Vincenzo Costa - Lo scollamento

Vincenzo Costa - Lo scollamento

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È iniziato come scollamento politico, con una classe politica incapace di cogliere il reale, i bisogni delle persone, imprigionata in una serie di formule ideologiche e sempre più vuote che, rapidamente, sono diventate stereotipi, frasette di riconoscimento, tributi da pagare per mostrare che si era “di sinistra”, “progressisti”, alla fine intelligenti.

Frasette per distinguersi dal “popolo”, dagli incompetenti.

Poi lo scollamento è cresciuto tra ceto intellettuale e gente comune.

Ogni esigenza reale veniva e viene interpretata dagli intellettuali progressisti come “reazionaria”, più spesso come “stupida” (è diventato un concetto politico). Si è costituito un ceto intellettuale che si è autoproclamato competente, che tende a distinguersi dalla massa.

Per distinguersi questo ceto intellettuale si è costruita una rappresentazione tutta sua delle masse: loro (gli intellettuali de sinistra) sono i migliori, gli illuminati, quelli che hanno le doti. Spesso le loro doti sono in realtà quelle di famiglia e delle reti familiari.

Ma ciò che importa qui è la rappresentazione che si sono costruita per autorappresentatsi come i buoni, i migliori, i meritevoli: un’idea di popolo come massa amorfa, indifferenziata, una melma mossa da passioni oscure, retrograda, fascista. 

L’intera classe operaia (quel che ne resta almeno) è stata consegnata, d’ufficio, al fascismo: siete fascisti, razzisti, omofobi. In effetti mirafiori pare voterà Meloni, un capolavoro dell’intelligenza de sinistra...

Una rappresentazione demenziale, che potevano inventare solo bimbi minkia cresciuti nei salotti, a guardare il tiggi coi papà colti, con Repubblica sotto mano. Non come quelli del popolo, che stavano per strada, quei selvaggi da cui potevano solo venir fuori fascitelli fatti e cresciuti.

Che, con infinite contraddizioni, limiti, eccessi stesse crescendo un popolo variegato, consapevole, capace di analisi, istruito, con una coscienza storica, questo è quello che in quella rappresentazione non poteva e non può rientrare. Una trasformazione della realtà decisiva che continua a sfuggire, a non essere compresa.

Perché l’intellettuale progressista vive di semplificazioni, di banalizzazioni, di moralismi.

Una volta che si è imposta questa rappresentazione almeno due conseguenze erano inevitabili:

1) bisognava svuotare i processi democratici, trasferire i centri decisionali dove il popolo non poteva avere parola, sottratti al controllo democratico. La UE è stata questo. Invece di un’Europa democratica, dei popoli, come sarebbe stato auspicabile, si è voluto costruire un’Europa delle Elites, priva di democrazia. Una UE che a volte sembra un residuo dell’ancien regime: la baronessa von der leyen, il conte gentiloni, ma la serie è lunga, e basta guardare i nomi e fare qualche genealogia. Ci sta anche il barone calenda. Sembra di essere nell’anno Mille, non nel 2022.

Quando si perdevano le elezioni si faceva in fretta a mantenere le cose come stavano con giochi di palazzo, sicché un partito ben noto poteva continuare a governare anche perdendo tutte le elezioni possibili. E questo ha prodotto la disaffezione, tassi di astensione da fare paura, spostamento a destra di persone tradizionalmente di sinistra, di interi pezzi di classe lavoratrice. 

2) nei ceti “democratici e progressisti” è maturata un’ostilità feroce verso la democrazia, verso il suffragio universale. Sarebbe sbagliato credere che siano solo esternazioni di qualche teologo senza Dio, di qualche teologo del niente, mestiere peraltro invidiabile. 

No, è un’idea che serpeggia in maniera esplicita nel ceto politico e intellettuale “progressista”. Incapaci di comprendere ciò che sta accadendo, attaccati ai loro pregiudizi come la cozza allo scoglio, privi di qualsiasi senso della realtà, questo ceto intellettuale oramai inutile e buono solo a ripetere sino alla nausea “oddio il fascismo”, ha in odio la democrazia.

 

Ovviamente lo fanno per fermare il fascismo, ma capire che cosa li distingua dai fascisti veri, quelli che liquidarono parlamento e democrazia, resta difficile.

Che cosa possano avere a che fare con Matteotti, Gramsci, Sturzo, Gobetti resta un mistero. È chiarissimo che questi intellettuali progressisti sono del tutto estranei al pensiero democratico nel suo complesso.

La costituzione che abbiamo chiarisce che la sovranità appartiene al popolo, che ovviamente la esercita nei limiti della legge. Ora, chi è il pericolo autoritario, chi minaccia la costituzione se non i nostri intellettuali progressisti?

Il guaio è che attraverso questa gente lo scollamento prosegue, il solco tra intellettuali e “popolo” sta diventando un abisso. Sono sempre più dei corpi estranei nel paese.

La cosa nuova, inquietante, è che il “popolo” ha una consapevolezza, un senso della realtà e una capacità di giudizio infinitamente superiore rispetto a questo ceto intellettuale supponente e arrogante, che parla ad minchiam. 

Storicamente, gli intellettuali sono stati punte avanzate, hanno avuto la funzione di aprire nuove vie. Oggi sono sono un ceto attardato, privo di senso della realtà, una setta di scemi che ripete sempre le solite quattro scemenze. 

Storicamente, gli intellettuali hanno avuto la funzione di dare voce alla vita che ribolliva, trasformando riflessivamente esigenze anche contraddittorie in prospettive di cambiamento.

A questa funzione gli intellettuali sono venuti meno. 

Restano solo dei maestrini noiosi, che loro se la cantano e loro se la suonano. Dei piccoli fascisti che giocano a fare gli antifascisti.

Vincenzo Costa

Vincenzo Costa

Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia (triennale) e Fenomenologia dell’esperienza (biennio magistrale). Ha scritto molti saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri collettanei. Ha pubblicato 20 volumi, editato e co-editato molte traduzioni e volumi collettivi. Il suo ultimo lavoro è Psicologia fenomenologica (Els, Brescia 2018).

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