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L'Italia nella nuova Via della Seta: 2 consigli, non richiesti, ai decisori politici del nostro Paese

 

di Francesco Maringiò


Sin dal primo forum sulla Belt and Road Initiative (BRI) nel 2017 l’Italia ha sempre dato una grande valenza politica al progetto, presenziando (unico paese del G7) con l’allora premer Gentiloni ai lavori del grande meeting di Pechino. Non a caso, in Italia amiamo chiamare la BRI col nome evocativo di Nuova Via della Seta proprio per rendere evidente l’approccio politico con cui trattiamo il tema, mettendo in luce come questo progetto altro non sia che la riedizione di una lunga storia che l’Italia ha contribuito a scrivere e mettendo un’ipoteca sul fatto che non possa esserci terminale differente dal belpaese per questo progetto nato in Cina ma che riguarda il mondo intero.
 
È dunque estraniante, con l’avvicinarsi della visita di Xi Jinping e la firma del MoU tra Italia e Cina, il dibattito che si è scatenato nel nostro Paese, quasi che questo approdo sia un fulmine a ciel sereno. Il memorandum è stato avversato da un chiaro fronte “esterno”, guidato da Usa e Ue, oltre che da un non meno bellicoso “fronte interno” ma, mentre le ragioni oggettive del primo sono evidenti (e rendono pertanto chiare le motivazioni dell’Italia ad essere in prima fila nel G7 su questo dossier), sono le argomentazioni del secondo che meritano, invece, un approfondimento.

La prima critica che viene mossa è la natura politica (e geopolitica) della firma. Chi ha lavorato per spingere il governo ad “alleggerire” la sua posizione e la valenza del memorandum, ha nei fatti lavorato contro gli interessi del Paese. Cina ed Italia hanno due approcci antitetici alla negoziazione: qui si appone la firma ad un testo solo dopo aver discusso nei dettagli ogni aspetto ed aver chiuso la contrattazione, a Pechino la firma serve per definire il contorno della negoziazione che deve ancora essere fatta. Pertanto era nelle possibilità del nostro Paese poter chiedere delle “contropartite” adeguate, in cambio della prevedibile reazione dei nostri diretti competitor europei. Ma il polverone sollevato (la tempesta nel bicchiere d’acqua di cui ha parlato il ministro Tria) ha fortemente indebolito la posizione negoziale del governo e quindi del Paese, che già oggi avrebbe potuto ottenere di più (ed avrebbe trovato a Pechino sensibilità e disponibilità), per esempio rispetto alla portualità e le infrastrutture nel Sud Italia. Il fronte interno quindi ha alzato la bandiera degli interessi nazionali, per poi giocare contro di essi.

La seconda critica che viene mossa rimanda al presunto egemonismo di Pechino ed alle mire colonizzatrici cinesi nel nostro paese e nel Vecchio Continente, usando massicci investimenti. Questo aspetto andrebbe privato della sua dimensione propagandistica ed analizzato razionalmente, visto che la retorica dell’invasione cozza con i dati che impietosamente descrivono un crollo degli investimenti cinesi nell’Ue (-40% rispetto al 2017 e del 50% rispetto al 2016, stando allo studio “Chinese FDI in Europe: 2018 trends and impact of new screening policies” del Rhodium Group e Merics). Inoltre si dimentica che questo progetto nasce nel 2013 in primo luogo per far fronte a due esigenze: una di natura economica e l’altra di natura geopolitica. Per la prima, rimandiamo al libro di Justin Yifu Lin, già economista capo della Banca Mondiale tra il 2008 e il 2012 e che nel 2013 ha scritto un libro sulla grande crisi finanziaria (1) in cui illustrava un disegno economico per affrontare la crisi in maniera opposta a quello adottato dall’area euro e dagli Usa, basato su forti investimenti infrastrutturali spinti dai Paesi emergenti. Quindi l’iniziativa Belt and Road ha per background questa visione strategica, con investimenti massicci in infrastrutture e logistica come volano di politiche anticicliche. Il successo cinese si basa in parte su questi massicci investimenti pubblici ed infrastrutturali, pertanto non c’è da meravigliarsi che Pechino punti ad usarli per stabilizzare aree economiche turbolente e stimolare la crescita mondiale.

Per la seconda esigenza rimandiamo a discorso del generale Qiao Liang (2), che è un un intellettuale dell'esercito che si occupa dello sviluppo del pensiero militare e civile.
Egli spiega che la strategia della Via della Seta nasce dopo la politica clintoniana di accerchiamento cinese con il Pivot to Asia ed i tumulti ad Hong Kong ispirati dall’esterno, e si delinea come “strategia securitaria (…) contro il ribilanciamento verso Oriente perseguito dal Pentagono”. La prospettiva cinese pertanto è difensiva, proiettandosi strategicamente in Europa per sfuggire alla tanto citata Trappola di Tucidide ed attuando, nel 21° secolo, il principio “del vuoto e del sostanziale” teorizzato da Sun Tzu nell’Arte della Guerra 2000 anni fa.

La terza critica attiene alla presunta violazione della sicurezza nazionale a seguito dell’utilizzo di infrastrutture hardware cinesi nelle reti 5G di internet. Eppure, un’alternativa americana o europea a questa tecnologia non esiste ancora, né esistono condizioni di salvaguardia di questo settore strategico nel nostro Paese, dove anche gli operatori che gestiscono il traffico dati non sono né solo aziende italiane, né strutture pubbliche. La domanda vera, pertanto, è dove sia stata la politica negli ultimi 20 anni quando andavano prese le decisioni strategiche per tutelare la sicurezza e l’interesse del Paese, più che lanciare allarmi, che rischiano di riportare alla mente il fatto che il furto di dati sensibili e lo spionaggio dei politici europei sia stato portato avanti dagli alleati, più che dai competitor.
 
Due consigli, non richiesti, ai decisori politici del nostro Paese.

Il primo scaturisce da un aneddoto ricordato recentemente da Sergio Romano (3): nel 1984 gli Usa imposero agli alleati di non finanziare il gasdotto transiberiano per portare il gas russo in Europa, minacciando l’embargo sull’export di tecnologia americana. Gli europei andarono avanti lo stesso e alla fine gli Usa di Reagan cambiarono atteggiamento e la loro politica verso l’URSS, senza attuare alcuna ritorsione sui partner. Questa è una piccola lezione di storia, valida per il presente, che ci ricorda la forza trasformatrice delle idee e delle azioni coerenti.

Il secondo ci viene dal Cardinale Pietro Parolin (4), Segretario di Stato vaticano, che in recente intervento ha ricordato come il lavoro della Chiesa cattolica in Cina "non può essere separato da una posizione di rispetto, stima e fiducia nei confronti del popolo cinese e delle sue legittime autorità statali". In questo intervento, non vengono sottaciute differenze, difficoltà o resistenze che vengono frapposte a questo dialogo, ma si riconosce l’interlocutore senza la pretesa di delegittimarlo, come la gran parte dei media e politici contrari all’accordo tra Italia e Cina hanno provato a fare in questi giorni, ricorrendo anche ai vecchi arnesi della propaganda anticinese. La diplomazia vaticana indica la strada del riconoscimento e del rispetto per “una delle più grandi civiltà del pianeta” e “delle sue legittime autorità statali”. E questa è una grande lezione di diplomazia e dialogo interculturale a cui il nostro Paese ha tutto l’interesse di guardare in vista della visita del Presidente cinese a Roma.
 
 
(1) “Against the Consensus. Reflections on the Great Recession”, Cambridge, Cambridge University Press, 2013.
(2) “La grande strategia cinese”, Qiao Liang, Limes online,  https://bit.ly/2u8V7Kp.
(3) “L’Italia investe sul futuro della Cina. Non deve chiedere il permesso Usa”, Sergio Romano, Corriere della Sera, 17 marzo 2019, p. 15.
(4) “Il futuro della Chiesa in Cina. Scriviamo una pagina nuova”, Pietro Parolin, Corriere della Sera, 17 marzo 2019, p. 26.
 
 
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