Lo scontro valutario dietro la guerra russo-ucraina

Lo scontro valutario dietro la guerra russo-ucraina

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Riceviamo e pubblichiamo uno scritto di Alessandro Bartoloni che alimenta il dibattito su un importante tema - le cause finanziarie e valutarie dietro il conflitto contro la Russia - affrontato con un pregevole lavoro scientifico dal titolo "Le radici valutarie del conflitto in Ucraina", edito dalla rivista "Materialismo Storico", che come l'AntiDiplomatico vi abbiamo riproposto la settimana scorsa.  Degli stessi argomenti, il Prof. Giulio Palermo ha offerto un pregevole contributo in "Il conflitto russo-ucraino: l'imperialismo Usa alla conquista dell'UE" (LAD Edizioni 2022). 


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di Alessandro Bartoloni

 

L’ispirazione per questo articolo mi è venuta dalla lettura del saggio del compagno, nonché professore, F. S. pubblicato su Materialismo Storico. Per spiegare la guerra in Ucraina, l’Autore adopera lo schema già utilizzato nel caso degli attacchi all’Iraq e alla Libia, rasi al suolo per aver osato mettere in discussione l’egemonia del dollaro nel commercio dei prodotti petroliferi. In sintesi, «quello russo-ucraino ci appare come l’ennesimo conflitto per interposta persona in cui, attraverso la NATO, il capitale legato al dollaro cerca di indebolire l’area valutaria legata allo yuan che, nel frattempo, sta crescendo economicamente in maniera straordinaria, contendendo esplicitamente l’egemonia sull’intero sistema di capitale».

Di fronte a una tale tesi mi sarei aspettato che la divisa cinese fosse cresciuta negli scambi internazionali di merci, negli investimenti diretti esteri e di portafoglio, nonché nei forzieri delle banche centrali quale valuta di riserva. Al contrario, i dati riportati sembrano suffragare che la guerra in corso non costituisce una conseguenza della potenza dell’area valutaria legata alla “moneta del popolo” (renminbi) bensì uno dei fattori che ne accelerano l’espansione. Come si vede dalla figura 1 tratta da un articolo di Bloomberg, prima della guerra l’importanza della valuta cinese è sì cresciuta, ma non così tanto da rappresentare un effettivo e imminente pericolo per l’egemonia del biglietto verde.

 

 

Per quanto riguarda i pagamenti, l’utilizzo del renmimbi è ancora molto limitato. A fine 2020 il suo impiego nel circuito SWIFT era minore del 2% (linea nera, asse di destra), molto meno del dollaro e dell’euro che all’epoca rappresentavano rispettivamente il 43 e il 37 percento delle transazioni. In valore assoluto ciò significa che dei 140.000 miliardi di dollari transati in quell’anno oltre 60.000 erano denominati in dollari e meno di 2.800 in renminbi. Con la guerra che, invece di portare ad una diminuzione del suo utilizzo internazionale, lo sta incrementando. Fino a fargli superare la soglia del 4% a dicembre 2023 e ad insidiare col suo 5% l’euro nelle transazioni relative alla finanza commerciale (col dollaro che rappresenta l’83% del valore di queste transazioni).

Tutti incrementi nel complesso apparentemente modesti, che però vanno messi in relazione al crescente utilizzo dei sistemi alternativi allo SWIFT. Come quelli utilizzati nel commercio con la Russia, le cui importazioni denominate in renminbi sono aumentate di 86 volte negli ultimi due anni e le esportazioni di 8 volte. Tanto che ora, secondo la governatrice della Banca centrale, Elvira Nabiullina, le transazioni in renminbi rappresentano il 35% del totale. Più in generale, il totale dei pagamenti transfrontalieri di beni e servizi (quelli che hanno luogo in un paese diverso da quello in cui hanno sede una o entrambe le controparti) sembrerebbe addirittura diminuire nel periodo anteguerra (linea celeste), per attestarsi al 19% del totale delle transazioni (asse di sinistra). In pratica, nel commercio estero cinese l’utilizzo del renminbi non sembra essere cresciuto prima della guerra in Ucraina.

Questo andamento, sebbene con percentuali leggermente diverse, è confermato anche da Goldman Sachs (figura 2), che però prende in considerazione anche gli investimenti di capitale. Così facendo, si nota una rapida adozione della moneta del popolo nelle transazioni transfrontaliere cinesi a causa della maggiore attività di negoziazione estera di titoli denominati in renminbi (i cosiddetti investimenti di portafoglio, indicati in azzurro chiaro nella figura 2). E secondo l'Amministrazione statale cinese dei cambi (SAFE) nel marzo 2023 il renminbi ha superato per la prima volta il dollaro, diventando così la valuta dominante nei pagamenti transfrontalieri cinesi.


Il primo grafico ci mostra anche un terzo indicatore dell’internazionalizzazione del renminbi: la presenza di investitori esteri nel mercato obbligazionario cinese (linea blu, asse di destra). La loro quota è in continua crescita ma rappresentano solamente il 3,7% del totale. Un valore estremamente modesto se comparato con gli Stati Uniti, dove gli investitori esteri detengono quasi il 30% del valore delle obbligazioni USA. Inoltre, sempre secondo Goldman Sachs, sui mercati obbligazionari i titoli di debito denominati in renminbi rappresentano ad oggi soltanto lo 0,7% del totale (dieci anni fa erano lo 0,4%).

Infine, per quanto riguarda l’utilizzo del renminbi come moneta di riserva internazionale la situazione è analoga. A farla da padrone è il dollaro che rappresenta il 60% delle riserve mentre la moneta cinese ha superato di poco il 2% (linea arancione, asse di destra), un valore minore dell’euro (21%), dello yen (5,8%) e della sterlina inglese (4,6%). In pratica, prima della guerra il renminbi era detenuto quanto il dollaro canadese. E se si va a vedere il suo accantonamento da parte delle autorità monetarie russe, già de-dollarizzate, notiamo che pur essendo relativamente ingente non è affatto cresciuto nel periodo immediatamente precedente la guerra. Nel marzo 2018 la Banca centrale russa ha riferito che il 14% delle sue riserve erano detenute in renminbi. A partire da quell’anno, tuttavia, l’ammontare non si è incrementato, anzi, è diminuito seppur di poco, e a metà 2021 la divisa cinese rappresentava il 13,1% del totale delle riserve.

Per avere una misura sintetica del grado di internazionalizzazione del renminbi, la Banca centrale del popolo cinese ha creato un indice composito prendendo a esempio altri indici e indicatori di internazionalizzazione valutaria utilizzati dal Fondo monetario internazionale. Alla fine del 2022, tale indice era pari a 3,16, con un aumento su base annua del 5,9%. Nello stesso periodo, l’indice di internazionalizzazione delle principali valute internazionali era decisamente più alto: dollaro 58,3, euro 22,18, sterlina 7,73 e yen 5,24.

Pertanto, credo si possa affermare che per quanto la moneta del popolo stia diventando sempre più internazionale non sembra ancora in grado di mettere in pericolo l’egemonia valutaria degli Stati Uniti, a differenza di quanto avviene sul piano della produzione, del commercio e dello sviluppo tecnologico. Vi è dunque un notevole scarto tra la potenza economica della Repubblica popolare e l’utilizzo internazionale della sua valuta, che riflette la scelta effettuata da parte delle autorità di non lasciare che la propria moneta sia liberamente scambiabile come attualmente succede per le valute dei paesi imperialisti. Una scelta saggia, che probabilmente durerà ancora a lungo in quanto diminuisce il potere di ricatto da parte del capitale monopolistico finanziario transnazionale. Quello, per intenderci, che ha messo in ginocchio la Grecia e poi tutta l’area euro a partire dal 2009. Pertanto, credo si possa dire che a inizio 2022 il renminbi non rappresentasse di per sé un pericolo tale da spingere per una guerra come quella in Ucraina.

Dunque, se non è il renminbi l’obiettivo della guerra in corso, significa che non vi è alcuna radice valutaria nel conflitto russo-ucraino? No, l’intuizione di Schettino è valida ma credo che la radice valutaria del conflitto vada ricercata altrove. Se il rafforzamento della moneta cinese non rappresenta una causa del conflitto bensì una sua conseguenza - nella misura in cui gli eventi bellici finiranno per favorire l’emergere di un mondo multipolare, con tutto ciò che ne consegue in termini di de-dollarizzazione e di utilizzo di altre valute - allora l’attacco militare al renminbi non è ancora stato sferrato. Ciò significa che se si vogliono rintracciare le radici valutarie della guerra in corso non è al conflitto dollaro-renminbi che bisogna guardare bensì a quello che vede contrapposta la moneta USA a quella europea.

Per quanto la crisi del 2008 abbia assestato un duro colpo alla pretesa della moneta unica di costituire una valida alternativa al biglietto verde, non si è trattato comunque di una vittoria decisiva. E malgrado la distruzione dell’Iraq abbia fatto naufragare il progetto russo-tedesco di creare futures petroliferi denominati in euro già nel 2002, la voglia di commercializzare i prodotti energetici affrancandosi dal dollaro ha continuato a lavorare sottotraccia. D’altronde non poteva essere altrimenti, dal momento che «uno dei segni più chiari del ruolo internazionale dominante del dollaro è il suo larghissimo utilizzo nel fissare i prezzi e regolare le transazioni nei mercati petroliferi globali. I prezzi del greggio West Texas Intermediate, Brent e Dubai sono tutti espressi in dollari. Il dollaro viene utilizzato come unità di conto praticamente per tutti i prezzi di riferimento. NYMEX, il più grande mercato dei futures petroliferi al mondo, fornisce quotazioni esclusivamente in dollari. Nel mercato petrolifero globale, sia per i contratti spot, a termine o futures e indipendentemente dal paese, il dollaro regna sovrano».

Così scriveva la Banca centrale europea nel 2014. Ma le cose non sono sempre andate così. Nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale «le transazioni petrolifere venivano effettuate in diverse valute. Ciò suggerisce che c’è spazio per più di una valuta nazionale come mezzo di pagamento anche per un bene omogeneo come il petrolio. Questa conclusione è coerente con quella che altrove abbiamo chiamato la “nuova visione” dei mercati valutari internazionali, secondo la quale diverse valute nazionali possono svolgere un ruolo conseguente nelle transazioni internazionali». Per farla breve, la BCE sostiene che «c'è spazio per più di una valuta internazionale come mezzo di pagamento anche per un bene omogeneo come il petrolio» e che «il passaggio dall’attuale sistema basato sul dollaro a un sistema multipolare non è impossibile».

Un progetto esplicito ribadito con parole ancora più pesanti quattro anni dopo dall’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker durante il suo discorso sullo stato dell’Unione pronunciato il 18 settembre 2018: «dobbiamo fare di più per consentire alla nostra moneta unica di svolgere appieno il suo ruolo sulla scena internazionale. È assurdo che l’Europa paghi l’80% delle sue importazioni di energia - del valore di 300 miliardi di euro all’anno - in dollari quando solo il 2% circa delle nostre importazioni di energia proviene dagli Stati Uniti. È assurdo, ridicolo, che le aziende europee comprino gli aerei europei in dollari invece che in euro. Tutto questo deve essere cambiato. Per questo motivo, entro la fine dell'anno, la Commissione presenterà delle iniziative per rafforzare il ruolo internazionale dell'euro. L’euro deve diventare il volto e lo strumento di un’Europa nuova e più sovrana».

E quali erano le iniziative cui si riferiva Junker? Quelle relative proprio al settore energetico, dal momento che è lì che «il ruolo dominante del dollaro ha importanti implicazioni per le aziende europee. In primo luogo, le transazioni energetiche espongono a un rischio di cambio che deve essere gestito sul mercato finanziario. In secondo luogo, la predominanza degli scambi basati sul dollaro significa che le recenti azioni unilaterali da parte delle giurisdizioni di paesi terzi [le sanzioni comminate dagli Stati Uniti all’Iran un mese prima], insieme al calo del sostegno alla governance e al commercio basati sulle regole, possono impedire o almeno rendere più difficile il commercio energetico. Pertanto, un ruolo crescente dell’euro sosterrà gli obiettivi di politica energetica dell’UE riducendo i costi e i rischi di transazione, aumentando l’accesso a finanziamenti affidabili e rafforzando l’autonomia dell’UE, riducendo così il rischio di interruzione delle forniture energetiche a causa di azioni di terzi [léggi: Stati Uniti]. Offrirà un’alternativa più forte per i pagamenti aiutando le aziende a operare in un ambiente stabile e prevedibile nel pieno rispetto del sistema commerciale internazionale basato sulle regole».

Dal momento che l’UE importa oltre la metà dell'energia che consuma, il 90% del fabbisogno di petrolio e il 70% del fabbisogno di gas; e visto che «la stragrande maggioranza dei contratti a lungo termine che disciplinano le importazioni energetiche nell'UE non è denominata in euro», occorre che gli Stati membri promuovano un uso dell'euro più ampio: (i) negli accordi internazionali e negli strumenti non vincolanti connessi all'energia, (ii) nelle operazioni connesse all’energia effettuate dai partecipanti al mercato europeo e (iii) per i progetti e le operazioni connessi all'energia effettuati dalle imprese che erogano servizi finanziari. In pratica, si tratta di promuovere un uso dell'euro più ampio nelle relazioni con i paesi terzi nel settore energetico, impiegare più contratti connessi all'energia denominati in euro, agevolare il varo di parametri di riferimento dei prezzi denominati in euro, promuovere un uso dell'euro più ampio per i progetti e le operazioni finanziarie connessi all'energia, ecc, ecc.

La prospettiva delineata dalla Commissione europea, se deve aver irritato non poco il governo degli Stati Uniti, non deve esser dispiaciuta a Mosca, se è vero che una fonte di Gazpromneft, la terza compagnia petrolifera russa per produzione, rivelava che già nel 2018 la maggior parte dei suoi contratti conteneva una clausola per consentire ai clienti di pagare in valute diverse dal dollaro. Una clausola abbastanza obbligata per le aziende russe, dal momento che la maggior parte delle transazioni denominate in dollari passano attraverso il sistema bancario statunitense o ad esso fortemente legato, e tali banche, per evitare di violare le sanzioni, si rifiutano di gestire denaro legato a società o individui inseriti nelle liste nere stilate a Washington.

Pertanto, come già scritto analizzando le origini della guerra russo-ucraina, l’attuale conflitto non è soltanto una guerra per la difesa dell’unipolarismo statunitense, per la difesa dell’unità statuale della Federazione russa e per l’indipendenza dei popoli russofoni che vivono in Ucraina, ma è anche una guerra inter-imperialista tra Stati Uniti da un lato e i principali paesi dell’Unione Europa dall’altro. Una guerra che vorrebbe tagliare una volta per tutte i ponti che collegano la più grande economia del vecchio continente a uno dei principali produttori mondiali di materie prime. Paesi che erano intenzionati a stringere sempre di più i legami non soltanto dal punto di vista produttivo e commerciale ma anche valutario. Una vera e propria guerra valutaria che, a differenza di quella combattuta sul piano militare, gli Stati Uniti stanno vincendo, visto che la quota di pagamenti in euro nel sistema SWIFT è passata dal 37,41% nel gennaio 2022 al 12,63% del dicembre 2023 (facendo quindi segnare un decremento di quasi 25 punti). Al contrario, la quota del dollaro è passata dal 43,08% al 59,66% (oltre 16 punti in più). Insomma, prima di affrontare la Cina gli Stati Uniti debbono sconfiggere la Russia e rimettere in riga gli stati europei. Ma se il primo obiettivo non sembra raggiungibile, il secondo pare molto più alla portata.


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