ARTICOLO 11 Vs ARTICOLO 5 (la DELEGA della violenza)

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ARTICOLO 11 Vs ARTICOLO 5 (la DELEGA della violenza)

 

Di Daniele Lanza

 

Vedo che una moltitudine di utenti, conoscenti e così via, si prodiga nel declamare a massimo volume la Costituzione Italiana alla voce GUERRA, citando l'art. 11 che precluderebbe alla Repubblica di ricorrere alla forza per dirimere controversie internazionali (detta in breve lo stato italiano non ha la facoltà di dichiarare guerra ad altri stati, vicini o lontani che siano).

Orbene, signori e signore che mi seguite, lasciate vi si spieghi un fatto - più di uno in realtà - che non è chiaro, sembra (altri tranelli semantici in agguato).

 Cerco di chiarirvi l'arcano in due lettere d'alfabeto.

- A (1947) = La costituzione italiana, pregevole, innovativa e necessaria in tanti punti, è d'altra parte, la costituzione di uno stato appena SCONFITTO: come gli altri perdenti (Germania e Giappone), viene privato della sua potestà militare, innanzitutto sul piano giuridico. Di fatto si formerà comunque un esercito - poiché uno stato di diritto deve disporre di forze armate - ma si tratta di uno strumento di forza sul quale non si ha un pieno controllo, nella misura in cui, non potendo legalmente proiettare forza al di fuori dei confini nazionali, sarebbe destinato esclusivamente ed un utilizzo interno.

L'utilizzo esclusivamente difensivo è un concetto pienamente condiviso in una società democratica come quella odierna e non bisognerebbe criticarlo. A scanso dell'ideale nobile, diciamo, rimane tuttavia un fatto da constatare: inevitabilmente in questo modo viene ad instaurarsi de jure una sovranità limitata sul proprio strumento della forza. Se ne conclude che l'Italia post-bellica è uno stato a sovranità limitata: per una CAUSA GIUSTA direte voi ovvero cedere una porzione della propria sovranità al fine di facilitare la convivenza con i vicini e tutti gli altri attori che compongono la società delle nazioni, favorendo quindi la pace.

La causa è GIUSTA, ma resta il fatto che nessuno stato veramente sovrano - le potenze in primis - si è dato tale restrizione...non ce l'hanno la Francia, la GB e nemmeno gli Usa o la Cina. In una realtà parallela ideale, se tutti rinunciassero alla forza andrebbe benissimo e io la supporterei per primo: ma è lo stesso che ipotizzare una società senza denaro dove ognuno pensa al bene del prossimo quanto al proprio (il lettore, ideali e buoni propositi a prescindere, stabilisca da sé in coscienza quanto è realistico).

Nel mondo REALE in cui viviamo vige la legge dell'affermazione (della quale la disponibilità di uno strumento militare è elemento cardine, anche se di certo non unico) ed un paese che non la possiede è ipso facto destinato a subirla da qualcuno. Mi addolora ricordarlo a chi legge. Questa considerazione di partenza prepara il terreno al punto successivo.

- B (1949) = lo Stato italiano non ha rinunciato alla violenza come unanimemente si pensa, o meglio questa rinuncia è esclusivamente morale, astratta e non pratica: il nodo di questa contraddizione sta nell'Alleanza Atlantica. L'Italia nell'immediato dopoguerra entra in tale organizzazione il cui statuto prevede un famoso articolo (5°) il quale sancisce che l'offesa ad un membro dell'alleanza implica stato di guerra per TUTTI.

Questo fa materializzare un pericoloso paradosso di cui pochi realizzano la vera portata. Il fatto è che l'Italia incassa una perdita totale del controllo della propria politica estera in due step: in primis approvando la costituzione del 1947, accetta di privarsi del libero utilizzo dello strumento militare (e quindi di una sua politica estera internazionale), cosa che - ripeto per l'ennesima volta, può anche essere accettabile in nome di un'ideale non aggressivo - tuttavia entrando poi nella NATO devolve tale potestà di violenza - cui avrebbe rinunciato - ad un'entità sovranazionale che le sfugge completamente (la NATO essendo extra nazionale, si colloca al di fuori dei procedimenti democratici della repubblica stessa e dei suoi limiti legali alla violenza: il paradosso totale).

Riformulo a lettere chiare per chi sia confuso: lo stato italiano ha rinunciato a gestire per conto suo la propria potenza, ma NON nel senso di averla cancellata bensì nel senso di averla affidata ad un altro ente (Nato) che la gestisce al suo posto.

L'Italia non può unilateralmente, per conto proprio, dichiarare guerra ad altri, legalmente, ma può comunque dover mandare i propri soldati al di fuori dei propri confini (o addirittura ordinare coscrizioni) per missioni e conflitti a conduzione multilaterale ossia a comando NATO (che significa sotto egida Usa che domina il comando integrato dell'alleanza).

Signori e signore (mi rivolgo al pubblico democratico che crede nei principi di pace costituzionali e trova ostica la mia interpretazione): lo stato in cui viviamo NON ha rinunciato alla forza e alla violenza, semplicemente ha rinunciato alla propria potestà su di esse! Anziché gestire la forza per conto proprio e propri interessi, permette che altre forze - al di sopra di noi - stabiliscano quando usarla o meno.

L'Italia non ha rinunciato alla guerra e alle armi in senso assoluto, come vorrebbe far credere il testo costituzionale: più propriamente ha rinunciato alla sovranità su tali strumenti, delegandoli. Questa è la verità. L'articolo di reazione comune della NATO è in diretta antitesi con l'articolo pacifista della costituzione, anche se pare che nessuno se ne sia reso conto (e che la Nato sia esclusivamente difensiva è assai relativo: tutte le alleanze internazionali sulla carta sono esclusivamente difensive! Nessuna alleanza può dichiararsi "offensiva" ufficialmente).

Inutile che agitiate testi costituzionali se non sapete leggerli correttamente ("leggere correttamente" implica un livello spiacevole di attenzione e non la sola buona fede, che sarà un bene, ma purtroppo non basta). Voglio colpire ancor più duro, perdonatemi: tutti voi che per i migliori ideali non volete un paese militarmente indipendente vi ritroverete COMUNQUE a combattere guerre e nemmeno per i vostri di interessi, ma per quelli di altri (il colmo).

 

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