L'infinita emergenza rifiuti di Lampedusa

L'infinita emergenza rifiuti di Lampedusa

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di Giacomo Sferlazzo

Fino ai primi anni duemila la spazzatura a Lampedusa si buttava in una discarica all'aperto e quando se ne accumulava un bel pò si bruciava. Potete immaginare in termini di inquinamento e salute pubblica cosa significasse. Molti racconti parlano di un vero e proprio seppellimento di tonnellate di rifiuti in quella zona bellissima che finisce a strapiombo sul mare. Nei primi anni del duemila costruirono la discarica comunale e si cominciarono a trasportare i rifiuti nelle discariche siciliane. La discarica doveva essere rimodernata grazie ai finanziamenti straordinari del 2011 di Berlusconi a seguito dell’"emergenza Nord Africa" (creata ad arte sull’isola) ma ad oggi risulta ancora non idonea e i fondi non si sa di preciso che fine hanno fatto. Gli incendi di spazzatura all'interno della discarica continuano a verificarsi, vuoi per risparmiare sul trasporto o vuoi come avvenne a giugno del 2019 per cancellare ogni traccia. A novembre del 2018 la discarica era stata sequestrata dai Carabinieri perché versava in uno stato pietoso, e proprio a ridosso dell'incendio del 2019 era prevista un'ispezione inerente alle indagini che erano in corso. Un altro incendio che polverizzò anche le barche degli emigranti che erano i discarica avvenne nel 2010 e la denuncia a cui avevamo allegato centinaia di firme non servì a nulla. Le stesse ditte che gestiscono la nettezza urbana sull'isola gestiscono in una perenne e totale emergenza anche lo smaltimento dei barconi degli emigranti. Lo stato italiano ha speso centinaia di migliaia di euro per appaltare la distruzione di quelle barche che spesso erano ancora in ottime condizioni. Una delle ditte in questione è la S.E.A.P. di Sergio Vella (compare di anello di Angelino Alfano) che ha gestito per diversi anni lo smaltimento delle imbarcazioni usate dai “migranti”. Attraverso l’emergenza immigrazione e tramite l’affidamento diretto da parte della Protezione Civile la S.E.A.P. si aggiudicò un primo contratto nel 2000-2001 che valeva 800 milioni di lire. In seguito si parlò di 600 – 700.000 euro l’anno. Il raggruppamento di Imprese ISEDA,SEAP,SAP, tutte ditte vicine a politici ed amici degli amici dell'agrigentino, ha gestito il servizio di nettezza urbana presso il Comune di Lampedusa e Linosa, come da contratto rep.3/2009, prorogato con Decreto n. 3 del 10.01.2013 e da allora garantito in via emergenziale con diverse ordinanze, fino all'ultima gara d'appalto in cui hanno inglobato altre tre ditte e unici a presentarsi alla gara ovviamente l'hanno vinta. Queste ditte negli anni non solo non hanno rispettato l'appalto contravvenendo in più punti al contratto ma pagavano i loro dipendenti, costantemente, con ritardi che andavano dai due ai sei mesi. Mi ritrovai a rappresentare i netturbini con il sindacato USB (gratis). Tre anni di scioperi, occupazioni della discarica, tavoli in prefettura in cui ho toccato con mano quanto le istituzioni, di sicuro i sindaci di Lampedusa e Linosa, i prefetti di Agrigento e la Regione Siciliana non garantiscano minimamente i diritti e la dignità dei lavoratori e che la spazzatura è un affare colossale. I lavoratori erano spaccati al loro interno, il responsabile locale delle imprese non faceva altro che garantire le ditte, vessando con ogni mezzo coloro che stavano reclamando il sacrosanto diritto ad essere pagati a fine mese.

Per un certo periodo sembrava che avevamo raggiunto la compattezza e che fossimo vicini alla vittoria ma dopo mesi di scioperi, di giornate di fronte alla discarica circondati da Polizia, Carabinieri, Esercito e Guardie Comunali e soprattutto senza l'appoggio della comunità e con l'amministrazione comunale, sia quella Nicolini che quella Martello, che facevano di tutto per garantire le ditte e piegare i lavoratori, molti di quei netturbini che non vedevano l'ora di poterlo fare, ritornarono all'ovile. Evidentemente c'è chi nasce con l'attitudine a fare lo schiavo. Li avevano licenziati tutti perchè il Sindaco aveva revocato il contratto alle Ditte ma allo stesso tempo le Ditte avevano vinto il nuovo appalto e quindi continuavano a svolgere il loro lavoro. Avevano fatto venire cinque operai da Agrigento e avevano messo in giro la voce, il Sindaco e le Ditte, che cinque operai di Agrigento riuscivano a fare il lavoro dei circa venti operai lampedusani. In quell'occasione non ci fu un minimo di appoggio da parte della popolazione nei confronti dei lavoratori lampedusani. Quando la Regione Siciliana sbloccò i finanziamenti al Comune per pagare gli stipendi arretrati dei dipendenti lampedusani, grazie soprattutto all'azione svolta dal sindacato USB, i lavoratori lampedusani furono convocati in discarica dal rappresentante locale delle Ditte, per firmare un documento di rientro al lavoro. Molti si rifiutarono perché volevano avere più chiara la situazione. L'indomani vennero nuovamente convocati d'urgenza e il responsabile locale affermò che chi non avrebbe firmato il documento sarebbe rimasto fuori. Alcuni lavoratori mi chiamarono e chiesero la mia presenza o quella di Francesca, l'altra rappresentante di Askavusa che insieme a me portava avanti il sindacato USB a Lampedusa. Questa richiesta fu negata, ci fu una rissa tra i lavoratori, quelli che dicevano che si doveva firmare e rientrare a lavoro e quelli che invece volevano continuare la lotta fino ad avere la garanzia di essere pagati ogni fine mese. Noi come sindacato e collettivo Askavusa proponevamo la municipalizzazione del servizio. Alla fine tranne due tutti firmarono. Queste due persone fecero causa alle ditte.

Di queste due persone eroiche e con la schiena dritta una decise di prendere i soldi che le Ditte offrirono e si trovò un nuovo lavoro, oggi è felice e sereno. L'altro lavoratore invece decise di andare fino in fondo e chiedere di essere ripreso al lavoro, visto che gli mancavano pochi anni per andare in pensione e che non si era mai rifiutato di rientrare al lavoro ma voleva solamente capire le modalità di rientro prima di firmare quel documento di cui la firma era stata estorta con il ricatto. Rifiutò i soldi che gli avevano offerto le Ditte, andò avanti ma purtroppo non gli fu riconosciuto quello che per me era scontato. Evidentemente la Legge ha altri codici, altre forme di valutazione e poi Agrigento alla fine è una piccola città e si conoscono tutti. Questa persona per cui ho una grande stima oggi non ha un lavoro stabile e deve fare fronte alla talassemia del figlio che con frequenza deve partire per fare le trasfusioni del sangue.

Fortunatamente ha una famiglia unita con una grande dignità. Oggi Lampedusa è sudicia più di prima. Si è avviata la differenziata ma al solito non c'è nessun tipo di organizzazione e le Ditte continuano a fare il bello e il cattivo tempo. La discarica al suo interno e nell'area circostante versa sempre in una situazione disarmante, si possono ammirare taniche di amianto, divani vecchi, motorini scassati e ogni sorta di rifiuto. Sinceramente non so se i lavoratori vengano pagati regolarmente adesso ma di sicuro quella unità che si stava creando tra loro nella lotta si è spezzata. La pulizia dell'isola inoltre avrebbe bisogno di un piano speciale a partire dai troppi manufatti in amianto sparsi ovunque, dalle discariche abusive di materiali di risulta, per non parlare dell'assenza decennale di un depuratore e dell'inquinamento elettromagnetico. Se è vero che anche noi lampedusani contribuiamo a questo scempio continuo va ricordato che dalle istituzioni locali non viene nessun tipo di educazione alla popolazione, che dovrebbe partire dai più piccoli, ne tanto meno nessun tipo di deterrente e ancor meno la cosa più indispensabile: un servizio adeguato. Purtroppo gli interessi che provengono dalle Ditte agrigentine sono molto più forti e garantiti dei diritti dei lampedusani che al solito preferiscono farsi la guerra tra loro piuttosto che lottare uniti per i propri diritti. 

Io non mi aspetto più nulla da nessuno, spero solo che i più giovani si mettano a studiare per migliorare quest'isola e che la vecchia classe dirigente venga spazzata via per sempre.

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