Ucraina anno zero

Ucraina anno zero

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di Juri Carlucci - Cumpanis

Non tutte le guerre sono uguali. Alcuni conflitti giacciono dimenticati per molto tempo. Si muore, eccome, ma nessuno più ne parla. Le atroci conseguenze delle guerre, poi, recano danni per anni, generazione dopo generazione. Può accadere, anche, che in vecchi conflitti si ritrovino nuove leve a combattere le guerre perse dai padri. 

In Ucraina si combatte da tempo a bassa intensità, scontri veri con bombe, cannoneggiamenti, morti e feriti, nelle regioni sudorientali, il Donbass. La miccia, nel 2014, fu la volontà del presidente ucraino Viktor Yanukovy? di non cedere al ricatto di firmare il trattato di pre-adesione alla Unione europea, che scatenò violente reazioni – armate – di una parte della popolazione soggiogata direttamente dalla galassia nera neonazista presente nella politica e nella società ucraina e indirettamente dal dipartimento di Stato USA che si affacciò, sembra incredibile, in prima persona per le strade incendiate della capitale Kiev nelle giornate di Euromaidan. Non furono i soli gli Stati Uniti a soffiare sul fuoco: l’appoggio diretto arrivò da illustri parlamentari di molti Stati e financo da membri del Parlamento europeo (uno scempio per l’Europa unita, libera e democratica immaginata dai firmatari del Manifesto di Ventotene!).

Scontri armati e lanci di mortaio che, inevitabilmente, colpivano, straziandoli, civili, distruggevano le case, uccidevano animali. Il tentativo di mettere su negoziati fu preso dal cosiddetto ‘quartetto Normandia’, ovvero Francia, Germania, Ucraina e Russia. Il primo round in Bielorussia, a Minsk, non andò a buon fine. La tregua non resse. Il secondo round fece scendere a patti concreti. Minsk II (anno 2015) rimane a tutt’oggi lo stadio più avanzato dei negoziati tra Governo ucraino ed insorti delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk. Il grosso problema è che l’Ucraina e le sue Forze armate non rispettano i vincoli (13 punti) del “Package of Measures for the Implementation of the Minsk Agreements”. Lo stallo si è trascinato, sostanzialmente, tra alti e bassi, sino ad oggi.

La situazione sul confine tra Russia e Ucraina è tornata da mesi sulle pagine dei giornali per l’intenzione, malcelata, di fare della Ucraina un nuovo Stato dell’Unione europea, per essere inglobata (è lapalissiano) nella sfera della NATO che, notoriamente, è sotto comando a stelle e strisce. Con tutta evidenza è indigeribile un allargamento di tale importanza a ridosso della frontiera russa. Sarebbe come invitare dei bambini ad una festa con le torte sul tavolo e dir loro di non mangiare nulla ma di stare a guardare: sarebbe una frontiera ingestibile, e le postazioni NATO con missili strategici avanzerebbero centinaia di kilometri verso Est. Una assurdità!

Mosca ha tutto il diritto, nel vero senso della parola, di disporre del suo territorio e di dislocare le sue forze armate come meglio crede. Di fronte a sé non ha suore di carità ma potenze nucleari e decine di basi USA fuori del proprio territorio sparpagliate a macchia di leopardo in tutta Europa, per non parlare delle centinaia di installazioni militari di varia natura e basi NATO negli Stati confinanti. Poi c’è la routine. Le esercitazioni si fanno sempre, se c’è la guerra o no. Sono in vista quelle con la Bielorussia e si stanno compiendo quelle navali con Cina ed Iran per scongiurare, affermano gli addetti ai lavori, un blocco occidentale.

Perché stuzzicare l’orso russo? Perché mettere sotto pressione, con sanzioni commerciali e diplomatiche, conflitti a bassa intensità, invio di truppe e rifornimenti pronti ad entrare in azione nel quadrante di crisi e fare complotti veri e propri come quello messo in atto dalla Commissione europea che ha stanziato denaro fresco per Kiev (un miliardo e duecento milioni di euro), la Russia che non muove un dito, né contro gli europei, né contro le istituzioni UE?

Il segretario di Stato USA, Blinken, commenta sui social, spudoratamente: “Restiamo uniti all’Ucraina e sollecitiamo la Russia a intraprendere la strada della riduzione dell’escalation. La nostra attuale fornitura (di armi, n.d.r.) all’Ucraina di assistenza difensiva alla sicurezza, rafforzerà le difese dell’Ucraina di fronte all’aggressione russa”. Gli fa eco il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, che mentre ammette quanto il dialogo con la Russia sia difficile, e lontano un accordo sull’Ucraina, da un lato manda una cartolina al presidente ucraino Zelensky esprimendogli “forte sostegno” per poi benedire l’arrivo della portaerei USS Harry S. Truman nel mar Mediterraneo per l’esercitazione NATO “Neptune Strike”.

Le cancellerie sanno che il disastro, in caso di guerra, è dietro l’angolo. La memoria corre ai Balcani, all’Iraq e non c’è molto da aggiungere in questo senso. Incontri di alto livello si tengono quotidianamente a Berlino, a Bruxelles, a Mosca. C’è nervosismo quando si tocca il dossier Ucraina. Si pensi che pochi giorni fa una dichiarazione del capo di Stato maggiore della Marina tedesca, Schoenberg, ha portato alle sue dimissioni immediate. Aveva definito “sciocca” l’idea di una invasione da parte della Russia. Oggi, 26 gennaio, il mondo attende i colloqui di Parigi: riunione in ‘formato Normandia’. Il padrone di casa è Emmanuel Macron, presidente di turno dell’Unione europea. Lui non può permettersi passi falsi o grossolani: da una parte, l’alleato tedesco appena entrato in carica, il cancelliere Olaf Scholz, gli sta dando filo da torcere non condividendo l’invio di armi a Kiev, dall’altro lato l’opinione pubblica francese lo scruta attentamente, in vista delle presidenziali francesi del prossimo 10 aprile.

C’è un’altra guerra, ed è quella per l’approvvigionamento del gas. Il gas è insostituibile, sia esso usato per il riscaldamento che utilizzato per la produzione elettrica. L’Ucraina, dopo che un referendum popolare stabilì il ritorno della Crimea alla Federazione Russa, scelse (anche per ritorsione) di non acquistare più gas russo. Iniziò l’approvvigionamento sfruttando altri hub, in particolare firmando intese con l’Unione europea e la Slovacchia. Quest’ultimo Paese trasse con sé la Polonia e l’Ungheria (entrambe paesi guidati da élite politica di destra). A Kiev pensavano di dare un colpo sui reni a Mosca, che invece stava chiudendo l’accordo del secolo con la Cina, nel maggio 2014, dopo dieci anni di trattativa: un trentennale di fornitura a Pechino del valore di 400 miliardi di dollari (a partire dal 2018), con la sigla di Gazprom e della China National Petroleum Corp. Per aggiunta, la costruzione di un mostro di tecnologia, il Nord Stream 2, gasdotto dalle potenzialità enormi, circa 55 miliardi di metri cubi l’anno, che attraversa il Mar Baltico dalla sponda russa a quella tedesca, già completato e in attesa di entrare in funzione. Quando a Greifswald, terminale in Germania, inizieranno a ricevere gas e l’infrastruttura andrà a regime, si capirà cosa significa per l’Europa tenere buoni e cari rapporti con Mosca, altro che sporca guerra e sanzioni!

In questa fase di stallo e di crisi militare, politica, sociale, culturale sui due lati di un confine che solo trenta anni fa non esisteva, e che ha resistito dalla nascita della Unione Sovietica – 30 dicembre 1922 – alla fine del 1991, non possono sfuggire, però, alcuni elementi che debbono delimitare il campo di azione della politica antimperialista e anticolonialista. I compiti dei comunisti. Per introdurre la questione lascio la parola al segretario del Partito Comunista dell’Ucraina, Piotr Simonenko, che rispondendo ad una intervista nell’ottobre del 2016, chiariva: “Quando l’Unione Sovietica fu distrutta in seguito al tradimento di Gorbaciov, era stato stabilito che il Patto di Varsavia si dissolvesse e che la NATO facesse altrettanto a termine ma nell’attesa non dovesse estendersi ad Est. Come vediamo, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del sistema socialista, gli Stati dell’Europa dell’Est hanno in pratica tutti aderito alla NATO. Tutti gli accordi conclusi sono dunque stati violati dagli stessi che li avevano firmati che hanno fatto di tutto in seguito per allargare la NATO verso Est. La scomparsa del Patto di Varsavia non ha cambiato l’aggressività della politica della NATO. Vorrei far notare che si era molto criticato l’intervento dell’Unione Sovietica in Afghanistan, ma da quanto tempo gli Stati Uniti e le forze NATO fanno la guerra in Afghanistan? Già da oltre dieci anni, più tempo di quanto ne avesse fatto l’URSS. Tutto questo per dire che non dobbiamo essere ingenui e che quando un responsabile politico dice che farà qualche cosa, deve farla. All’occorrenza, vedo che i responsabili politici della NATO, e specialmente gli statunitensi, che sono coloro che definiscono la dottrina della NATO, rifiutano oggi di assumersi le proprie responsabilità. E se il sistema di difesa anti-missile e le sue basi sono dislocati nell’Est dell’Europa, in Polonia, in Romania o altrove, è evidente che tale situazione squilibrata non potrà durare. Tutti gli Stati vogliono poter difendersi contro ogni rischio di aggressione e non è in favore della pace il fatto che le basi NATO si spingano ad Est. Non solo gli Stati Uniti non hanno dismesso nessuna delle loro basi che accerchiavano allora l’Unione Sovietica, ma le hanno rinforzate. Tali basi che erano dirette contro l’URSS sono sopravvissute nel nuovo panorama economico e politico e sono ora dirette contro la Russia. C’è sempre stato in Europa un asse dal Baltico al Mar Nero contro la Russia”. 

Partendo da qui, i comunisti, oggi, debbono continuare a denunciare con forza la presenza massiccia della NATO in tutta Europa e nell’Est. Denunciare la NATO come forza armata al servizio del capitalismo e dell’alta finanza e del marcio sistema delle banche che, in particolare in Italia, hanno ricevuto salvataggi belli e buoni con soldi pubblici a scapito dei servizi essenziali che un certo professor Draghi, nel 2011, stabilì così, nella famosa lettera della BCE all’Italia: “È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala”. 

Contro questi burocrati che vogliono lo strapotere della NATO guerrafondaia, come sopra dimostrato, bisogna riempire subito le piazze di tutta Europa, piccole e grandi che siano. Possiamo dire No! alla guerra e dire No!, contestualmente, ad una Unione europea irriformabile e alla moneta europea, l’euro, che ha annientato già due generazioni di uomini e donne, distrutto il mondo del lavoro e buttato sul lastrico famiglie e studenti, operai e anziani con pensioni da fame. Neocolonialismo e presenza militare della NATO a guida USA, nulla hanno a che fare con i principi che ci muovono, quelli di solidarietà, pace e rispetto tra i popoli sanciti nella nostra Costituzione del ’47. No! alla guerra, perché è chiaro che non si arresterebbe il conflitto alla sola Ucraina ma si potrebbe estendere in un baleno nel Mar Nero, nel Mar Baltico… Il compito dei comunisti, italiani ed europei, è quello di saldare i rapporti con il Partito della Federazione Russa e con il PC dell’Ucraina: inviare a loro chiari messaggi di fratellanza e di solidarietà. Far capire che oggi più che mai ci siamo, come fratelli, e faremo la nostra parte.

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