Di ritorno dal Donbass....

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Torno in Italia.

A Malpensa, la gente insulta il lavoratore che rilascia i biglietti dei pulman per la stazione: siamo in troppi e i pullman troppo pochi, quindi chiunque si sente autorizzato a maltrattarlo.

Apro il cellulare, guardo le notifiche dei commenti su Facebook; la signora con la colomba della pace sul profilo m'aspetta al varco: "Se lei, se la Russia, se il Dombass con la M, se lei sapesse, se lei conoscesse! Se, se, se!".

Chiudo. 

Controllo la home, Zelensky è sempre più incazzato: "Bando ai visti alla Russia!". 

Vado oltre.

Tilda Swinton si arruffiana al festival dell'Istituto Luce, sfoggiando capelli verniciati di giallo: "Ho in testa metà bandiera ucraina!" esulta. 

Ok.

Tilda, di' la verità, in realtà di 'ste cose te non ne capisce niente, mica hai idea di quel che è successo in questi anni a Donetsk, Lugansk, Gorlovka...

"Sì, ma non sia mai che poi rimango disoccupata", pensa tra sé e sé; e così anche lei, dopo Bono e Damiano dei M., ha smarcato il cartellino. Lavoro assicurato.  

Seguono una valanga di meme e post su come cucinare gli spaghetti a fuoco spento e altri che riportano minacce contro chi abuserà del riscaldamento d'inverno. 

Nel mio Comune, per risparmiare, hanno già tagliato l'illuminazione notturna a un'ora e venti prima dell'alba: al massimo t'arrota un'auto mentre attraversi per andare in cantiere, ma la luce te la puoi scordare.

"La mascherinaaa" mi urla il capotreno mentre striscio verso il mio posto. Sono tre settimane che non ne vedo una, neanche in aereo, mi devo riabituare.

Provo a infilare lo zaino nel portabagagli sopra i sedili. 

Troppo pesante, non ce la faccio. Tutti mi guardano. Ritento. Niente. Continuano a osservarmi a volto coperto, ma nessuno accenna a un movimento, compresi gli uomini eleganti che viaggiano nel Freccia Rossa. Io indosso ancora l'ultima camicia pulita, perché a Donetsk, alla fine, l'acqua non è più tornata.

Una ragazza si alza e viene verso di me, avrà sì e no diciotto anni: "L'aiuto io".

L'amica osserva, pronta a intervenire.

"Sei l'unica", le faccio notare.

"Se aspetti a questi..." commenta, e insieme sistemiamo lo zaino.

Ho sempre pensato che questa generazione non potrà mai essere peggiore della precedente.

Impossibile.

Viviamo in un mondo fatto di odio, egoismo e idiozia, ma dobbiamo cambiarlo. 

Glielo dobbiamo. A queste ragazze al mio fianco, che ora mangiano Loacker, ignare di essere le prime ad avermi ridato un barlume di speranza dal mio rientro in Italia.

E ai giovani come loro, migliori di quanto pensiamo, se solo ci fermassimo più spesso a osservarli.

Sara Reginella

Sara Reginella

Psicologa a indirizzo clinico e giuridico, psicoterapeuta, regista e autrice di reportage di guerra. I suoi lavori integrano l’interesse per le dinamiche psicologiche con l’attenzione per l’attualità e uno sguardo che mai dimentica le frange socialmente più vulnerabili.

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