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Donbass, una guerra nel cuore dell’Europa: tra conflitto etno-politico e «vandalismo russofobico»

 

Donbass, una guerra nel cuore dell’Europa. Una guerra nata da una giunta golpista al soldo dell’Unione Europea, ma soprattutto degli USA, che con il supporto di milizie dichiaratamente fasciste e militari della NATO – in spregio agli accordi di Minsk - continua a bombardare le popolazioni del Donbass, ad uccidere e imprigionare antifascisti e democratici, a saccheggiare e svendere le risorse dell’Ucraina. Contro questa guerra, il 14 aprile, si terrà la Giornata Internazionale di Solidarietà con le Popolazioni del Donbass. E per preparare a questo evento l’Antidiplomatico che – nei giorni scorsi - ha pubblicato un’intervista a Stanislav Retenskij - Segretario del Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk- propone oggi una scheda su questa guerra.

La Redazione de l’Antidiplomatico

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Donbass, una guerra nel cuore dell’Europa

di Gianmarco Pisa*

 

Per comprendere l’odierno conflitto nel Donbass e le ragioni della lotta per l’auto-determinazione delle popolazioni russe e russofone della regione, è necessario risalire almeno alla fine del 2013, ormai più di quattro anni fa, quando la mancata sottoscrizione, da parte del presidente ucraino dell’epoca, Viktor Yanukovich, dell’Accordo di Associazione tra l’Ucraina e l’Unione Europea, ha costituito il pretesto per sobillare una vera e propria insurrezione violenta e per determinare un violento regime change a Kiev.


Il Gennaio 2014 è il mese in cui questo “strappo” si consuma: l’accordo non viene sottoscritto e le potenze occidentali si scagliano esplicitamente contro la scelta compiuta dal legittimo governo ucraino; governo, a propria volta, espressione, in maggioranza, del Partito delle Regioni, precedentemente all’opposizione del cosiddetto blocco arancione della «rivoluzione colorata» del 2004-2005; e legittimo, essendo risultato vincitore nelle elezioni presidenziali del 2010 con il 48% dei voti, contro la rivale arancione, Yulia Tymoshenko, ferma al 46%, in elezioni presidenziali definite, dagli stessi osservatori dell’OSCE, «trasparenti e oneste».


La scelta della mancata sottoscrizione dell’accordo è stata dettata, secondo molti osservatori, non solo dai tradizionali rapporti politici ed economici dell’Ucraina con la Russia, che l’associazione alla Unione Europea, quindi a un mercato regionale concorrente, avrebbe modificato e compromesso, ma anche da contingenze di carattere finanziario, di fronte alle richieste di garanzie per un prestito-capestro da parte del Fondo Monetario, che non solo avrebbe comportato una nuova tornata di «riforme strutturali» e privatizzazioni, ma anche una riduzione dei sussidi sociali per una quota pari a circa il 7% del bilancio statale dell’Ucraina.


Interessi nazionali, dunque, che non riguardano solo la tutela di uno spazio di mercato storicamente afferente alla sfera economica russa, ma anche profili prevalenti di sicurezza nazionale, ribaditi anche nello spirito del Trattato di Pratica di Mare, quando, nel 2002, all’epoca della faticosa costruzione di una alleanza internazionale contro il terrorismo, ad appena un anno dalle Torri Gemelle, si propugnava la realizzazione di una «architettura di sicurezza collettiva», dall’Atlantico agli Urali, che avrebbe dovuto coinvolgere tanto la Federazione Russa quanto l’Alleanza Atlantica e che non sarebbe dovuta essere contraddetta da nuove o rinnovate propensioni di tipo egemonista o imperiale, con l’ulteriore espansione a Oriente della NATO.





Invece, la mancata firma dell’accordo di associazione dell’Ucraina all’Unione Europea dà la stura proprio a questo genere di egemonismi e di imperialismi, soprattutto da parte degli attori più forti sulla scena euro-atlantica (in primo luogo gli USA, ma anche la Francia e la Germania, per non parlare della Polonia e degli stati baltici), finalizzati ad assorbire l’economia ucraina nel contesto di mercato europeo - continentale e a minacciare ulteriormente la Russia con una rinnovata operazione di contenimento e roll-back, avvicinando ancora la NATO ai suoi confini. La sollevazione di piazza, nota come «EuroMajdan», tra il 2013 e il 2014, diventa quindi lo strumento per liberare questo potenziale eversivo e creare le condizioni del regime change.

 

Il Golpe di «EuroMajdan» e i precedenti delle «rivoluzioni colorate»


Per questo, è corretto e opportuno riferirsi alla sollevazione di Majdan come ad un golpe: non perché non sussistessero effettivi motivi di malcontento nell’Ucraina della presidenza Yanukovich o non si manifestassero, in quella piazza, anche forze sincere e soggettività civiche; ma perché l’obiettivo, perfino dichiarato, era quello di rovesciare un governo legittimo e costituzionale e le forze prevalenti in quella piazza disegnavano la costellazione di una destra variegata e composita, componendo insieme le diverse opposizioni, europeista, liberista, conservatrice, fino all’opposizione più nazionalista e banderista, fascista e perfino neo-nazista.


Non a caso, «EuroMajdan» segue e si conforma pienamente, come accennato sopra, al paradigma delle cosiddette «rivoluzioni colorate», delle quali riproduce fedelmente lo schema e ripercorre sostanzialmente le caratteristiche fondamentali. Ad una lettura storico-politica e comparata, queste caratteristiche sono tre:
 

  1. la strumentalizzazione di un pretesto (la contestazione, sincera o strumentale, dell’adozione di un determinato provvedimento o dello svolgimento di una determinata tornata elettorale diventa motivo per provocare scontri e sollevazioni, che maturano fino a condizionare un cambio di regime),

  2. l’adozione di forme di disobbedienza civile anche violente (l’applicazione di forme di lotta radicali, spesso violente e talvolta armate, informate al paradigma della non-collaborazione con il, vero o presunto, tiranno di turno, spesso sulla scorta di autentici manuali, come quelli famosi di G. Sharp),

  3. la costruzione di una vera e propria «semiotica della propaganda», attraverso l’elaborazione e l’adozione di segni grafici e mitopoietici, utili sia a creare identificazione e suggestione tra gli aderenti e i partecipanti, sia a diffondere una vera e propria narrazione (simboli e colori, parole e slogan).
     

Gli esempi e i precedenti sono ben noti:

  1. la Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003;

  2. la Rivoluzione Arancione nella stessa Ucraina, nel 2004-2005;

  3. la Rivoluzione dei Tulipani in Kirghizistan nel 2005;

  4. la Rivoluzione Verde e poi Arancione in Azerbaijan, nel 2005;

  5. la Rivoluzione Zafferano in Myanmar, nel 2007.




La tendopoli di «EuroMajdan» è letteralmente, nel breve volgere di poche settimane, egemonizzata dalla destra radicale, revanscista e nazionalista, banderista e fascista. Come ha recentemente dichiarato Volodymir Ishchenko, docente di Sociologia al Politecnico di Kiev: «Il richiamo al movimento nazionalista di Stepan Bandera degli anni Quaranta è molto forte nella estrema destra ucraina. Considerano Bandera un eroe. Ma il banderismo si è fatto strada anche a livello governativo. […] Prima di «Majdan», il 14 Ottobre, giorno della fondazione dell’Esercito Insurrezionale Ucraino [la milizia nazista di Bandera] era l’occasione per cortei della destra che, spesso, si concludevano con scontri con militanti di sinistra. Oggi il 14 Ottobre è festa nazionale».


Sono ben noti, a chi ricorda le cronache di quel periodo, i nomi di alcune tra le formazioni più in vista di «EuroMajdan»: Pravy Sektor, il Settore Destro, organizzazione politico-militare fascista che potrebbe essere collocata nelle file dell’ultra-nazionalismo ucraino e che ha, tra i miti istitutivi, quelli di Stepan Bandera e di Benito Mussolini; Svoboda, Libertà, un misto di ultra-nazionalismo ed anti-comunismo radicale, che, a sua volta, fa grande sfoggio di parole d’ordine e simbologie para-naziste; e, perfino, un nome la cui stessa eco evoca le memorie peggiori del Novecento, il Partito Social-Nazionalista di Ucraina, classificato dal Centro Wiesenthal come uno dei movimenti più radicalmente e violentemente antisemiti che esistano in assoluto.


Ciò che resta di quest’ultimo partito è poi confluito, con altre forze neo-naziste, nel nuovo soggetto politico, costituito, proprio il 14 Ottobre, nel 2016, con il nome di «Reparto Nazionale». Come scrive Oleksiy Bondarenko: «Non poteva esserci data migliore per ufficializzare un nuovo soggetto politico di estrema destra, il partito del famoso gruppo paramilitare Azov. […] L’opaca relazione tra alcuni organi statali e i movimenti neo-nazisti rischia di gettare ombra sul già difficoltoso consolidamento […] del paese».


Agitavano la piazza. Diffondevano parole d’ordine da rivoluzione restauratrice ultranazionalista. Esaltavano figure e mitologie di un oscuro passato fascista e nazista. Distribuivano armi tra gli insorti. E sparavano in prima persona, e soprattutto sparavano i loro cecchini, addestrati e finanziati, colpendo sia tra i poliziotti e la milizia, sia tra i manifestanti e i cittadini inermi, allo scopo di seminare panico e destabilizzare.

Sin da una delle primissime inchieste in assoluto, pubblicata sulla “Oriental Review” il 29 Maggio del 2014, infatti, «le indagini sulla questione dei cecchini a Majdan, da parte del nuovo governo ucraino, vanno avanti. […] Alcune risultanze delle indagini collocano cecchini non identificati da qualche altra parte, non specificata, tra «i ranghi dei manifestanti». Potrebbero anche essere stati militanti di «EuroMajdan».

 

Tra conflitto etno-politico e «vandalismo russofobico»

Diceva nel 2014 Marek Halter: «Sono l’America e la NATO che cercano di spingerci in una guerra contro la Russia. […] Se la comunità internazionale convincesse il governo di Kiev ad accettare un sistema federale, non ci sarebbe più problema». Ed infatti la propaganda della giunta golpista ormai al potere a Kiev non cessa di martellare con la sua, sistematica, manipolazione della realtà: come ha scritto Flavio Pettinari, «i temi referendari […] sono stati stravolti a scopo repressivo dalla giunta di Kiev. […] Il federalismo è stato trasformato in separatismo e, con una forzata interpretazione della legge riguardante l’integrità territoriale del paese, chi propone la riforma federale diventa automaticamente un separatista e rischia l’arresto».


È un punto decisivo: Stato “cuscinetto” o “ponte” per la sua naturale collocazione geografica tra Occidente e Oriente, tra Europa centrale e Federazione russa, l’Ucraina è, per la sua vicenda storica e la sua composizione socio-culturale, un Paese composito, ove l’elemento nazionale ucraino conta per il 77% della popolazione complessiva e in cui una significativa componente polacca è presente nel Nord Ovest (oltre il 7% a Zhytomir e a Khmelnytsky) e una rilevante componente russa (17% della popolazione complessiva) è presente, appunto, nel Sud Est, concentrandosi in particolare nel Donbass (oltre il 70% della popolazione è russofono) e in Crimea (quasi l’80% della popolazione è russofono), prima dell’integrazione di questa nella Federazione Russa.


L’appartenenza linguistica diventa, così, anche un potente vettore identitario, con il 68% della popolazione che si dichiara madrelingua ucraina e il 30% che si dichiara madrelingua russa. Agendo come rilevante vettore identitario, quindi etno-politico, il terreno linguistico è diventato, immediatamente, terreno di scontro da parte della giunta golpista, ultra-nazionalista, sulle minoranze non ucrainofone, in particolare russe.


Lo dimostra anche il fatto che dal golpe di Majdan del 2014 e, in maniera ancora più consistente, dal 2016, l’ucrainizzazione dello spazio pubblico ha assunto contorni perfino radicali, con la ridenominazione di intere città e villaggi, strade e viali, luoghi memoriali e stazioni; ma anche con una vera e propria «sostituzione della memoria», con la rimozione dalla toponomastica di personalità russe con personalità ucraine e la «ri-memorializzazione» di figure quali Taras Shevchenko e, perfino, Stepan Bandera.


L’impronta radicalmente nazionalista e anti-russa del golpe di Majdan si avverte sin dal suo primo atto “ufficiale”: l’incontro del 1° Febbraio 2014, a Monaco, tra l’allora segretario di stato USA John Kerry e i leader dell’opposizione nazionalista al presidente legittimo Viktor Yanukovich. Il paradigma della cosiddetta «esportazione della democrazia» e lo schema della famigerata «rivoluzione colorata» è ampiamente riassunto nelle parole, a margine della conferenza, dello stesso segretario di stato nord-americano: «Sono al fianco del popolo dell’Ucraina nella sua lotta … per realizzare le proprie aspirazioni».


Poco più tardi, dopo l’incontro di Monaco, tra il 18 e il 21 Febbraio del 2014, il golpe si compie fisicamente con l’occupazione militare di tutti i presidi istituzionali. Lo stesso 20 Febbraio arriva la conferma, per voce dell’allora Alto Rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, che «l’Unione Europea ha imposto sanzioni contro l’Ucraina e l’embargo su esportazione di armi e attrezzature».


La giunta di Kiev porta dunque alla ribalta il disegno eversivo e il progetto golpista, dissolvendo, di fatto, l’Ucraina costituzionale: subito, tra il Febbraio e il Marzo 2014, la tutela delle minoranze linguistiche viene abrogata; il potere di nominare e revocare i giudici viene riportato al governo di Kiev; le trasmissioni di tutti i canali di informazione russi vengono interrotte. Il cosiddetto «vandalismo russofobico» dilaga, ancora tra il Febbraio e l’Aprile venticinque statue di Lenin, il monumento ai partigiani sovietici della II Guerra Mondiale e il monumento ai soldati caduti nella Guerra in Afghanistan a Dnepropetrovsk sono vandalizzati o distrutti.
 

Come ha messo in luce il bel reportage, per “La Stampa”, di Maria Grazia Bruzzone, «gli ultra-nazionalisti, neo-nazisti e russofobi, di Svoboda (Libertà) e di Pravy Sektor (Settore Destro o Ala Destra), dopo avere guidato la protesta di «Majdan», hanno conquistato ruoli di primissimo piano nel nuovo governo e controllano Forze Armate, Polizia, Giustizia e Sicurezza Nazionale. Abbastanza da preoccupare la Russia, certo; ma forse anche l’Europa, dove ci si accinge a votare fra qualche mese e dove i partiti di destra estrema, più o meno rivestiti di panni rispettabili, stanno conquistano posizioni tra gli euro-scettici».



La sollevazione delle popolazioni del Donbass e la lotta contro la guerra e per la pace

È ancora Maria Grazia Bruzzone, poco più avanti, a ricordare, assai significativamente: «Due settimane dopo che Nuland aveva dichiarato che «Euromajdan» «incorpora i principi e i valori che sono pietre miliari di ogni democrazia», 15 mila membri di Svoboda hanno promosso a Lviv - epicentro delle attività neo-fasciste in Ucraina - una manifestazione a lume di torce in onore di Bandera. Luogo dove si è voluto rinominare “Piazza della Pace” - nome troppo sovietico - “Battaglione Nachtigall” in onore degli autori della carneficina di ebrei a Lviv». Le reazioni di protesta, soprattutto, ma non solo, nel Sud Est, di carattere anti-fascista o a tutela dei propri diritti, vengono sistematicamente soffocate e represse, spesso nel sangue.


A Odessa si consuma una tragedia destinata a rimanere nella storia: le squadre dell’ultradestra neo-nazista, in particolare Pravy Sektor, non si limitano ad assaltare brutalmente la manifestazione, popolare e operaia, della Festa dei Lavoratori del Primo Maggio, ma innescano una vera e propria caccia all’uomo, finendo con il mettere, letteralmente, a ferro e fuoco, la Casa del Sindacato, dove i manifestanti si erano rifugiati, assaltandoli, torturandoli, finendoli, in molti casi, arsi vivi. Il primo bilancio, estremamente sommario, già dà la misura della tragedia: 48 morti. Il bilancio reale, conclusivo, sarà invece di oltre cento vittime.


Dalle manifestazioni anti-fasciste dell’Aprile e del Maggio del 2014 matura tuttavia il profilo della resistenza e dell’auto-determinazione delle popolazioni russofone del Sud Est: sull’onda delle manifestazioni della prima settimana di Aprile del 2014, culminata nella grande mobilitazione popolare di sabato 5 e domenica 6 Aprile, viene occupata la sede del Governatorato di Donetsk, il 7 Aprile, da più di duecento manifestanti, soprattutto sindacalisti e operai dei complessi metallurgici del Donbass, e viene proclamata la Repubblica Popolare di Donetsk, cui fa seguito, sulla base di una analoga occupazione, questa volta del Palazzo del Servizio di Sicurezza a Lugansk, la proclamazione, il 28 Aprile, della Repubblica Popolare di Lugansk.





In una sua determinazione del Febbraio 2015, il Consiglio del Popolo della Repubblica Popolare di Donetsk approva un memorandum che collega idealmente la Repubblica Popolare ad una precedente esperienza statale instaurata nel Donbass, la Repubblica Bolscevica del Donetsk-Krivoj, proclamata nel 1918. L’autonomia e l’auto-determinazione; la tutela dei legami storici ed economici con la Russia; il riconoscimento dei diritti nazionali e, in primo luogo, linguistici, insieme con le forme di auto-gestione e di auto-governo, anche nelle manifestazioni dell’Aprile e dei mesi successivi sono dunque al centro delle rivendicazioni delle popolazioni del Donbass, cui la giunta di Kiev ha saputo rispondere, pressoché esclusivamente, in termini militari.


Descritto spesso come «conflitto congelato» o «conflitto a bassa intensità», il conflitto è in realtà aperto e tuttora in corso, e la tregua sancita dagli Accordi di Minsk (2014-2015) ripetutamente violata o elusa. L’appoggio alle forze democratiche e il sostegno alle martoriate popolazioni del Donbass restano dunque compiti centrali per le forze anti-fasciste e pacifiste; a maggior ragione dopo l’approvazione, il 18 Gennaio 2018, della legge della giunta di Kiev per la «reintegrazione del Donbass»: pieni poteri al governo di Kiev per impegnare le forze armate ucraine al fine di «reintegrare» quei territori che Kiev considera «propri».
 

La legge conferisce al presidente il diritto di utilizzare le forze armate in tempo di pace, cioè, di fatto, ad impegnare l’esercito nel Donbass in una campagna militare senza dichiarare guerra. L’impegno per la pace e per i diritti, diventa così, ancora una volta, lotta per la democrazia, per la giustizia e contro la guerra.

 

* Operatore di pace. Impegnato nella solidarietà internazionale e nella ricerca-azione per la trasformazione dei conflitti, nell'ambito di IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Corpi Civili di Pace, si occupa inoltre di inter-cultura e mondialità. Ha all'attivo pubblicazioni sui temi del conflitto e della pace e iniziative nei Balcani, in America Latina e, in diversi contesti, nello scenario mediterraneo.

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