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L'americanizzazione del mercato del lavoro in Europa

 

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Con quasi due milioni di lavoratori portoghesi che nel 2008 erano coperti da contratti di lavoro collettivi ed oggi sono meno di trecentomila, con la Spagna che ha allentato le restrizioni sui licenziamenti ed ha ridotto i limiti all’estensione del lavoro interinale, con l’Irlanda e il Portogallo che hanno congelato il salario minimo, ed, infine, la Grecia che lo ha tagliato di quasi un quarto, il New York Times spiega in un bellissimo articolo di Eduardo Porter come  molti paesi europei sono costretti alla “svalutazione interna”, vale a dire ad un drastico smantellamento delle tutele lavorative nel tentativo di ridurre il costo del lavoro, dato che sono vincolati dall'euro e non possono svalutare la moneta a fini competitivi.
 
La logica delle istituzioni responsabili è che questa sia la sola strategia possibile per ripristinare la competitività, far crescere l’occupazione e recuperare la solvibilità. Ma queste scelte, prosegue il quotidiano americano, stanno cambiando radicalmente la natura della società in Europa. Raymond Torres, il capo economista dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (O.I.L.) dichiara ad esempio come “Per quanto posso dire, si tratta dei cambiamenti più significativi dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.” La questione centrale è se una relativa equità potrà continuare nel momento in cui le istituzioni del mercato del lavoro lasceranno il passo ad un approccio meno regolato, in stile americano, dove il governo interferisce poco ed i sindacati hanno poca voce in capitolo. Il crollo della sindacalizzazione in Portogallo “sta mandando in pezzi la distribuzione dei redditi,” afferma ad esempio David Card, un economista del lavoro dell’Università di California, Berkeley.
 
La prova più evidente di questo percorso, prosegue il Nyt, si trova in Germania. Dopo la riunificazione, è iniziata la trasformazione con le fabbriche nella parte Est del paese, meno produttive, che si sono trovate a non poter competere agli stessi livelli salariali offerti nella parte Ovest, e disertarono in massa gli accordi di settore concordati tra le associazioni di categoria e i grandi sindacati. Le aziende della Germania Ovest adottarono ben presto la stessa strategia. La proporzione di lavoratori coperti da contratti collettivi di lavoro crollò. All’inizio degli anni 2000 – quando la Germania era il “malato d’Europa" – gli sforzi per migliorare la competitività e l’occupazione erosero ulteriormente le tutele dei lavoratori con un boom di lavori sottopagati e a termine ed i “mini-job”.
 
Oggi la Germania viene vista come esempio di successo di queste riforme. È una potenza esportatrice con un tasso di disoccupazione che secondo l’agenzia statistica Europea, l’Eurostat, è del 5,2 percento, ma ad un esame più attento diventa chiaro che non tutti i tedeschi hanno beneficiato del successo della Germania. Nel 1991, il 10% dei tedeschi più ricchi prendeva il 26% del reddito del paese al lordo di imposte e trasferimenti - secondo un report di Kai Daniel Schmid e Ulrike Stein del Macroeconomic Policy Institute di Düsseldorf - nel 2010 la percentuale era salita al 31 percento e, come nota il professor Card, l’allargamento del divario dei redditi tra gli uomini tedeschi nel periodo 1996–2009 è grossomodo pari a quello che ci fu negli Stati Uniti durante gli anni ’80.
 
Lowell Turner, alla guida del Worker Institute all’Università di Cornell, sostiene che c’è sempre stata una tensione tra il progetto economico dell’Unione Europea – centrato sulla creazione di un grande mercato unico – e il radicato impegno del continente europeo verso l’equità sociale. La crisi ha spostato l'ago della bilancia. “Per uno o due anni i governi hanno protetto i loro lavoratori,” dice. Ma “l’equilibrio si è rotto a svantaggio dell’Europa sociale.” Il mercato del lavoro nell’Europa meridionale, conclude il Nyt, sembra destinato a seguire sempre di più la via americana. “Questo è infatti un modo per rendere l’Europa molto più simile agli Stati Uniti. Con tutto il rispetto, non è questo che la maggior parte degli Europei vuole”, ha dichiarato l'economista tedesco Watt.
 
Per una traduzione completa del lungo articolo del Nyt, che si consiglia vivamente di leggere, si rimanda e si ringrazia Voci dall'estero.
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