Basta auto-razzismo. Usciamone da grande nazione

"Dobbiamo tornare alla parte migliore delle nostre radici popolari, allora forse riusciremmo a scoprire che dopotutto non siamo un così brutto paese, anzi."

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Basta auto-razzismo. Usciamone da grande nazione




di Paolo Desogus


Un brutto paese?
 

Ed ecco che per forza di cose ci ritroviamo ad essere nazione, collettività legata da un destino comune. A qualcuno potrà dar fastidio, ma è così.
 

Certo, in nessun altro paese - europeo ed extra europeo - è mai stata messa in discussione la forma di stato-nazione come invece è accaduto in Italia con argomentazione truffaldine sulla contemporaneità sposate da molti sedicenti di sinistra. C'è poi chi ancora persevera nell'autorazzismo e che vede in tutto ciò che fanno e dicono gli italiani il segno di un'inferiorità, di un'incapacità, di un'irresponsabilità rispetto a quanto invece accade in altri paesi "più maturi", "più moderni", più tutto... Curioso no? gli stessi che criticano l'idea di nazione, argomentano questa loro tesi servendosi degli stereotipi sulle nazioni vicine, come Francia, Germania. La fine dello stato nazione esiste insomma solo per noi.
 

Lasciamo poi perdere quelli che parlano di sovranismo, che in fondo non sono altro che l'espressione codina del pensiero neliberale, anche quando, abusivamente, si attaccano sul petto la spilletta con la falce e martello. Bisognerebbe chiedere loro che cosa sia se non un esercizio di sovranità la scelta di Conte e Speranza di lottare senza remore per la difesa del sistema sanitario nazionale e per la salute degli italiani.


La sovranità è alla base della politica, dell'esercizio dei governi e dei parlamenti. Senza sovranità non c'è democrazia, ma sudditanza. Che la si finisca allora di pensare che invece sia una cosa cattiva e protofascista solo perché se la sono messa in bocca Salvini e Meloni! Chi ragiona così è un cretino. C'è del resto da scommettere che loro due al governo non si sarebbero comportati in maniera diversa da Macron e Merkel, i quali irresponsabilmente temporeggiano di fronte a una crisi sanitaria che per loro stessa ammissione avanza inesorabilmente.


Ora per ragioni contingenti ci troviamo tutti insieme ad affrontare una grave crisi. Potremo farlo solo con le nostre attuali risorse umane, culturali e politiche. Non avremo aiuti dall'estero. Anzi, il fatto stesso che dai palazzi europei non arrivi la sospensione della discussione sul MES - che in questo momento somiglia un'incudine lanciata sul naufrago che affoga - ci dice che siamo soli. Avremmo bisogno di un salvagente. Ma non arriverà. Gli stessi accordi di bilancio per guadagnare un po' di deficit riguarderanno soldi nostri. Non saranno un regalo di Bruxelles.


Quel che comunque è certo è che il paese ne uscirà diverso, forse addirittura più consapevole della propria idea di comunità. La solidarietà è ora un gesto necessario che per forza di cose rimetterà in discussione le illusioni del passato e in particolare l'antropologia neoliberale e postmoderna dell'individuo disintermediato rispetto a qualsiasi identità o corpo sociale. Le stesse scene di panico di fronte ai supermercati sono il segno di una crisi di quel modello che concepisce la libertà solo nei termini della libertà di consumo. Un cambiamento è dunque in atto. Se questo ci consentirà poi di tornare alla parte migliore delle nostre radici popolari, allora forse riusciremmo a scoprire che dopotutto non siamo un così brutto paese, anzi.

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