Cosa c'è di democratico nel voto di domenica?

Cosa c'è di democratico nel voto di domenica?

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di Paolo Desogus*

In molti evitano di dirlo apertamente per paura di essere accomunati ai soliti qualunquisti, ma il voto che ci accingiamo a dare domenica prossima si iscrive in uno dei momenti più bassi e disgraziati della vita democratica europea. Diciamo anzi che di democratico c'è veramente poco: nonostante tanta chiacchiera sul mitico processo di integrazione europea il parlamento di cui eleggeremo i deputati conta molto poco. L'Europa odierna, checché ne dicano Macron e Renzi, è l'Europa degli stati. Ciò che conta è dunque il Consiglio europeo di cui la Commissione è la cinghia di trasmissione, mentre il Parlamento ne costituisce l'appendice. L'unico potere realmente europeo è quello della BCE la cui missione è però quella di tenere bassa l'inflazione e non quella di sostenere l'occupazione, come invece dovrebbe essere.

La qualità democratica del voto è poi compromessa dai contenuti. In Italia, ma in modi diversi questo accade anche altrove, l'offerta politica è costituita da formazioni che si guardano bene dall'affrontare i temi politici di rilevanza europea: il primo fra tutti la guerra in Ucraina. Il conflitto esploso alle porte del continente non è oggetto di discussione. Al massimo costituisce un tema per le comiche esercitazioni muscolari di Macron. Di ragionamenti realistici legati all'interesse dell'UE non ce ne sono.

E non ce ne sono per una ragione in fondo molto semplice: l'Europa come concetto politico e luogo di costruzione della sovranità estesa ai cittadini che vi abitano non esiste. Non è mai esistita. E non è mai stata oggetto di reali provvedimenti indirizzati a costruirla. La stesso concetto di "processo di integrazione" è una farsa. Non è in atto alcun movimento del orientato ad integrare alcunché.

L'UE proprio per questo non va valutata per quello che potrebbe essere nell'immaginazione di qualche giornalista o di qualche intellettuale truffatore. L'UE va valutata per quello che è ormai da molti anni, con i propri equilibri, la propria dottrina ideologica, le proprie istituzioni e la sua funzione, cioè quella di gestire il mercato unico attraverso la moneta comune e sulla base di parametri di volta in volta negoziati dagli stati secondo la propria forza politica (confrontare l'applicazione della regola del 3% di deficit tra Italia e Francia).

Ora, la guerra in Ucraina poteva essere l'occasione per superare questa dimensione legata alla piattaforma ideologica neoliberale e poststorica avviata negli anni Novanta. L'idea di un esercito comune poteva essere un punto di partenza. Il giorno dopo l'invasione russa l'UE ha però deciso di delegare la difesa alla NATO, cioè agli USA, rinunciando a un pezzo di sovranità politica decisivo e anzi fondamentale.

A ben vedere non poteva forse andare diversamente. La costruzione di un esercito comune implica una politica estera comune, la quale richiede una sintesi generale delle ambizioni geopolitiche tra i diversi paesi, la quale a sua volta necessita dell'individuazione degli interessi comuni e dell'idea di progresso attraverso il quale si intende realizzarli. Non esiste nulla di tutto questo: la politica estera italiana resta radicalmente divergente da quella polacca e quella polacca da quella portoghese e quella portoghese da quella olandese e così via. Le ambizioni geopolitiche sono tra loro contrastanti: Francia e Italia marciano in direzione opposte, nonostante i recenti trattati bilaterali. Gli interessi comuni sono un miraggio per una elenco di ragioni che non vale la pena elencare e che afferiscono a temi come quelli dell'immigrazione, dell'industria, del cambiamento climatico, dell'innovazione tecnologica, dell'occupazione e della gestione dei beni comuni.

Ma, poi, come si può anche solo lontanamente immaginare un'evoluzione politica dell'UE senza predisporsi all'unione fiscale? E, anzi, come si può immaginare un'unificazione in un contesto in cui paesi come Francia e Italia convivono con paradisi fiscali quali Irlanda e Olanda. E soprattutto come si può pensare di costruire una nuova democrazia senza liberarsi dell'ideologia neoliberale che è nemica di ogni democrazia. Le uniche visioni del mondo finora elaborate in Europa in grado di superare l'interesse particolare delle nazioni sono quella che deriva dal socialismo e cioè dalla dialettica politica innescata dal lavoro contro il capitale. Il resto è chiacchiera cosmopolita che avvantaggia i ceti dominanti.

Di tutte queste questioni non abbiamo sentito affatto parlare. La propaganda si è limitata a discussioni di contorno. Del resto anche chi straparla di Stati Uniti d'Europa non ha minimamente intenzione di modificare l'attuale assetto politico. Non ne ha né la forza politica, né la cultura, ed è altamente probabile che sia un ciarlatano truffatore. Viviamo in un periodo storico di ripiegamento culturale, di arretramento sociale e soprattutto di smarrimento: tutte condizioni ideali per l'affermazione delle estreme destre nel continente.

*Post Facebook del 6 giugno 2024

Paolo Desogus

Paolo Desogus

Professore associato di letteratura italiana contemporanea alla Sorbonne Université, autore di Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema per Quodlibet.

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