questo scenario era stato previsto dall’ex viceministro della Difesa polacco, il generale Skrzyczak, che aveva dichiarato: “la Polonia si prepara ad un colpo di Stato in Bielorussia, perché ciò accadrà”.

Parlava esattamente del ritorno in Patria dei battaglioni dissidenti in caso di successo della controffensiva. Lo stato dall’allerta delle truppe disposto ieri da Varsavia, sembrava rendere concreta questa ipotesi, se fosse scoppiata la guerra civile in Russia. 

Appare dunque come concreto il rischio che l’avventura di Prigozhin potesse concludersi con la distruzione delle due roccaforti del mondo postsovietico. Questo scenario non si è realizzato grazie ai negoziati mediati proprio da Lukashenko, che da ora in poi aumenterà il suo prestigio nel mondo russo. Non si è realizzato perché le previsioni del crollo del Cremlino non si sono avverate, perché il popolo russo non si è diviso, con grande smacco per l’Occidente che è rimasto a guardare qualcosa che probabilmente non ha neanche capito. 

Le immagini degli abitanti di Rostov che in tarda notte salutano i “musicisti”, tra canti e bandiere della Wagner e della Russia, mostrano il gap tra le speranze dell’Occidente e i fatti reali. Nessun esaltato travestito da pellerossa o vikingo ha fatto irruzione alla Duma. Non si può dire la stessa cosa per Capitol Hill.

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