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Le proposte choc dei liberali per fermare il populismo: limitare il voto e somministrare vaccini ormonali

 

Il liberalismo, da ideologia progressista e rivoluzionaria è divenuta ormai l’esatto opposto, facendo propri certi atteggiamenti deleteri ed elitari della vecchia aristocrazia deposta

 

di Omar Minniti

 

Il liberalismo è stato per alcuni secoli un’ideologia progressista e rivoluzionaria. Ha animato le lotte della grande e media borghesia, dei padroni delle prime moderne industrie, ricchi commercianti, artigiani e professionisti  contro la monarchia assoluta, la vecchia aristocrazia parassitaria ed il clero. Lo slogan “Libertè, egalitè, fraternitè!” ha animato la Rivoluzione francese ed ha ispirato i moti del 1848 e le costituzioni democratico-borghesi.


Il liberalismo è stato, per un lungo periodo, “populista”. Lottando per affermare gli interessi del “terzo stato”, ha saputo mobilitare, deviare ed incanalare la rabbia di pezzi importanti delle classi subalterne – dell’allora nascente proletariato, della piccola borghesia e di una piccola parte dei contadini non legata alla Chiesa – tentando di strapparla all’influenza dei socialisti utopisti prima e poi dei marxisti. In cambio ha promesso l’introduzione di alcuni significativi diritti formali. Uno di questi è stato quello al voto. Prima limitato per censo, poi a tutti coloro capaci di leggere e scrivere, è stato quindi esteso all’intera popolazione maschile, indipendentemente dalle condizioni di classe e dalle conoscenze culturali, ed infine anche alle donne. La parte più avanzata del liberalismo ha dato vita, in alcuni paesi specifici, ad esperienze socialdemocratiche, tentando di combinare libertà per il capitale e alcuni diritti sociali sostanziali.


Quella spinta progressista e rivoluzionaria si è esaurita da un bel pezzo. Anzi, pian piano il liberalismo si è trasformato nell’esatto opposto, in un’ideologia apertamente reazionaria e suprematista, soprattutto quando nei paesi occidentali le lotte operaie hanno subito una pesante battuta d’arresto ed è venuta a mancare la competizione con il blocco socialista dell’Est Europa. Da allora, ha accantonato anche il solo tentativo di interpretare, di dare parziale rappresentanza ai bisogni ed alle esigenze delle classi popolari. Il liberalismo ha dato un grande impulso all’estinzione dell’aristocrazia, ma alla fine ha metabolizzato alcuni dei suoi atteggiamenti più deleteri ed elitari, che ora questi affiorano in tutta la loro potenza distruttiva e degenerata: l’odio verso le plebi, il senso di superiorità verso presunti ignoranti e persone con supposti deficit culturali e di apprendimento.


I liberali, sia nella loro versione classica che in quella “radical”, non riescono più ad intercettare i voti di operai, disoccupati, pensionati, abitanti delle periferie. E come, come la volpe che non raggiunge l’uva, dicono che  c’è del marcio in quelle classi e strati sociali. Invece di comprendere il malessere delle fasce più povere della popolazioni dei loro paesi, accusano quest’ultime di essere responsabili del “virus del populismo” che si sta diffondendo in occidente. Chi non accetta la loro visione del mondo diventa, così, un malato o peggio ancora un untore, che va separato dal resto della società e reso incapace di nuocere.


Da sostenitori della democrazia rappresentativa formale, oggi i liberali sono diventati aperti detrattori di quest’ultima, arrivando perfino a mettere in discussione il principio del diritto di voto universale ed uguale per tutti. Un operaio che vota Lega al Nord, perché vede nell’immigrazione un pericolo, ed un disoccupato del Sud attratto dal reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle, non possono pesare in termini elettorali quanto il figlio dell’avvocato e dell’architetto, che hanno fatto Erasmus e masters. E questa non è una conclusione a cui sono giunti solo alcuni internauti disperati durante degli sfoghi a ruota libera su Facebook e Twitter, bensì fior di pensatori liberali, premiati e riveriti.


Di “voto ponderato” parla Dambisa Moyo, economista, collaboratrice del Wall Street Journal e del Financial Times. Intervistata da Vanity Fair, sostiene: “L’idea è che gli elettori vengano chiamati a mostrare il loro impegno per la politica e le elezioni. Se dimostrano di essere informati, allora il loro voto vale appieno. Se invece dimostrano di non esserlo, varrà leggermente meno”. E ancora: “Se ti interessa la politica, se ci spendi tempo e passione, è giusto che la tua voce pesi di più nel dibattito”. La soluzione è, quindi, quella di sottoporre gli elettori ad “un test periodico, simile a quello che già oggi si richiede a chi fa domanda di cittadinanza in Europa o negli Usa”, per quantificare le loro competenze politiche e culturali. Insomma, se le tue fonti di notizie sono i giornali della grande borghesia liberale, oppure blog di intellettuali di corte come Roberto Saviano, il tuo voto è di serie A, mentre se ti informi tramite siti “populisti”, di controinformazione, non allineati, il tuo diritto vale molto meno. La domanda è: se un giorno dovesse davvero concretizzarsi tale ipotesi, ci saranno parlamentari, la maggioranza, eletti dai votanti “colti” ed altri, un pugno e con parere solo consultivo, espressione degli “analfabeti funzionali”?


A proposito: Dambisa Moyo è un’economista nera, originaria dello Zambia e migrata negli Usa. E’ un’erede delle vittime del colonialismo europeo e della schiavitù, tenute nell’ignoranza dai regimi di occupazione bianchi, che ora diventa fautrice di un moderno modello segregazionista, anche se non fondato su basi etniche o religiose. A dimostrazione che il peggiore razzismo è quello classista, perché è il più subdolo: non importa se sei nero, gay, islamico o vegan, basta che tu abbia i soldi o quantomeno sostenga le idee dell’élite.


Quella di limitare il voto non è l’unica proposta choc circolata negli ultimi giorni. C’è qualcuno che chiede di combattere il suddetto “virus del populismo” ricorrendo alla medicina ed alla chimica, pensando ad esperimenti di massa sugli esseri umani ed alla somministrazione di vaccini ormonali. Sì, avete letto bene. Ormoni per “fermare il razzismo e la xenofobia”. Il novello dottor Mengele del politicamente corretto è Gilberto Corbellini, storico della medicina,  bioeticista e membro del Cnr. Secondo quest’ultimo, la massiccia erogazione (forzata?) di ossitocina (un ormone peptidico, antagonista della acetilcolina, utilizzato negli ospedali per favorire la fase del parto) contribuirebbe “ad aumentare la fiducia e minimizzare l’ansia”, a contrastare “l’atteggiamento negativo verso i rifugiati” e “promuovere l’accettazione e l’integrazione dei migranti nelle culture occidentali”. Quale sarà il prossimo passaggio? Lager per “analfabeti funzionali”?


Liberali che ormai disconosco la celebre massima del “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire” e promuovono un nuovo oscurantismo totalitario, fatto di criminalizzazione e repressione del dissenso, di ogni opinione che si discosti dalle loro. I signorotti aristocratici di questo secolo, con la loro Santa Inquisizione.

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