Il puzzle Africa nella "guerra mondiale a pezzetti"

Il puzzle Africa nella "guerra mondiale a pezzetti"

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di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico 

 

Abbiamo già considerato la situazione politica nel Nord Est dell'Africa (Marocco, Sahara Occidentale, Algeria e Libia) nella quale è evidente che le grandi potenze dietro le quinte soffiano sul fuoco dei conflitti con la finalità di ottenere dei vantaggi geostrategici sull'avversario.


LEGGI: Putin prepara l'Africa Corps russo per il calderone africano

 

Le cose non vanno certamente meglio nelle altre parti dell'Africa a Nord dell'equatore. Il Sahel è in forte ebollizione e preda di lotte intestine, golpe militari più o meno eterodiretti e, anche direttamente di guerre civili; il Sudan è in preda ad una guerra civile sanguinosa e infine qualcosa di estremamente pericoloso si sta delineando anche nel Corno d'Africa.

Un mosaico questo africano che, come ho già affermato, va a formare un enorme calderone di fuoco fatto di instabilità crescente e di guerre pronte ad esplodere in maniera conclamata. E ovviamente sullo sfondo USA, Russia, Cina e l'Europa sempre più marginalizzata e spesso usata per difendere interessi che non le corrispondono.  Ma andiamo con ordine.

 

Il Sahel mette la parola fine alla Françafrique

 
I tre paesi fondamentali del Sahel (Mali, Burkina Faso e Niger) a partire dal 2020 hanno avuto dei colpi di stato che hanno totalmente cambiato il loro orientamento di politica estera: se prima erano paesi governati da regimi palesemente filo-occidentali con una particolare sudditanza nei confronti della Francia, loro ex potenza coloniale dopo questo triennio sono diventati paesi a forte orientamento anti-europeo e anti-occidentale e, soprattutto hanno assunto un atteggimento palesemente filo-russo, peraltro rinverdendo quella vecchia tradizione sovietica che vedeva spesso Mosca a capo delle tante rivoluzioni anti-coloniali avvenute in Africa nella seconda metà del secolo scorso.

Immagine 1: Il Sahel

 

Il primo paese a subire il colpo di stato “anti occidentale” è stato il Mali che nel 2020 ha visto salire al potere una giunta militare che ha nominato un triunvilato composto da Assimi Goita, Malick Diaw e Sadio Camara i quali hanno traghettato il paese verso Mosca. Nel 2022 è stata la volta del Burkina Faso on un colpo di Stato che ha portato al potere Ibrahim Traoré. A metà dello scorso anno è arrivato il turno del Niger che è forse il pezzo territoriale più ambito (a causa delle sue importanti risorse naturali, quali l'Uranio).  Anche a Niamey ad essere andato in scena è stato un colpo di stato il vecchio satrapo filo-occidentale Mohamed Bazoum che ha dato vita ad una giunta che ha mandato immediatamente via i militari francesi presenti nel paese, rotto i rapporti diplomatici con Parigi e, in aggiunta, sospeso le forniture di uranio assolutamente fondamentali per le necessità del settore nucleare francese. Va anche detto che i militari italiani e americani presenti in Niger sono però rimasti al loro posto anche se l'apertura di Niamey nei confronti della Russia c'è stata con l'arrivo di istruttori militari della Wagner e ovviamente con le attrezzature militari.

Questa area dell'Africa che ha visto un così repentino cambiamento di orientamento in politica estera non si è però stabilizzata e riappacificata; puntuali come sempre si sono fatti vivi i guerriglieri islamici dell'ISIS che hanno iniziato a mettere a ferro e fuoco con la guerriglia la parte più a nord del Mali e del Niger. E già, proprio quell'ISIS che Hillary Clinton ha apertamente definito come un asset del Dipartimento di Stato USA. A tale proposito non possiamo non notare che secondo molti organi di stampa la Turchia (paese Nato e dunque alleato degli USA) starebbe infiltrando nel Nord del Niger membri della Sultan Murad Division, la quale fa parte della Syrian National Army che tenta da anni di rovesciare il governo di Assad.  Sempre per quelle strane coincidenze, va anche detto che, proprio per combattere la guerriglia dell'ISIS nel Sahel il Cremlino sta preparando un suo specifico contingente denominato Africa Corps (1) con il compito di sostenere i paesi del Sahel per lottare contro i terroristi e stabilizzare il proprio territorio.  Non sembra azzardato dire che se Washington chiama con l'ISIS, la Russia risponde con l'Africa Corps!

Nessuna delle grandi potenze sembra dunque disponibile a cedere il Sahel sia per le ingenti risorse minerarie sia per non lasciare un vantaggio strategico all'avversario.

 

La guerra civile in Sudan
 



Immagine 2: la guerra tra SAF e RSF in Sudan

 

Va immediatamente chiarito che il Sudan vive dalla sua indipendenza una situazione di forte instabilità, di lotte intestine tra le varie fazioni, di continui golpe e di guerre civili certamente a bassa intensità ma non per questo meno sanguinose.  Si pensi che solo a partire dal 2019 si sono avuti due colpi di stato (nel 2019 e nel 2021) oltre all'esplosione della guerra civile a partire dal 2023. Appunto, in questo contesto difficilissimo, è scoppiata la guerra civile nell'aprile del 2023 che vede contrapposte le forze regolari (SAF), comandate dalla giunta militare, e le milizie della Rapid Support Forces (RSF), un potente gruppo paramilitare già utilizzato in passato nella guerra del Darfur. E' certamente vero che in questo panorama complicato è davvero difficile sostenere l'ipotesi di una guerra per procura tra grandi potenze ma è altrettanto vero che immediatamente è emerso il solito schema noto: gli USA che appoggiano una parte (segnatamente i ribelli del Rapid Support Forces) e accusano le forze governative di crimini di guerra (2), mentre è ampiamente risaputo che la Russia ha rapporti di sostanziale alleanza con il governo sudanese, a tal punto che il governo di Khartum ad inizio dell'anno scorso annunziò di aver concesso ai russi una base navale a Port Sudan nel Mar Rosso (3). Inutile sottolineare l'enorme valore strategico per la marina russa di un punto d'appoggio in un tratto di mare così strategico per i commerci mondiali e allo stesso tempo così lontano dalla madre patria e sostanzialmente impossibile da presidiare. E appunto, dopo questo annuncio è partita la ribellione delle  Rapid Support Forces con l'immediata sponsorizzazione del Dipartimento di Stato americano.

Insomma, è certamente corretto affermare che il conflitto sudanese ha  peculiarità “autoctone” che si inseriscono in un contesto di continue lotte intestine, ma sullo sfondo, anche in questo caso, si vede la forte presenza degli eterni contendenti, gli USA e la Russia entrambe interessate al controllo di un paese fortemente strategico per la sua collocazione geografica che s'affaccia sul Mar Rosso. Del resto, le armi e le risorse finanziarie in qualche modo le fazioni in lotta le devono ottenere...

 

La situazione nel corno d'Africa.

 



Immagine 3: il Corno d'Africa


In questo complicatissimo puzzle non poteva di certo mancare l'area del Corno d'Africa. Un'area enormemente strategica perché s'affaccia sul Mar Rosso e l'Oceano Indiano, ed è dunque di assoluta importanza per il controllo di quella “strozzatura” di Bab al-Mandab che interconnette l'Oceano indiano, il Mar Rosso, Suez e il Mediterraneo e da cui passa una grossa fetta dell'export di merci dall'Estremo Oriente all'Europa. Il paese chiave di questa area è chiaramente l'Etiopia, secondo paese più popoloso dell'Africa, sede dell'Unione Africana e soprattutto, a partire dal 1° gennaio di quest'anno, componente a pieno titolo dei BRICS. Proprio il  1° gennaio Addis Abeba ha annunciato anche un accordo con il Somaliland per la concessione del porto di Barbera (con contratto di locazione di 50 anni) all'Etiopia che così ottiene il tanto agognato sbocco al mare, fondamentale per impostare un piano di sviluppo del paese sostenibile e credibile. Immediatamente questo annuncio ha scosso la politica di tutti i paesi dell'area, innanzitutto perchè l'Etiopia riconosce il Somaliland, l'area del nord della Somalia de facto indipendente dagli anni 90 del secolo scorso sebbene non riconosciuta a livello internazionale. Se  per Addis Abeba  lo sbocco sul mare significa possibilità di sviluppo anche grazie alla possibilità di interconnettersi direttamente agli altri paesi dei BRICS, per il Somaliland il riconoscimento etiope significa altresì la possibilità di raggiungere il riconoscimento internazionale come stato indipendente. Dall'altro lato però si addensano forti nubi; le altre potenze regionali, compresi Eritrea, Sudan ed Egitto oltre ovviamente al governo di Mogadiscio, stanno avversando questo accordo (4). Senza contare poi - che l'entrata dell'Etiopia nei BRICS - rende questo passo di Addis Abeba molto sgradito a tutte le potenze occidentali – a partire dagli USA – le quali di fatto stanno mettendo a ferro e fuoco il mondo con l'intento di indebolire i BRICS ed in particolare Russia e Cina.

 

Conclusione

In definitiva, se non ci si limita a guardare le vicende dei singoli paesi, ma ci si sforza di osservare con più attenzione provando a capire chi si muove dietro le quinte, ci si rende conto che in tutte le aree di crisi (ormai un unico calderone che fagocita quasi l'intera Africa a Nord dell'equatore) le grandi potenze giocano una partita senza esclusione di colpi e senza lesinare uomini e mezzi. L'Africa, dunque, come un campo di battaglia silenzioso (forse anche a causa della indifferenza dei nostri mass media) ma non per questo meno insanguinato e meno pericoloso di altri teatri bellici. Un continente ancora una volta piegato ai giochi di potere di altre capitali che sono pronte a sacrificare l'ancora fragile sviluppo di questa area del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Masala

Giuseppe Masala

Giuseppe  Masala, nasce in Sardegna nel 25 Avanti Google, si laurea in economia e  si specializza in "finanza etica". Coltiva due passioni, il linguaggio  Python e la  Letteratura.  Ha pubblicato il romanzo (che nelle sue ambizioni dovrebbe  essere il primo di una trilogia), "Una semplice formalità" vincitore  della terza edizione del premio letterario "Città di Dolianova" e  pubblicato anche in Francia con il titolo "Une simple formalité" e un  racconto "Therachia, breve storia di una parola infame" pubblicato in  una raccolta da Historica Edizioni. Si dichiara cybermarxista ma come  Leonardo Sciascia crede che "Non c’è fuga, da Dio; non è possibile.  L’esodo da Dio è una marcia verso Dio”.

 

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