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Ci schiacciano e non reagiamo. Il problema siamo noi, noi saracinesche

 

di Marino Poerio*


Non giriamoci intorno.



Il problema non è chi ignora la nostra situazione: tantissimi, purtroppo, che vivono nel loro mondo e pensano che adesso sia tutto a posto, e ti chiedono sorridendo: "Allora come va? Adesso pian piano state ripartendo, no?". E tu capisci che sono in buona fede, ci credono davvero, e devi scegliere se fare il commerciante, e mantenere il sorriso e la positività, e rispondere al massimo: "Dai, pian piano, speriamo!". Oppure avere il coraggio di dire la verità: no, non va bene, e non andrà bene neanche dopo e questa situazione è piuttosto allucinante e a breve sarà peggio per tutti quanti.

Ma il problema non sono loro, ripeto.

E, la dico grossa, il problema adesso non è nemmeno lo stato, o meglio il problema non è più lo stato, cioè il sistema che ha prima deciso di chiuderci in nome della salute (e passi), poi di fare finta di nulla in nome dell'emergenza (e non passa) infine di farci morire in nome dell'Unione Europea (e devono pagarla).

Il problema siamo noi, noi saracinesche.

E prima ce ne rendiamo conto, meglio è.

Certo, non dipende certo da noi il baratro che si è aperto sotto i nostri piedi.

Ma dipende solo da noi reagire o no.

Punto.

E la verità è che non reagiamo. È così.

Datori di lavoro e dipendenti per una volta navigano davvero sulla stessa barca, su un mare di sabbie mobili. Non ci sono più divisioni ideologiche, perché entrambi siamo vittime.

Noi con le nostre attività straziate, loro con cassa integrazioni fantasma e, purtroppo, la prospettiva di non tornare più a lavorare con noi, perché sappiamo bene che non ci saranno le condizioni economiche per il reintegro di tutti.

Ci stanno schiacciando sotto la luce del sole, senza nemmeno fare finta che non sia così.

Noi siamo tantissimi milioni, tutti insieme.

E cosa facciamo?

Nulla.

Perché le manifestazioni che ho visto fino ad oggi sono state delle incredibili cazzate.

Sono sorti parecchi movimenti di protesta, tra cui il Mosa. Aderenti?

Noi siamo circa undicimila.

Qualcun altro più, qualcun altro meno.

Nessuno ha fatto il botto. Nessuno, in un momento storico del genere!

E quando hanno provato a manifestare, hanno fatto ridere.

Il Mosa non è sceso in piazza per un motivo molto semplice.

Che di quegli undicimila ci seguirebbero poche centinaia sparse in tutta Italia, se va davvero bene.

Una piazza così miserabile (e sono state tutte piazze miserabili, finora) non solo non scalfisce il potere, ma gli fa un benefico massaggio.

In questi giorni parecchie città italiane e di tutto il mondo si sono riempite (davvero riempite) di manifestanti contro l'uccisione di un ragazzo americano da parte della polizia.

Noi per affollare un marciapiede dobbiamo implorare i cugini di quinto grado a seguirci.

Nei momenti critici per i diritti di tante categorie di lavoratori, nella storia d'Italia, fiumane di gente hanno invaso le vie.

Noi, che siamo addirittura a rischio di estinzione, praticamente non reagiamo.

Perché?

I motivi sono fondamentalmente quattro.

Primo: non abbiamo coscienza di categoria (una volta si diceva di classe), perché non abbiamo colleghi, ma concorrenti. Perché mai metterci d'accordo con chi ha aperto a cinque metri da noi rubandoci i clienti?

Ci hanno diviso, e così ci sconfiggono.

Due: pensiamo che dipenda sempre tutto da noi, perché se siamo bravi etc. Me lo ha detto anche un mio cliente: "Sai, io credo nelle licenze libere e nel merito, infatti vengo solo da te perché sei il migliore". È da mesi che non si fa più vedere, il genio.

Terzo, siamo un branco di smidollati che va avanti per inerzia a furia di "dai magari domani sarà un po' meglio". Non abbiamo il coraggio o l'intelligenza di capire che il nostro futuro, per una volta, non dipende dalla nostra abilità commerciale.

Quarto, rimaniamo anche adesso schiavi delle nostre attività, e pensiamo solo a lavorare, che è un gran pregio nei periodi normali, ma una disgrazia quando questa frenetica e cieca corsa nelle nostre ruote di criceti ci impedisce di capire che "occorre fare qualcosa", e che questo qualcosa è innanzitutto chiudere almeno per un giorno questo cazzo di negozio, palestra, albergo ristorante bar forno laboratorio etc, e fare davvero paura ai nostri governanti. Finché ce lo hanno imposto, abbiamo tenuto la saracinesca giù, adesso a pensare di farlo di nostra iniziativa apriti cielo.

Una serrata: già solo questo, mostrare che noi possiamo chiudere le nostre fonti di reddito, di nostra iniziativa, sarebbe una svolta epocale che persino 'loro' capirebbero.

Chiudere tutto (ma davvero tutto, non mezz'oretta simbolica), chiudere tutti (ma davvero tutti, con blocchi fisici ai krumiri, soprattutto i supermercati, i grandi magazzini, che volessero stare aperti, come facevano gli operai ai tempi delle lotte sindacali).

E poi andare sotto le prefetture, i palazzi delle Regioni: diecimila, centomila, duecentomila per ogni città, un milione a Roma, a palazzo Chigi.

E stare lì, irremovibili, finché non ci ricevono.

E battere i pugni sulle loro eleganti scrivanie e dire che no, "i soldi non ci sono" non è una risposta che ci possono dare.

Perché loro stanno già dicendo (e i giornali scrivendo) che si indebiteranno, cioè ci indebiteranno, e poi con le salatissime elemosine eventualmente ricevute da mamma Europa dovranno studiare bene il da farsi, perché domani con quei soldi bisognerà investire nel digitale, nell'innovazione, nella green economy.

No, razza di delinquenti, no.

Noi non abbiamo più clienti. Il problema è solo questo. Ed è ora, adesso.

Ed è l'unica cosa, maledizione, a cui per mesi dovrete pensare.

Perché non avremo i soldi per pagare più nulla: tasse rate fornitori avvocati commercialisti scuole banche.

Che vuol dire che scenderanno tutti all'inferno insieme a noi, solo un po' dopo.

Ditemi: saremmo capaci di farlo?

No, adesso no, lo so.

Ma preparatevi, perché tra pochi mesi è quello che succederà.

*Fondatore del MOSA- Movimento delle Saracinesche

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