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Il marchio dell'imperialismo sul gay pride

 

Riprendiamo questo scritto di Alessandro Pascale e apriamo alla discussione


Il Gay Pride allo stato attuale non è più l'espressione della sacrosanta lotta per garantire i diritti umani anche alla categoria LGBT, ma uno strumento di egemonia con cui l'imperialismo statunitense ha sussunto le lotte LGBT per i propri interessi strategici. Segnaliamo a tal riguardo l'ottimo l'intervento del compagno Fabio Riccardo Colombo, pubblicato sul proprio profilo facebook in data 29 giugno 2018:

"Non ho mai partecipato a un Pride senza mettere in dubbio quello che stavo facendo.
Sono una persona molto orgogliosa di quello che fa, di quello che ha fatto, ma per nulla di quello che è.

Partecipare a una festa itinerante per le vie del quartiere gay di Milano, con coreografie goliardiche e rivendicazioni politiche limitate al matrimonio omosessuale, alla "Legge contro l'omofobia" non è il mio modo di fare politica. 
Non voglio condividere la piazza con i padroni di Microsoft, Gloovo, Vodafone, Netflix, Coca Cola e di altre grandi multinazionali che sfruttano il terzo mondo per soddisfare le pretese del primo.
Non voglio stare nella stessa piazza della rappresentanza del governo degli Stati Uniti d'America, leader nelle diseguaglianze sociali tra le democrazie occidentali.
Non presterò loro il mio corpo per farsi pubblicità.
L'Amministrazione, nonostante dia il patrocinio, chiede fior di quattrini all'organizzazione del Pride. Per poi utilizzarlo come passerella per Sindaco e giunta.

Un anno fa, a RIOT Village, con queste parole dicevo che non sarei stato più disposto a partecipare a un Gay Pride: non me ne faccio un cazzo del matrimonio (sono contrario anche a quelli eterosessuali, portano solo rogne), della legge contro l'omofobia, di avere un quartiere ghetto in centro. Voglio poter vivere la mia vita come tutti gli altri, nonostante quello che sono. Voglio non essere discriminanto nei luoghi della formazione e di lavoro. Voglio poter essere quello che sono anche nella periferia in cui vivo, anche se non sono pieno di soldi, non guardo le serie TV, mi fanno cagare unicorni e arcobaleni e mi piace andare in montagna e mangiare la polenta.

A distanza di un anno, grazie alla Rete della Conoscenza, posso scendere in piazza da orgoglioso. Finalmente.

Posso scendere in piazza a rivendicare i diritti sociali per la comunità LGBT, senza i quali i diritti civili sono solo carta da culo.
Posso scendere in piazza nel mio quartiere, partiremo da Via Padova.
Posso dire che chi sfrutta i lavoratori mi fa schifo come chi discrimina per le differenze di orientamento sessuale o di genere.
Posso sfilare sentendomi quello che sono, con la mia rabbia, il mio amore, le mie pretese. Senza il comizio di Beppe Sala che, con tutto il bene del mondo, non sarà mai portavoce delle mie istanze.

Posso dire che a distanza di quasi 50 anni i moti di Stonewall non si celebrano con la festa dei colori vivaci, delle multinazionali e del PD, perché trovo non ci sia un cazzo da festeggiare. [...]"

Segue appello alla manifestazione svoltasi nella mattina del 30 giugno 2018.


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