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Venezuela. León Heredia, dirigente del PSUV: "Gli USA portano avanti una guerra totale contro il Venezuela"

 


di Geraldina Colotti

In una sala dell’Hotel Alba Caracas, tutto è pronto per il quinto incontro organizzativo del PSUV e del JPSUV, i giovani del Partito socialista unito del Venezuela, il più grande dell’America Latina. Sono presenti delegate e delegati di ogni parte del paese. A dirigere la riunione vi sono Julio Cesar Leon Heredia, vicepresidente per l’Organizzazione del partito e Nicolas Maduro Guerra, vicepresidente per la formazione dei giovani. Un incontro importante, durante il quale si organizzano le linee operative di questo grande motore della rivoluzione bolivariana, che oggi ha lo sguardo rivolto all’interno ma anche al mondo, alle speranze suscitate nei popoli da questo straordinario laboratorio di proposte e di speranza.

Un partito giovane per nascita (è stato fondato nel 2007), ma anche per l’età anagrafica dei suoi componenti, volti giovani, giovanissimi e in maggioranza donne. Durante la conferenza stampa, chiediamo a Maduro Guerra che messaggio vorrebbe inviare ai giovani europei che non sono stati raggiunti dal vento di cambiamento che spira nelle piazze latinoamericane. “Che vengano in Venezuela a vedere come si costruisce una rivoluzione – risponde -. Mentre altri chiedono sanzioni all’imperialismo, chiusi in un’Assemblea Nazionale di cartapesta, noi percorriamo il paese, guardando in faccia il nostro popolo duramente colpito dalla guerra economica, e cercando soluzioni insieme”.
E di sanzioni, guerra mediatica e guerra economica, lavoro territoriale e battaglia delle idee, parliamo poi nell’intervista con Leon Heredia, classe 1966. Brillante e carismatico, riconfermato per tre volte come governatore dello stato di Yaracuy, Heredia si presenta così: “Sono un ufficiale della gloriosa Forza Armata Nazionale Bolivariana, ho partecipato all’insurrezione civico-militare del 27 novembre 1992. Come bolivariano e rivoluzionario, la massima aspirazione è quella di essere utili senza chiedere nulla in cambio, per contribuire al sogno collettivo di un mondo migliore”.

Cosa significa organizzare oggi il partito più grande dell’America Latina? Quali tappe ha attraversato il PSUV dalla sua fondazione?

Nel 2006, quando il comandante Chavez convoca la discussione per fondare il partito, rivolge la proposta sia ai militanti del Movimento Quinta Repubblica, seguito al Movimento Bolivariano Rivoluzionario 200, che ai compagni oggi riuniti nell’alleanza del Gran Polo Patriottico in cui agiscono sia formazioni politiche come il Partito Comunista venezuelano, Podemos, Tupamaros o Patria Para Todos, sia forze sociali e movimenti, e importanti settori di militanza che non si riconoscono in un partito ma portano avanti un loro lavoro rivoluzionario. Da allora, il PSUV ha compiuto un percorso, che va dal congresso fondativo fino al quarto congresso, realizzato l’anno scorso, per trasformarsi progressivamente in un partito sia di massa che di quadri, un partito non soltanto capace di organizzare elezioni – in vent’anni se ne sono svolte 25 – ma di dare carattere organico al potere popolare, fidando su due elementi fondamentali: coscienza e organizzazione. Un punto di svolta si è determinato nel terzo congresso, nel 2016, quando abbiamo dovuto far fronte al grande attacco dell’imperialismo e della destra estremista che hanno cercato di colpire in ogni modo la popolazione: mediante il blocco, le sanzioni, il traffico di alimenti. Le Unità di Battaglia Bolivar e Chavez (UBCH), che prima erano sostanzialmente centri di votazione, passano a essere la struttura di base del partito. Per volere del presidente Nicolas Maduro, sorgono poi i Clap, i Comitati di rifornimento e produzione, che non solo consentono di aggirare il contrabbando di alimenti portando i viveri direttamente alle famiglie, ma sono organismi del potere popolare e hanno un carattere politico-sociale. In questo modo, rifacendoci alle linee strategiche definite da Chavez nel 2012, due delle quali stabilivano che il PSUV dovesse essere un partito-movimento e dirigere le lotte popolari, nel quarto congresso diamo carattere organico alle strutture territoriali. Si crea così la RAAS, la Rete di Articolazione e Azione socio-politica.

Di cosa si tratta?

E’ un sistema di organizzazione di base del PSUV, che agisce nel territorio facendo leva su tre elementi fondamentali: le UBCH, le Comunità e la Strada (sentieri, edifici, isolati). Si tratta di un sistema di governo del territorio basato sull’unità e su un livello superiore di organizzazione per la Difesa integrale della nazione. Un concetto stabilito nell’articolo 326 della Costituzione bolivariana, secondo il quale la sicurezza della nazione si fonda sulla corresponsabilità tra lo Stato e il Popolo. Un principio che si esercita in ambito culturale, politico, sociale, economico, geografico, ambientale e militare. Per questo la Difesa integrale della nazione ha carattere permanente. L’obiettivo della RAAS è pertanto quello di coordinare in ogni comunità, in ogni strada, le azioni tra lo Stato e le organizzazioni del Potere popolare, per conseguire la maggior felicità possibile e raggiungere i livelli di coscienza, organizzazione, conoscenza e abilità necessari alla difesa territoriale nei 7 ambiti stabiliti dalla Carta Magna. In base allo statuto del PSUV, la UBCH è l’organizzazione essenziale e la base di articolazione delle Pattuglie socialiste “per l’esecuzione coordinata dei piani di azione politica e sociale in un raggio d’azione determinato”. E’ formata da tutte e tutti i militanti del partito che si trovano in quel territorio. Per farti un esempio, nelle UBCH con popolazioni indigene, si formerà la Pattuglia dei Popoli Indigeni. In ogni strada o isolato prenderà forma una Pattuglia Territoriale, che rappresenta la cellula di base del partito e ha i suoi responsabili nell’ambito della formazione politica, della produzione, delle Misones y Grandes Misiones, delle Donne, della Comunicazione o della Difesa integrale, un campo nel quale agisce di concerto con la Milizia bolivariana. La Comunità è lo spazio geografico che consente al PSUV di promuovere e dispiegare un’ampia politica di alleanze con le diverse forme di organizzazione popolare, stabilendo obiettivi concreti sul territorio, nel processo reale di trasformazione della società verso il socialismo.
In questi vent’anni, il nostro popolo ha adottato diverse forme di lotta e di organizzazione, alcune - come i Consigli comunali o i Comitati di terre urbane - create dal comandante Chavez, altre dal presidente Maduro: i Clap, le RAAS, le Brigate Somos Venezuela. In questa congiuntura, è compito dell’avanguardia del PSUV unificare tutte queste organizzazioni in una forma superiore e con modalità di lotta adeguate a difendere la rivoluzione in tutti i suoi aspetti: come resistenza di tutto il popolo. “Il partito – diceva Ho Chi Min – dirige la guerra rivoluzionaria”. Un compito fondamentale per contrastare la dottrina della “Guerra totale in tempo di globalizzazione” concepita dall’imperialismo nordamericano.

In cosa consiste questa dottrina militare?

Nel numero 150 del nostro Bollettino informativo analizziamo il documento nel quale l’ex colonnello dell’esercito nordamericano, Max G. Manwaring, uno dei massimi esperti di strategia militare USA definisce il concetto di “guerra totale in tempo di globalizzazione”. Una dottrina che si sta applicando al Venezuela in base a tre livelli di conflitto diversamente articolati: Creare una minaccia interna contro la stabilità politica e la sovranità da parte di persone naturali o giuridiche, nazionali o transnazionali che contino sull’appoggio internazionale statale o non statale. Generare il malcontento popolare e mettere il governo nell’impossibilità di risolvere le cause del malcontento. Promuovere una Guerra Convenzionale, dichiarata da uno Stato a un altro (minacce manifestate costantemente dal governo USA nei confronti del Venezuela). Il primo livello di conflitto comprende tre modalità fondamentali: destabilizzazione economica e attacco alla moneta; colpo di stato; controllo territoriale e politico attraverso organizzazioni criminali quali paramilitarismo, pandillas o bande delinquenziali e crimine organizzato. Manwaring insiste su questo punto, sostenendo che questi attori possono essere anche più funzionali all’obiettivo di quelli tradizionali. Il secondo livello è supportato da una strategia di guerra psicologica tesa a confondere il popolo su chi sia il suo vero nemico e da quale lato si situi la giusta lotta. Lo stratega USA sottolinea inoltre che i distinti livelli possono interporsi e integrarsi quanto a tempi e modalità dell’attacco. E dunque, per noi, è importante ribadire quanto diceva Ho Chi Min, che pure aveva a cuore la pace con giustizia sociale: finché esisterà l’oppressione capitalista, “continueranno a esistere due tipi di guerra: la guerra giusta contro l’oppressione, il dominio e l’aggressione e la guerra ingiusta di aggressione che cerca di imporre il dominio su un altro stato, su un altro popolo. Ma le masse e i lavoratori, una volta risvegliate e con una coscienza corretta, appoggeranno e parteciperanno con entusiasmo alla guerra giusta”. Per questo, è importante il lavoro di formazione e la conoscenza piena del nostro territorio: anche, naturalmente, per prepararci alle prossime elezioni. Le nostre dirigenti – l’80% delle strutture di base del partito è diretto da donne - e i nostri dirigenti territoriali devono identificare il tipo di militanza e di voto esistente in ogni settore: voto e militanza dura, labile o di opposizione. Con lo stesso spirito del generale Giap nella resistenza vietnamita, il nostro partito deve organizzare “la guerra di tutto un popolo”, sintetizzando una ad una, passo a passo, “faccia a faccia”, come dice il nostro presidente Maduro, le esperienze accumulate, i rovesci, le offensive, le controffensive, in tutti gli ambiti del potere popolare. Perché qui governa il popolo, non il Fondo Monetario internazionale. Uno degli obiettivi della Guerra totale in tempo di globalizzazione è stato quello di colpire la nostra industria petrolifera, motore principale della redistribuzione di ricchezza al nostro popolo. Ci hanno rubato la raffineria Citgo, ci confiscano i conti, l’oro… Nel 2015, prima delle sanzioni e del blocco economico-finanziario, avevamo un’entrata di 48.000 milioni di dollari, in questo mese di ottobre siamo scesi a 2.500 milioni di dollari, ma con il sistema di protezione rivolto al nostro popolo stiamo riuscendo a contenere gli effetti del bloqueo.

Nell’ultimo congresso, una delle linee approvate riguarda il lavoro politico del partito a livello internazionale. Come si organizza questo lavoro anche a seguito dei diversi incontri internazionali decisi nel Foro di Sao Paolo?

Il PSUV si è rimesso in discussione in base alle “3R”: Rivedere, Rettificare, Ridare impulso. Un percorso che lavora alla riunificazione delle forze, sia nei territori che a livello internazionale. Sia a livello dell’America Latina che a livello mondiale è importante assumere il compito di ri-politicizzare il dibattito come elemento fondamentale per la ricomposizione delle forze e per la definizione del socialismo. Molti si domandano: perché in Brasile è finita così nonostante Lula abbia tirato fuori dalla povertà 35 milioni di persone? Perché, evidentemente, quel livello da solo non è sufficiente se non c’è un partito che lavori alla costruzione di coscienza delle masse popolari. Per questo, è molto importante un processo di ri-polarizzazione a livello internazionale. Ogni giorno si deve mostrare la differenza inconciliabile tra il modello capitalista e il socialismo. Nel proceso bolivariano, nonostante tutte le strategie imperialiste per generare malcontento e violenza, il nostro popolo è cosciente e non cade nella trappola, perché è accompagnato dal partito e dagli organismi rivoluzionari dello Stato. I nostri rappresentanti sono eletti dal popolo, non sono designati dalle grandi banche o dall’ambasciata nordamericana.  Il nostro è un partito-movimento, in cui i militanti s’impegnano a titolo assolutamente gratuito. Per me, per le mie compagne e i miei compagni, la rivoluzione è un impegno di vita senza riserve da svolgere con passione, pazienza e perseveranza, mettendo gli interessi collettivi al di sopra di quelli individuali. Con questo spirito, e con molta umiltà, siamo convinti che il socialismo bolivariano possa giocare un ruolo nel risveglio della coscienza dei popoli anche a livello internazionale.
 
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