Armiamoci ed aprite: ma si può iniziare così?

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Armiamoci ed aprite: ma si può iniziare così?

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di Marino Poerio*


In queste poche ore che precedono le tanto agognate, rinviate, sopravvalutate riaperture, tanti commercianti ed esercenti corrono febbrilmente a destra e a manca per riorganizzare il gran giorno di lunedì.


Alcuni hanno deciso invece di stare alla finestra, preferendo la prudenza di una chiusura volontariamente procrastinata alle troppe incertezze di riaperture così rischiose.


Chi ha deciso di sperare e buttarsi sta pulendo, igienizzando locali (in cui il virus non sarebbe mai potuto comparire in due mesi di chiusura, ma tant'è), spostando tavoli, banconi e sedie col metro in mano.


C'è molta confusione, manca la certezza sul punto di inizio delle misurazioni, su quanti dipendenti ripescare dalla cassa integrazione, sui cibi da comprare e preparare.


Sull'esattezza di queste previsioni si giocano parecchio.


È una sorta di strano e malinconico nuovo inizio, un secondo punto zero, come il primo giorno in cui hanno aperto le loro aziende, ma senza lo stesso spirito felice di impresa parzialmente compiuta, di soddisfazione per un percorso sempre travagliato ma entusiasmante infine giunto alla grande prova del giudizio dei clienti, con tutto l'ottimismo e la buona volontà possibili.


Ora invece serpeggia il timore, la prudenza, lo scetticismo disincantato di chi dice "sempre meglio che stare in casa", addirittura uno schietto pessimismo frutto della ragione, perché avviando la macchina cominceranno a correre subito le spese, con l'indicatore degli incassi troppo lento per tanto tempo. Quanto si resisterà?


Molti già pensano a convertirsi in srl, società a responsabilità limitata, per evitare che un domani i creditori possano assalire i beni personali: dando quasi persa l'azienda, si pensa a come salvare la propria vita.


Ma si può iniziare così?


Non c'erano davvero alternative?


Noi del Mosa le avevamo tirare fuori, ci hanno ignorato. 


Abbiamo spiegato che il virus produrrà una grande crisi di domanda, non di offerta, e che lo stato avrebbe dovuto semplicemente mettere le nostre aziende in congelatore, bloccandone tutti i debiti prodotti dal periodo di chiusura, erogando alle persone contributi a fondo perso, per permetterci di aprire solo in seguito in sicurezza, sereni, senza gli incubi dei distanziatori sociali, delle responsabilità in caso di malattie a un dipendente, con la tremenda spada di Damocle  di una nuova chiusura dopo poco tempo.


Ma adesso ci siamo: si parte, vada come vada. 


Brindiamo: lo spettacolo deve ricominciare, lo Stato ha bisogno che apriamo, ha bisogno di un pretesto per chiederci, tra poco, di pagare le tasse. Prosit.


*Fondatore del Movimento delle Saracinesche

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