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Il debito pubblico è un falso problema per l'Italia

 


di Dante Barontini - Contropiano
 

Cosa hanno in comune Alberto Bagnai, Paolo Savona e Luis de Guindos Jurado? In generale sono tre apprezzati economisti, politicamente assolutamente non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. I primi due, oltre a far parte della maggioranza o del governo gialloverde (Savona la lascito il posto di ministro per guidare la Consob), sono considerati degli euroscettici piuttosto decisi, il terzo è vicepresidente della Bce, e quindi parte integrante dell’establishment “europeista”.


E naturalmente nessuno dei tre riscuote le nostre simpatie.


Eppure nelle ultime 48 ore questi tre signori hanno detto tutti la stessa identica cosa su un punto decisivo che sia la “classe politica” (scusateci il termine) sia il sistema dei media mainstream si è ben guardata dal cogliere. Meglio nasconderla, sennò si vedrebbe troppo bene di che impasto fangoso siano fatti i trattati europei ed anche le velleità “trattativiste” di questo governo.


Come abbiamo scritto spesso, la contrapposizione tra “europeisti” e “sovranisti” è una recita a soggetto. Ed entrambi rispettano con precisione il ruolo che è stato loro dato, per non rompere questa sceneggiata che immobilizza la possibile consapevolezza del “popolo”.


Qual’è questo segreto inconfessabile?


Una quisquilia: il livello del debito pubblico è l’unico parametro negativo tra i fondamentali economici di questo paese. Ma quando “i mercati” debbono considerare la solidità dei conti pubblici e la solvibilità di uno Stato, sono soliti considerare diversi altri fattori altrettanto – se non più – importanti del debito pubblico.


Quali? Li indichiamo con le parole del vicepresidente Bce, intervistato dal Corriere della Sera, nientepopodimeno che da Federico Fubini: «l’Italia ha anche dei vantaggi che dobbiamo riconoscere. Il primo è che ha un surplus di partite correnti, nel complesso degli scambi con il resto del mondo. La posizione finanziaria netta sull’estero è buona e questo riduce la vulnerabilità dell’economia. E quando si guarda alla situazione di bilancio nel tempo, non è stata male: quasi tutti gli anni l’Italia ha avuto un avanzo prima di pagare gli interessi sul debito. Non è molto facile riuscirci, dunque è un precedente molto buono, soprattutto in confronto ad altri Paesi».


Riassumiamo per i non addetti ai lavori economici: a) l’Italia esporta più di quanto non importi (partite correnti in attivo); b) l’Italia è un paese così ricco da spostare una parte crescente della propria ricchezza all’estero (ha una posizione finanziaria con l’estero molto buona); c) da oltre venti anni lo Stato spende meno di quanto incassa con le tasse (saldo primario positivo, prima del pagamento degli interessi sul debito).


Un paese che sta molto bene, insomma, e semmai dovrebbe lamentarsi con i “propri” riccastri che spostano soldi all’estero invece di investirli “in patria” (come usano dire dalle parti del governo).


Un paese che in fondo dovrebbe maledire la memoria di Nino Andreatta, l’economista democristiano che si inventò il “divorzio” tra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, legiferando una trappola che da allora in poi ha fatto crescere senza freni il debito pubblico pure in presenza di un avanzo primario pluridecennale. Ossia il mostruoso paradosso di un paese che si indebita sempre di più proprio perché risparmia sempre di più…


Ovvio che se si dovesse cominciare a parlare in pubblico di questa situazione, completamente diversa da quella narrata dalla “classe politica” e dal sistema mediatico, sarebbe più complicato chiedere alla popolazione altri “sacrifici” (come l’aumento dell’Iva e il taglio di pensioni, servizi sociali, sanità, istruzione).


Dunque solo il debito pubblico deve essere indicato come il parametro da usare come stella polare (per imporre austerità), usato come un acchiappafantasmi hollywoodiano; mentre gli altri vanno trattati come “dati economici neutrali”.

Così i ricatti riescono meglio…


Si capisce che “europeisti” e “sovranisti” sono d’accordo nel “non creare panico” (tra le loro fila, ossia tra chi li elegge).


Quello su cui contrastano – tra loro – è sul tipo di “trattativa” da condurre per i prossimi anni, perché ogni trattato che si fa adesso, esattamente come quelli precedenti, segnerà la vita di tutti i paesi dell’Unione per i prossimi decenni.


Il meccanismo interno di questi trattati, peraltro, non è sostanzialmente da quello – chiamato Aleca – che la Ue sta cercando imporre alla Tunisia e altri paesi della costa sud mediterranea. Un piccolo paese del Maghreb ha certamente ha certamente meno forza e peso economico, dunque è saccheggiabile più facilmente. Ma non è che tra partner europei le cose stiano in altro modo.


La “competizione” interna è a carte truccate, insomma. L’esempio più noto e citato è il surplus tedesco (il contrario del deficit), da quasi 20 anni costantemente al di sopra (anche del doppio) rispetto al 3% indicato dai trattati. Ma nessuno ha mai alzato il ditino nei confronti di Berlino per minacciare una “procedura di infrazione”, nonostante ogni economista al primo anno di università apprenda che in un sistema monetario chiuso chi ha surplus sta mangiando sul deficit altrui. In concreto: la Germania finanzia il suo debito pubblico a costo zero o addirittura guadagnandoci qualcosa (è lo spread, bellezza). Mentre grandi quantitativi di capitali italici – dell’imprenditoria, mica solo dei mafiosi! – va a cercare “rifugio” nei Bund tedeschi, magari rimettendoci qualcosa e finanziando a gratis il debito di Berlino.


E ti credo che Weidmann, Schaeuble e Merkel non intendono toccare neanche una virgola!


Viene insomma fuori che non c’è alcun “meccanismo economico oggettivo”, “basato su dati scirntifici”, ma solo una serie di contratti firmati da imbecilli (per parte italica) che hanno consegnato ad altri il potere di decidere su come si governa qui.


Il che è un fatto che riguarda sia le classi (lavoratori dipendenti, pensionati, giovani dei ceti popolari, precari con ogni tipo di contratto, ecc, da un lato, imprenditori e rentier dall’altro), sia i paesi. Lo stesso processo che impoverisce i ceti popolari contribuisce a smantellare la capacità produttiva del paese (molte aziende di prima fascia sono diventate “straniere”, e quindi ancor più indifferenti al destino della popolazione), a devastare il nostro territorio (spopolando il Sud), a costringere a emigrare, a demolire il tessuto sociale delle nostre città (la gentrificazione causa turismo segue quella “produttiva” degli anni ‘80 e ‘90).


Affrontare questo intreccio con l’ideologia del nemico è un suicidio. Farsi arruolare tra gli “europeisti” è da venduti, fiancheggiare i presunti “sovranisti” (banali “nazionalisti piccolo-borghesi vecchio stampo) idem.


Bisognerà lavorarci sopra meglio, ma il gioco sta diventando scoperto…

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