/ Con la primavera tornano le prigioni per LGBT in Cecenia

Con la primavera tornano le prigioni per LGBT in Cecenia

 


di Fabrizio Poggi
 

Mister Bond! Lei compare con la tediosa inevitabilità di una stagione non amata”, sospirava il maniaco di turno, Hugo Drax, all'agente 007. Mai citazione cinefila è sembrata meglio adattarsi al guazzabuglio in cui sono andati ad autoimpantanarsi MI5-6 e governo di Londra, con il caso dell'ex agente russo Sergej Skripal e da cui cercano di venir fuori riproponendo, a un anno esatto di distanza, la litania sulle “prigioni segrete per LGBT in Cecenia”.
 

Andandosi a spengere, per consunzione propria, la sceneggiata del presunto avvelenamento (ma già ieri la figlia della spia passata all'Occidente ha dichiarato di sentirsi sempre meglio) con il gas A234, prodotto non si sa dove e portato non si sa come, è dunque il caso di distogliere l'attenzione dalla figuraccia con qualcosa che, comunque, i media buonisti possano addebitare a un'area riconducibile alla Federazione Russa. Ora che non conducono più, come 25 anni fa, una “guerra di liberazione” contro “l'aggressione di Mosca”; ora che non possono più esser dipinti quali “combattenti indipendentisti e per la libertà religiosa”, ma, anzi, vengono trasformati essi stessi in persecutori dei “sentimenti islamici” - la perifrasi con cui vengono presentati i terroristi islamisti quando gli attentati, invece che in Occidente, li commettono nel Caucaso – ai ceceni si deve pur addebitare qualche nefandezza che faccia inorridire le anime belle degli ambienti cosiddetti “rosé”. Meglio ignorare i ripetuti attacchi portati e rivendicati dallo Stato Islamico in Cecenia ancora nel 2017 e nel 2016, con centinaia di morti e feriti e concentrarsi invece sulla “sensibilità” occidentale per le “prigioni segrete”, tra le quali ultime, per carità, non sia mai che qualche distratto giornalista si lasci sfuggire di quelle in cui i neonazisti ucraini torturano i prigionieri comunisti e i miliziani delle Repubbliche popolari del Donbass.


Dunque, come agli inizi di aprile 2017 – giusto il tempo concesso a Repubblica per amplificare la campagna, in modo che qualche preoccupato dem ne potesse parlare il 25 Aprile (!) - anche a aprile 2018, con la primavera rispuntano le famose “prigioni segrete” in Cecenia: lo assicura l'Indipendent. Ad accompagnare l'organo di Sua maestà, ancora una volta, la russa Novaja Gazeta, sostenuta da “organizzazioni non governative”, le quali avrebbero “scoperto” tali prigioni segrete. Lo stesso Indipendent, per la verità, sembra volerci andare un po' cauto, scrivendo che tali organizzazioni non hanno esattamente scoperto, bensì “sono giunte alla conclusione che non meno di 36 persone hanno sofferto nelle prigioni segrete.

... La polizia ha fermato circa cento gay in Cecenia”.


Così che, anche quest'anno, il leader ceceno Ramzan Kadyrov si vedrà costretto a replicare, come un anno fa: "Mezzo mondo affoga nel sangue della vostra democrazia. Tutte le vostre istituzioni per i diritti umani non sono che un'apoteosi di ipocrisia. Se davvero “non sono indifferenti”, allora è meglio che guardino all'interno del loro paese”; e, da figlio di quella Cecenia che in Occidente si compatisce soltanto per ricordare la deportazione dei collaborazionisti nazisti, aveva aggiunto “L'altissimo ha creato uomini, donne, animali; dove è scritto che ci si dovrebbe sposare con un gatto? Noi non comprendiamo queste cose non tradizionali”.


E, con lo stesso ritmo della rivoluzione terrestre attorno al sole con cui ricompaiono le prigioni di Grozny e Argun, anche a Ottawa rispunta quest'anno il caso del nonno ucraino dell'attuale Ministr(a) degli esteri canadese, Chrystia Freeland, nipote dell'ex filohitleriano dell'UPA ucraino Mikhajlo Khomjak. Non sapendo a cosa aggrapparsi per giustificare l'espulsione dei diplomatici russi dal paese, il Primo ministro Justin Trudeau ha dichiarato che la misura è stata presa in risposta alla “campagna calunniatoria” lanciata lo scorso anno da Mosca contro la Freeland. All'epoca, la nipote (così come farebbe in Italia una qualunque altra nipote di tal nonno...) aveva parlato del nonno come di un eroe, che combatté “per il ritorno dell'Ucraina alla libertà e alla democrazia”: sottinteso, contro l'oppressione sovietica. Un racconto di “libertà” e amor di patria, smentito da una giornalista ucraina che aveva rivelato come nonno Khomjak, passato in Polonia, fosse stato nominato, direttamente da Hans Frank (governatore hitleriano della Polonia) direttore di Notizie di Cracovia, giornale che acclamava olocausto e regime nazista. Non fa differenza che la rivista The Globe and Mail avesse dato notizia di come, nel 1996, la stessa Freeland avesse scritto del proprio nonno quale propagandista filonazista di Notizie di Cracovia. Quando è la nipote, a scriverne, la propaganda nazista è indice di “libertà e democrazia”! Importante, ora, è aver trovato il “giusto” pretesto per un'azione contro il Cremlino. Il resto viene presto dimenticato dai media che contano.

 

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