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Sul “North Stream 2” il nervosismo ucraino e il confronto Berlino-Washington

 



di Fabrizio Poggi

 

Più si avvicina il 2019, anno in cui dovrebbe entrare in funzione il nuovo gasdotto “North Stream 2”, dalla costa russa (Vyborg), attraverso i fondali del mar Baltico, fino alla Germania (Greifswald, nel Land di Mecklenburg-Vorpommern) e più si fanno nervose le sparate dei suoi principali avversari: soprattutto USA e Ucraina, seguiti a ruota da Polonia e Paesi baltici. Sull'adesione o meno al progetto è possibile misurare anche il grado di autonomia dei diversi paesi europei dagli Stati Uniti e, all'interno della UE, il peso di ciascun membro. Non a caso, la Germania è sinora uno dei più decisi sostenitori del gasdotto.
 

Di contro, Petro Porošenko ha definito il “North Stream 2” - capacità totale: 55 miliardi di metri cubi di gas all'anno - “la fine dell'Europa”. In un'intervento sul Frankfurter Allgemein ha detto che la costruzione del nuovo gasdotto non è che un “progetto puramente geopolitico del Cremlino, che mira soltanto a rompere l'unità d'Europa e, in fin dei conti, a distruggerla. Questa è sempre stata l'ideologia della politica energetica del Cremlino”. Non appena l'opera comincerà a portare il gas russo, aggirando l'Europa orientale e l'Ucraina, ha detto ancora il primo golpista ucraino, Mosca darà avvio a “un attacco ancora più aspro” ai valori europei; l'Europa ha oggi “due opzioni: sostenere coloro che vogliono unirsi all'Europa, oppure costruire un gasdotto del tutto inutile, che la collegherà a un paese che apertamente la dispregia".
 

L'opposizione alla sua realizzazione, tanto ucraina che statunitense, nonostante le affermazioni “ideologiche” degli oligarchi golpisti, nasce da interessi di carattere principalmente lucrativo: Kiev – al pari di Polonia, Bielorussia e Paesi baltici - rischia infatti di perdere gli odierni introiti dal transito dei prodotti energetici russi. D'altro canto, Washington punta a vendere all'Europa il proprio gas naturale liquefatto. L'ucraina “Naftogaz” - per cui si erano scontrati a suo tempo, anche a suon di pallottole, i clan di Igor Kolomojskij e di Petro Porošenko – valuta le eventuali perdite per Kiev dal “North Stream 2” in circa il 3% del PIL e il Primo ministro putschista, Vladimir Grojsman, ne prospetta ovviamente gli effetti deleterei per la stessa Europa. In risposta, il Ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, ha tenuto a rassicurarlo che il nuovo gasdotto non porterà alla dipendenza dell'Europa dalla Russia.
 

Lo stesso Vladimir Putin, nell'incontro con Angela Merkel, lo scorso 18 maggio, aveva sottolineato che un'opzione economicamente fondata per continuare il transito del gas russo attraverso l'Ucraina, anche dopo l'entrata in funzione del "North Stream 2", può essere trovata attraverso seri negoziati tra Kiev e Mosca, purché l'Ucraina sia disposta a trattare. Un mese prima, Donald Trump aveva detto più o meno il contrario alla Merkel, per farla desistere dal progetto, in cambio di un nuovo accordo commerciale USA-UE, in particolare sulle quote per acciaio e alluminio.
 

Quello che può considerarsi il primo passo verso il consenso generale tedesco al progetto, era arrivato già alla fine dello scorso anno: il Ministero per l'energia del Land di Mecklenburg-Vorpommern (punto d'approdo della parte sottomarina del gasdotto) aveva confermato il permesso per la costruzione sulla piattaforma continentale della Germania.  Dei paesi di cui deve attraversare acque territoriali e zone economiche esclusive, “Gazprom” ha finora ottenuto disco verde da Berlino e Helsinki, mentre è atteso quello di Mosca, Stoccolma e Copenhagen; consultazioni sono tuttora in corso con Polonia e Paesi baltici. Nel marzo scorso, Klaus Schäfer, CEO della tedesca “Uniper” (partner di “Gazprom” insieme a “OMV” e “Winteshall”), aveva ribadito che il “North Stream 2” è necessario per evitare interruzioni alle forniture di gas: “l'estrazione di gas in Europa andrà via via riducendosi” aveva detto Schäfer, “mentre si attende una crescita della domanda”.
 

Di tutt'altro avviso, naturalmente, a Washington, dove promettono di fare di tutto per ostacolare il progetto che, come ha ribadito il Segretario di stato Mike Pompeo, mette in pericolo la sicurezza energetica europea e le riforme (!?) ucraine.

Rincarando la dose, Wess Mitchell (che in qualità di assistente del Segretario di stato per Europa e Eurasia, ha preso il posto, da destra, di Victoria Nuland - “e ho detto tutto!”, esclamerebbe Peppino De Filippo), ha dichiarato che il nuovo gasdotto è “un progetto irragionevole" e "non è nell'interesse dell'Europa”; ma, soprattutto, “non è nel nostro interesse".
 

“Noi non possiamo consentire una dipendenza ancora maggiore della UE dal gas russo”, ha dichiarato Pompeo. In che modo Washington tenta di arrivare allo scopo? Attraverso la promozione dei gasdotti controllati dagli USA, come il “TANAP” trans-anatolico che, dal mese prossimo, dovrebbe portare il gas dall'Azerbajdžan, attraverso Georgia e Turchia, fino a Grecia, Albania e Italia, con una diramazione prevista dalla Grecia verso la Bulgaria. Ma, soprattutto, e ben più concretamente, gli USA puntano alla vendita di gas liquefatto americano, come del resto scritto nero su bianco nel pacchetto delle sanzioni antirusse, anche se più caro del 25-30% rispetto a quello russo.
 

Nei giorni scorsi, un'altra voce tedesca è venuta a sostegno del “North Stream 2”: quella dell'ex cancelliere e attuale CEO di “Rosneft” Gerhard Schröder che, al Forum economico di Pietroburgo, ha detto che "Gli USA tendono a mettere bastoni tra le ruote al progetto, assolutamente non per solidarietà con la UE, ma per i propri interessi economici. Se guardiamo a come il presidente promuove le sanzioni, è chiaro che la questione è quella di vendere il gas USA sul mercato europeo, indipendentemente dal fatto che esso, per le sue caratteristiche, risponda alle capacità europee di trattamento del gas", ha detto Schröder.

Qualche ostacolo, tenta di porlo anche la Commissione europea che, col pretesto di coinvolgere tutti i paesi membri della UE e non solo quelli direttamente interessati al progetto, intende trattare con Mosca a nome dei 28 paesi, in modo da rappresentare soprattutto gli avversari del “North Stream 2” di Europa orientale e Scandinavia che, dietro suggerimento USA, si sbracciano e gridano contro gli “obiettivi politico-militari russi” che si nasconderebbero dietro il gasdotto. A dare una temporanea valutazione dello stato attuale e futuro della questione, il Ministro tedesco dell'economia e dell'energia, Peter Altmaier, ha dichiarato che l'opposizione statunitense alla costruzione del “North Stream 2”, non garantisce affatto agli USA l'aumento delle vendite del loro gas liquefatto, più costoso di quello portato in Europa attraverso i gasdotti.
 

La maggior parte delle agenzie di stampa russe mostrano un discreto ottimismo, ricordando l'opposizione USA al “North Stream 1” che, alla fine, non riuscì però a impedirne la realizzazione. Pare abbastanza ovvio che il braccio di ferro su cui puntare l'attenzione, più che tra Russia e Ucraina, sia quello tra Berlino e Washington, con Kiev a fungere da tavolo.
 

Avrebbe potuto essere questo un discreto terreno su cui valutare anche le mosse, molto strumentalmente definite, a seconda dei casi, “filo-russe” o “anti-europeiste” (?) del governo giallo-verde italiano... avrebbe potuto!

 

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