Il mondo ritorna alla visione dei "cinque mari" di Assad

Il mondo ritorna alla visione dei "cinque mari" di Assad

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Traduzione dall'arabo al francese di Mouna Alno-Nakhal. Traduzione dal Francese all'italiano di Nora Hoppe.

di Nasser Kandil*

Come tutto è iniziato con Damasco, la fine verrà da Damasco

Durante il mandato dell'ex presidente americano George W. Bush e dopo l'ammissione pubblica del fallimento delle guerre da lui condotte attraverso la pubblicazione del famoso "rapporto Baker-Hamilton" emesso [6 dicembre 2006] da una commissione composta da membri dei partiti repubblicano e democratico del Congresso degli Stati Uniti, il presidente siriano Bashar al-Assad ha lanciato il suo appello per la formazione di un sistema regionale che riunisca gli stati che si affacciano su cinque mari [il Mar Mediterraneo, il Mar Rosso, il Mar Caspio, il Mar Nero e il Mar del Golfo Arabico] per riempire il vuoto lasciato dal fallimento americano.

Il presidente siriano aveva quindi avviato una prima mossa includendo Russia, Iran, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, motivando i suoi alleati russi e iraniani ad accettare il suo invito e cercando di convincere Turchia, Arabia Saudita ed Egitto della portata dei rischi derivanti dal vuoto strategico annunciato; un vuoto che sarebbe stato riempito dal caos e dal terrorismo, a meno che non si trovasse un'alternativa che garantisse la stabilità nella regione.

Ma il Partito Democratico ha finito per rifiutare l'opzione raccomandata dal rapporto Baker-Hamilton di aprire alla Siria, che è il cuore stesso di questo sistema regionale a cinque mari, perché non includeva l'entità occupante israeliana. Questo nonostante il suo ruolo sia stato considerato decisivo di fronte alle guerre dei neoconservatori, dato che la Siria avrebbe contribuito a spianare la strada al ritorno dei democratici alla Casa Bianca, secondo le parole della presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, dopo la sua visita a Damasco e il suo incontro con il presidente Bashar al-Assad nel 2007.

Inoltre, con l'arrivo di Barak Obama al potere e lo sbocciare della cosiddetta primavera araba, divenne presto chiaro che l'opzione del caos e del terrorismo era diventata un'opzione ufficiale per Washington, dimostrando la validità delle previsioni del presidente al-Assad.

Infatti, da allora in poi, l'Egitto fu la prima vittima presa di mira dal caos e dal terrorismo avendo approfittato della rabbia del popolo egiziano che aspirava al cambiamento, fino a cadere sotto l'influenza della Fratellanza dei cosiddetti Fratelli Musulmani, prima che l'esercito lo recuperasse due anni dopo. Per quanto riguarda la Turchia e l'Arabia Saudita, hanno partecipato attivamente al nuovo piano americano, di cui la Siria era l'obiettivo principale: la Turchia, motivata da dichiarate ambizioni ottomane, essendo il perno e l'incubatore della guerra alla Siria; l'Arabia Saudita essendo il finanziatore, istigatore e organizzatore di gruppi terroristici che costituiscono l'"esercito ausiliario" di questa guerra, al fine di compensare l'inettitudine degli eserciti occidentali e l'esercito israeliano nel combattimento [terrestre].

È così che, negli ultimi dieci anni, la guerra in Siria è diventata una versione geograficamente ridotta di una terza guerra mondiale, sia per l'enormità delle risorse destinate a vincerla, sia per la molteplicità dei paesi coinvolti.

Ed è così che dieci anni dopo l'aggressione alla Siria, Egitto, Arabia Saudita e Turchia, invitati ieri a unirsi al sistema di stabilità regionale proposto dal presidente Al-Assad, si trovano oggi di fronte a scadenze drammatiche. L'Egitto è minacciato esistenzialmente dalla diga Rinascimento in Etiopia. Turchia e Arabia Saudita stanno raccogliendo i risultati del fallimento delle guerre in cui sono stati coinvolti, in Siria per la prima, in Siria e Yemen per la seconda.

Nel frattempo, è stata la resistenza ormai leggendaria della Siria la ragione decisiva del fallimento degli aggressori nel raggiungere i loro obiettivi principali, i suoi fedeli alleati che sono rimasti al suo fianco essendo pienamente consapevoli che questa non era solo una guerra alla Siria, ma anche una guerra progettata per cambiare il mondo dalla porta della Siria e seminare caos e terrorismo in esso.

Infatti, il piano degli alleati che hanno lanciato la guerra alla Siria è andato ben oltre i suoi confini. Attaccandola, hanno preso di mira la Russia nella sua sicurezza, la Cina nel suo accesso al Mediterraneo, l'Iran nel suo ruolo, la sua resistenza e le sue relazioni con i vari movimenti di resistenza, cercando di spezzare la schiena della Resistenza libanese e bloccare le sue vie di approvvigionamento. E, nel processo, hanno lavorato per garantire la sicurezza di Israele e dell'occupante americano in Iraq, per mettere il Libano nelle mani del "gruppo di Jeffrey Feltman" e, implicitamente, per tagliare la strada alla resistenza risorgente in Yemen, Palestina e Iraq.

Ma con la partenza dell'amministrazione dell'ex presidente Donald Trump e il fallimento dei suoi piani per far rivivere e generalizzare il caos e il terrorismo, a causa delle vittorie della Siria sulle organizzazioni ISIS-Daesh, il Fronte al-Nusra e i cosiddetti Fratelli Musulmani, la Casa Bianca si è aperta nuovamente a un'amministrazione democratica nella persona del presidente Joe Biden.

Una nuova amministrazione che ha riaffermato il fallimento delle guerre condotte dagli Stati Uniti e ha espresso l'intenzione di entrare in un processo di risoluzione dei conflitti, a partire dal ritorno all'accordo nucleare iraniano. Ha anche preso la decisione di ritirare le sue truppe dall'Afghanistan, sapendo bene che mantenere la stabilità è incompatibile con un vuoto strategico. Così come sa che non c'è più posto per l'entità occupante israeliana in un sistema destinato a preservare la stabilità regionale e che le politiche di normalizzazione, guidate da Donald Trump, sono incapaci di creare un contesto sul quale potrebbe contare a questo scopo.

E ora che la guerra sembra volgere al termine, con il suo principale sponsor che ha perso le possibilità di continuarla e si trova bloccato per mancanza di una strategia di uscita, ecco che Washington bussa alla porta di Teheran e Mosca, seguita dall'Arabia Saudita di fronte alla necessità di ammettere che le regole di ingaggio sono cambiate e la risposta significa: "Per noi, per andare avanti, dovete andare verso Damasco, perché è lì il cuore della questione".

L'Arabia Saudita sta quindi cercando di normalizzare le sue relazioni con l'Iran e la Siria. E la Turchia, la cui presenza in Libia solleva importanti questioni internazionali e regionali, si sta muovendo per normalizzare le relazioni con l'Egitto.

Quindi, la domanda diventa di nuovo: "Quale sistema regionale sarebbe in grado di preservare la stabilità? ". Apparentemente, la risposta è che non ci sono altre possibilità degne di discussione per scegliere tra l'opzione dei cinque mari di Al-Assad e quella che porta al caos e al terrorismo. E infine, come tutto è iniziato con Damasco, la fine verrà da Damasco.

E Damasco rimarrà la capitale della regione

A questo proposito, ricordiamo che per anni i media hanno parlato di rapporti secondo cui Teheran e Mosca avevano raggiunto accordi in privato per decidere il futuro della presidenza in Siria. Al che abbiamo risposto: "Se è quello che vogliono, non lo avranno, ma non lo vogliono e non lo vorranno!".

Ora, Teheran e Mosca sostengono la decisione del presidente Bashar al-Assad di rispettare la scadenza delle elezioni presidenziali secondo la costituzione siriana in vigore, così come la sua candidatura per un nuovo mandato. E questo, prima di tutti i negoziati che dovrebbero portare a una nuova costituzione che gli permetterebbe di correre per un primo e poi un secondo mandato, in modo che il detto 'Al-Assad resta e gli altri vanno! ".

E ora i media ci raccontano delle delegazioni che si sono precipitate a Damasco, la risposta sentita da quelli dei paesi coinvolti nella guerra contro la Siria è invariabile: "Senza riorganizzare le relazioni con la Siria, la regione rimarrà bloccata in mezzo all'abisso".

In altre parole, per chi non l'avesse notato, gli eventi si stanno muovendo verso una nuova realtà regionale e internazionale che sarà coronata dall'incontro al vertice tra il presidente Putin e il presidente Biden. Una realtà che inizierà con l'accordo sul nucleare iraniano e il cui ritmo dovrebbe accelerare dopo le elezioni presidenziali siriane aprendo sulla Siria attraverso questioni di grande importanza. Tra queste questioni: l'occupazione dei territori siriani da parte degli Stati Uniti e della Turchia, le aggressioni dell'esercito di occupazione israeliano, la questione dei separatisti curdi, la formulazione di una soluzione politica, il ritorno degli sfollati e la ricostruzione.

Questi sono sviluppi che alcuni potrebbero non essere in grado di digerire, ma saranno sufficienti per confermare che Damasco rimarrà la capitale della regione, che la Resistenza è la potenza nascente nella regione, e che il vicino Libano è il paese fratello della Siria e il centro della Resistenza, oltre ai loro nemici. Infatti, l'ora della verità farà capire a questi ultimi che non sono altro che nani anche se hanno occupato i troni della finanza e della politica per molti anni.

Quindi, è ragionevole immaginare un governo libanese nel 2022 che non stabilisca le migliori relazioni con la Siria? È ragionevole immaginare un governo e delle elezioni nel 2022 che non partano dall'equazione tra Damasco, la capitale della regione, e la Resistenza? Chiunque immagini questo farebbe bene a seguire questo consiglio: "Non stare in fondo alla carovana, non troverai nessuno ad accoglierti! ".

*Politico libanese, ex deputato e direttore del quotidiano libanese "Al-Binaa"

5/5/2021

Fonte: Sintesi di due articoli di Al-Binaa (Libano)

https://www.al-binaa.com/archives/296797

https://www.al-binaa.com/archives/296934

Note:

1][Israele sta solo cercando di guadagnare tempo!]

 

[2][Trump e le missioni date al futuro re dei Saud salmani]

[3][Yemen / La battaglia di Al-Hodeida alla luce della "teoria dei cinque mari" di Bashar al-Assad]

 

https://www.afrique-asie.fr/le-monde-revient-a-la-vision-des-cinq-mers-dal-assad/

 

 

 

 

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