I fan di Zelenski mostrano le prime importanti crepe

I fan di Zelenski mostrano le prime importanti crepe

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di Giacomo Gabellini per l'AntiDiplomatico

Dietro la cortina fumogena delle visite di Stato a Kiev e dei comunicati ufficiali finalizzati a riaffermare il pieno supporto al governo di Zelen’skyj, il fronte dei sostenitori dell’Ucraina evidenzia crepe sempre più profonde e visibili.

La situazione più critica si registra indubbiamente in Germania, dove il governo di coalizione formato nel dicembre 2021 tra socialdemocratici, verdi e liberali è stato investito da una serie di scandali di piccole, medie e grandi dimissioni culminati con il “dimissionamento” del ministro della Difesa Christine Lambrecht (socialdemocratica), e con il drastico indebolimento di altre due figure chiave rappresentate dai suoi omologhi alle Finanze (Christian Lindner, liberale) e all’Economia (Robert Habeck, verde). Un sondaggio condotto dal Forsa Institute for Market lo scorso dicembre su un campione di circa 4.000 persone attesta inoltre un calo del tasso fiducia nei confronti del cancelliere Olaf Scholz del 24% (dal 57 al 33%) nell’arco di un anno, imputabile prevalentemente all’incapacità dell’esecutivo di contenere l’inflazione e fronteggiare efficacemente i problemi economici che attanagliano il Paese.

Anche l’appiattimento del governo tedesco sulle posizioni oltranziste della Nato ha inciso, come si evince da un’altra rilevazione effettuata da «Deutsche Presse Agentur» secondo cui il 45% dei tedeschi esprimeva contrarietà all’invio all’Ucraina di carri armati Leopard-2, a fronte di un 33% di favorevoli. Una divaricazione riscontrabile, anche se con vari livelli di ampiezza, nei sostenitori di ogni forza politica rappresentata al Bundestag, fatta eccezione per gli elettori del Partito Verde e di Alternative für Deutschland: per i primi, il tasso di contrarietà all’invio dei Leopard-2 a Kiev si ferma al 25% (50% di favorevoli), mentre per i secondi raggiunge addirittura il 76% (13% di favorevoli).

Più che da “mere” considerazioni di natura etica, l’orientamento dei cittadini tedeschi sembra dettato dalla percezione delle implicazioni economiche della guerra, oltre che dalle fosche previsioni in merito all’impatto che verrà a prodursi sull’economia nazionale da un prolungamento a tempo indefinito del conflitto. Stando ai calcoli realizzati dal Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung (Diw), la combinazione tra sostegno militare e finanziario assicurato dalla Germania all’Ucraina, rincaro forsennato dei prezzi dell’energia sospinto dalla guerra (secondo uno studio di Allianz, alla fine dell’anno corrente l’esborso  energetico delle industrie tedesche risulterà il 40% più elevato rispetto al 2021), ripercussioni delle contro-sanzioni imposte da Mosca e recisione “indotta” del legame energetico con la Russia avrebbe raggiunto un costo complessivo pari a circa 100 miliardi di euro, equivalenti grosso modo al 2,5% del Pil tedesco. Come ha spiegato il direttore del Diw Marcel Fratzscher nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano «Rheinische Post», «l’economia tedesca è stata colpita con forza dalla crisi perché è maggiormente dipendente dall’energia russa, dotata di un’elevata percentuale di industrie energivore ed estremamente dipendente dalle esportazioni, e quindi dalla stabilità dalle catene di approvvigionamento globali». Il perdurare per molto tempo ancora dello svantaggio competitivo costituito da prezzi dell’energia eccessivamente elevati, ha denunciato Fratzscher, minerà la posizione commerciale della Germania, già insidiata dalla svolta protezionista statunitense imperniata sull’Inflation Reduction Act. Peter Adrian, presidente dell’associazione delle Camere di Commercio e delle Industrie tedesche (Dihk), prevede che nel 2023 la guerra all’Ucraina comporterà per l’economia della Germania una perdita di creazione di valore quantificabile in non meno di 160 miliardi di euro, pari al 4% del Pil tedesco. Valutazioni dello stesso tenore sono state formulate dalla Bundesbank, i cui specialisti ritengono che la fase di recessione tecnica in cui il Paese è già entrato si protrarrà quantomeno per i prossimi due trimestri.

Malumori circa la prosecuzione del conflitto russo-ucraino, a dispetto dei toni adoperati da Biden durante la recente visita a Kiev e dai membri più influenti della sua squadra di governo, si registrano anche negli Stati Uniti. Lo si evince non solo dal calo tendenziale del supporto popolare alla consegna di armi all’Ucraina (passato dal 73 al 58% dall’aprile 2022 al febbraio 2023), ma anche dalla crescente pressione che l’ala “trumpiana” del Partito Repubblicano sta esercitando sia sul resto del Grand Old Party che sulla Casa Bianca per quanto concerne la riduzione del deficit federale. In ballo c’è l’innalzamento del tetto del debito, che i repubblicani fedeli all’ex presidente intendono ostacolare qualora l’esecutivo non ridimensionerà ragguardevolmente l’entità del supporto militare e finanziario accordato sinora al governo di Kiev e non concentrerà sforzi e risorse sulla risoluzione dei problemi concreti che affliggono la popolazione statunitense, inflazione in primis.

Anche se saldamente incline a mantenere la linea del sostegno all’Ucraina in funzione di indebolimento della Russia, l’amministrazione Biden non può continuare a ignorare sine die la situazione critica in cui versa una quota sempre più cospicua di popolazione statunitense, né la propensione dei repubblicani a cavalcare il malcontento montante in chiave meramente elettorale. Soprattutto, la Casa Bianca non si trova nelle condizioni di sottovalutare le istanze provenienti da segmenti decisivi dello “Stato profondo”, emblemizzate dalle recenti prese di posizione del capo di Stato maggiore Mark Milley, espressosi a favore dell’apertura di canali diplomatici stante l’impossibilità – a suo avviso – per entrambi i contendenti di addivenire a un esito favorevole sul campo di battaglia.

Dichiarazioni, quelle pronunciate da Milley (e riconfermate dallo stesso settimane dopo), che erano state precedute da valutazioni sostanzialmente analoghe formulate dal suo predecessore Mike Mullen, e riprese nei loro tratti essenziali da uno studio condotto dall’influentissima Rand Corporation. Secondo il noto think-tank vicino al Pentagono, gli interessi degli Stati Uniti risulterebbero molto meglio tutelati da una conclusione rapida del conflitto, che scongiurerebbe il pericolo di un’escalation incontrollata, eviterebbe di cementare ulteriormente l’alleanza russo-cinese e mitigherebbe le pressioni inflazionistiche sull’energia. D’altro canto, recita il documento, la prosecuzione a tempo indeterminato dell’assistenza militare e finanziaria all’Ucraina potrebbe rivelarsi non solo insostenibile da un punto di vista meramente economico, ma anche superflua sotto il profilo bellico alla luce della capacità della Russia di «vanificare i successi ucraini sul campo di battaglia» nelle aree di Kharkiv e Kherson. La conclamata inconsistenza dello “scenario ottimista” a cui punta l’amministrazione Biden, caratterizzato da una sconfitta strategica della Federazione Russa preceduta da un ritiro totale dai territori ucraini, dovrebbe spingere Washington a prendere atto dell’inconciliabilità degli interessi statunitensi con quelli perseguiti dal governo di Kiev, anelante a recuperare il controllo non soltanto dei quattro oblast’ annessi negli scorsi mesi dalla Russia, ma anche della Crimea. Assecondando invece le ambizioni ucraine, sostengono gli autori dello studio, l’apparato dirigenziale Usa non fa che «prolungare la guerra e incrementarne proporzionalmente i rischi».

La conformazione del contesto strategico renderebbe quindi necessaria l’adozione di una linea operativa che miri ad incentivare la disponibilità dei contendenti a partecipare al tavolo delle trattative. Ventilare un allentamento delle sanzioni potrebbe risultare la chiave di volta per conquistare il favore della Russia, mentre per convincere l’Ucraina si parla apertamente di paventare un’interruzione del sostegno sia militare che finanziario. Esattamente la direzione in cui sembrerebbe essersi mossa di recente la Casa Bianca, che stando alle confidenze rese a «Reuters» da una fonte anonima interna agli “apparati” statunitensi avrebbe comunicato a Kiev che il supporto e le risorse degli Stati Uniti non sono illimitate. «Questa guerra dovrà finire ad un certo punto. E tutti vorremmo che finisse il prima possibile», avrebbe dichiarato il funzionario.

Parole significative, che illuminano di una luce particolare le rivelazioni – smentite da tutti i diretti interessati – formulate settimane addietro dal quotidiano svizzero «Neue Zürcher Zeitung», secondo cui verso la metà gennaio il direttore della Cia William Burns avrebbe presentato a Kiev e Mosca un piano di pace implicante la cessione alla Russia del 20% del territorio ucraino (l’intero Donbass, all’incirca) in cambio della cessazione delle ostilità da parte del Cremlino. Secondo la pubblicazione elvetica, la proposta sarebbe incorsa in un sostanziale fallimento a causa della indisponibilità dell’Ucraina ad accettare mutilazioni territoriali, e della certezza di poter conseguire un successo sul campo di battaglia riposta dalla leadership russa.

 

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