La verità sul piatto

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di Andrea Berardi - La Fionda

 

A forza di ingurgitare cibo, riempirci le tasche di soldi e fare indigestione di soddisfazioni, sia come cittadini che come imprenditori, siamo diventati così obesi, pesanti e ingombranti da non riuscire a stare assieme in una piazza. Sarà per questo che ci vietano di protestare.

Sì, siamo noi, i ristoratori: la categoria, o per meglio dire la casta, di quelli che da sempre hanno lucrato, di quelli che hanno guadagnato a sazietà nel tempo del bengodi e sono ormai più grassi delle vacche grasse che hanno munto per decenni. Siamo quelli che hanno contestato senza averne titolo, e per questo sono stati a loro volta contestati.

Lo so, suona un po’ assurdo, ma è quello che è successo. La visione distorta della realtà e la diffidenza verso il prossimo che quindici mesi di pandemia ci hanno inculcato stanno dando i loro frutti avvelenati, creando il più assurdo dei paradossi: chi sta chiuso in casa, compresso dalle restrizioni e impegnato nella sua ormai cronica eversione da tastiera, si schiera contro chi osa scendere in piazza, magari per manifestare un analogo dissenso. È la guerra tra poveri che prende piede. E non è tutto. C’è un totale ribaltamento di ottica, per cui chi sta seduto sul sofà, con al collo la sua mordida pashmina (la kefia è ormai “out”) e spreca energie a digitare sul tablet è un vero democratico, rappresentante gli interessi del popolo, mentre chi scende in piazza a reclamare i suoi diritti è di per sé un fascista, un sovranista, un pericoloso negazionista pronto a essere arruolato o strumentalizzato dalle frange della destra estrema.

Ecco, io credevo di essere un ristoratore, incazzato e di sinistra, ma grazie ai leoni di internet che mi hanno aperto finalmente gli occhi ho scoperto di essere un evasore, un complottista e pure un fesso manipolato da quelli là. Vedete, ho confessato subito il reato d’evasione, così magari il social-giudice di turno mi concede il beneficio del patteggiamento. Ma il lusso di andare a strillare in Piazza Montecitorio, quello proprio no, non me lo posso prendere: con la fedina fiscale lurida che mi ritrovo, non vorrò mica azzardarmi a manifestare?

Quindi non mi posso incazzare, se no sono un complottista, e non posso protestare davanti ai palazzi della politica perché mi trovo accomunato a quelli che rimpiangono il fez e l’orbace. Incredibile. Eppure, ve lo assicuro, incazzato lo sono parecchio. Senza essere fascista. E questo tipo di comunicazione orgogliosamente imbracciata dalle vestali fanatiche dell’ordine costituito, fatta di arroganza e supponenza, di informazioni deformate e tendenziose, alla mercè di un regime esterofilo della peggior risma, mi fa terribilmente schifo.

Personalmente sono stato presente a due manifestazioni di piazza. Durante la prima, animata da una ventina di adolescenti che non facevano niente di eccessivo a parte accendere fumogeni tricolore ed esprimere al megafono la loro (discutibile quanto si vuole) lettura del periodo, ho assistito a cariche di tutte le forze dell’ordine, a piedi e con mezzi pesanti; ho visto disperdere un gruppuscolo di ragazzini con un blindato spara-acqua degno della parata del 2 giugno. La seconda dimostrazione a cui ho partecipato è quella di qualche giorno fa davanti alla Camera dei Deputati. In entrambi i casi, la voce stentata di chi cercava di protestare è stata silenziata dai fragorosi rutti di quei comunicatori imborghesiti a caccia di like. Loro, a far cronaca, mica c’erano; eppure, a giudicare dal livore che hanno esternato contro i manifestanti, c’è da credere che fossero in prima linea, forse ben mimetizzati tra quelli con il casco e il manganello.

Lasciamo perdere il trattamento riservato dal Governo (adesso ne contiamo due, senza differenze sostanziali) alla nostra categoria. Lasciamo perdere l’incertezza che regna sovrana su quando e come riaprire e la paura che ho di non poter aspettare più a lungo. Lasciamo perdere la preoccupazione e il senso di responsabilità che tutti avvertiamo nei confronti delle moltissime famiglie la cui sorte dipende dalla nostra attività (e quando scrivo “dipende” parlo di sopravvivenza, cazzo!).

Ma quando leggo che in piazza c’era una frangia minoritaria di una categoria che prima ha negato il Covid e poi ha preteso di aprire contro ogni logica e legge, allora mi incazzo come una bestia. Mi avveleno innanzitutto con me stesso, perché negli ideali sbandierati dal popolo della sinistra io ci ho creduto davvero. Mi avveleno con te che, celandoti dietro un velo di conformismo da pollici in su, sputi veleno contro chi, a differenza di tanti opinionisti da salotto, il problema lo ha vissuto e lo ha gestito fin dall’inizio. Io la mascherina la porto da un mese prima del lockdown. Anzi, portavo pure i guanti e la visiera da decespugliatore, mentre questi fenomeni radical-drink alzavano i calici in faccia a chi provava a sollevare l’impellenza di una questione dannatamente scomoda.

Certo, lor signori si sono poi ricreduti (in sordina però, tanto siamo il pubblico ammaestrato e canticchiamo tutti “scordammoce ’o passato”) e hanno iniziato anche loro a pigliare la cosa sul serio. Ma come? Puntando il dito sul rompipalle, sul dissidente, sull’untore di turno, su chi non si accodava alla retorica melensa dei loro post acchiappa-clic, sempre macabri e patetici e spesso non del tutto veritieri. Vedere le coppie di anziani col casco CPAP che si sfiorano la mano dai rispettivi letti d’ospedale può toccarmi il cuore, ma non chiarisce di una virgola i meccanismi di diffusione del contagio, né spiega il motivo per cui i ristoranti sono stati bollati a priori come luoghi di proliferazione del virus. E io mi sono pure allineato. Non ho mai preso le cose in barzelletta, ho sempre chiuso quando me lo hanno imposto e aperto (poco) quando si poteva, ho visto la morte molto da vicino e ho respirato il tanfo che si lascia dietro. Ma non mi sono mai fatto cullare dalla vostra arroganza comunicativa.

La pandemia in Italia non è quella che ci avete raccontato.

I ristoratori italiani non sono come li avete descritti.

Chi scende in piazza va sempre rispettato.

Spero che i vaccini ci consentano di lasciarci alle spalle il Covid e di poter leggere, possibilmente presto, qualcosa di meglio della vostra ignobile immondizia.

 

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La Fionda è uno spazio di elaborazione culturale e politica, che condivide alcune precise idee – statualiste, autenticamente democratiche e antiliberiste -, senza compromessi contraddittori né opacità furbesche. Ma che ha l’autentico desiderio di confrontarsi, di dare luogo a un dibattito vero, fecondo, senza tabù. Perché questo deve essere il tempo della nitidezza e dello spirito critico che non arretra di fronte a nulla.
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