Fumo di Bruxelles

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Di Paolo Desogus

Credo che non sia nemmeno più una questione economica. La proposta della Commissione UE non è solo fumo negli occhi, ma è il documento che attesta l'impossibilità di riformare un'unione nata male e cresciuta peggio.



Lo? schema della proposta è più o meno quello del MES: un po' d'aiuto in cambio di riforme, che secondo la tradizione UE consistono in tagli alla sanità, alla scuola e alle pensioni per favorire la sussidiarietà, le privatizzazioni, l'istruzione privata e le compagnie di assicurazioni insieme alle banche. Ci danno soldi, per la verità molto pochi, e in cambio ci chiedono di impoverire lo stato. 

Va ormai così da molti anni e i risultati, con qualsiasi governo, sono grosso modo simili: poca crescita, spostamento della ricchezza dal basso verso l'alto, declino del mezzogiorno, depauperamento del tessuto industriale. A questo si aggiunge l'impoverimento immateriale del paese. Ai tagli, alla delega verso il vincolo esterno e ai memorandum, scritti e auto imposti, ha corrisposto un imbarbarimento del personale politico e del corpo popolare. In un contesto in cui i conti li fa la burocrazia europea, alla politica non è rimasto altro se non il compito di gestire il malessere senza risorse economiche e senza il potere di intervento nell'economia. Il risultato è che oggi nessun partito è in grado di fare un progetto a lungo termine per il paese. Nessun partito che aspira ad andare al governo sa dire come vuole l'Italia tra cinque, dieci anni. Dal canto loro gli stessi cittadini non sanno immaginare un futuro nella collettività. Le massime ambizioni sono l'idiozia del reddito universale o il taglio delle tasse. Nessuno sembra essere in grado di aspirare alla piena occupazione, a un posto geopolitico di rilievo per il paese, al miglioramento della sanità, al consolidamento di determinati settori industriali, allo sviluppo delle infrastrutture, all'aumento del livello di istruzione e alla crescita e alla diffusione della cultura italiana. 

Da noi la politica ha deciso di non decidere più nulla, di non progettare il futuro. Si limita esclusivamente a false soluzioni nell'attesa che dall'esterno arrivi qualche aiuto, qualche indirizzo. La questione, come dicevo, non è più economica. È politica, è culturale e riguarda la gabbia mentale in cui si è auto imprigionato il paese, incapace di progettare il proprio futuro, di immaginarsi come comunità e di dotarsi di un personale politico responsabile e all'altezza.

*Professore alla Sorbona di Parigi

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