L’Oriente è rosso – ancora!

L’Oriente è rosso – ancora!

Carlos Martinez, condirettore di Friends of Socialist China, ha recentemente pubblicato il libro The East is Still Red (L’Oriente è ancora rosso). Come argomenta Radhika Desai, “in un mondo in cui la sinistra ha perso la capacità di distinguere tra imperialismo e liberazione; in un mondo che non riesce a capire quanto siano state rivoluzionarie le conquiste dei socialismi realmente esistenti, Carlos Martinez fa risplendere la luce della sua prosa cristallina e della sua acuta intuizione politica e accademica sulle conquiste della Cina, materiali, ecologiche, scientifiche e sociali”.

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di Stefania Fusero - Friends of Socialist China

Il libro di Martinez ci offre una panoramica estesa della Cina del 21° secolo, ma in questo articolo mi focalizzerò esclusivamente sul capitolo intitolato: “La Cina sta costruendo una civiltà ecologica”. Nonostante l’ecologia sia a buon diritto infatti uno dei temi più dibattuti sia ai vertici dei decisori politici, sia a livello di base, poco o nulla conosciamo delle politiche ambientali perseguite dalla e nella Repubblica Popolare Cinese. Il libro di Martinez ce ne fornisce un quadro esaustivo e dettagliato.

Con la proclamazione della RPC il 1° ottobre 1949, la Cina inizia il lungo percorso di emancipazione del suo popolo dalla povertà e dal sottosviluppo, che la porterà a tirare fuori dalla povertà assoluta centinaia di milioni di persone.

Lo sviluppo economico della RPC, proprio come in precedenza quello di Europa, USA e Giappone, si è basato principalmente sul combustibile più inquinante, il carbone, che fino a due decenni fa costituiva l’80% del mix energetico cinese. Posta di fronte alla scelta fra sviluppo economico con conseguente degrado ambientale o sottosviluppo con conservazione ambientale, la leadership cinese scelse lo sviluppo.

“L’abbondanza di energia da combustibili fossili a buon mercato ha permesso alla Cina di sollevare dalla povertà centinaia di milioni di persone, affermandosi contemporaneamente come leader globale nella scienza e nella tecnologia, gettando così le basi per la costruzione di una società socialista moderna e sostenibile.”

È grazie a quella scelta che la Cina, pur essendo ancora un Paese in via di sviluppo, non è più povera. Al contempo, però, gli effetti del processo di industrializzazione hanno amplificato e aggravato la naturale vulnerabilità della Cina nei confronti del cambiamento climatico – uno dei Paesi più soggetti a disastri, con 200 milioni di persone esposte agli effetti di siccità e inondazioni; con quasi un quarto della popolazione mondiale, la Cina ha solo il 5% delle risorse idriche e il 7% della terra coltivabile del pianeta.

Le questioni ambientali sono pertanto diventate una priorità assoluta e il PCC si è focalizzato, specialmente nell’ultimo decennio, sulla transizione verso un modello di sviluppo verde. Se negli anni ’80 aveva fatto della crescita del PIL una delle sue massime priorità, al 19° Congresso del PCC nel 2017 Xi Jinping annunciava che la principale contraddizione che la società cinese deve affrontare ora è quella tra uno sviluppo squilibrato e inadeguato e i bisogni delle persone per una vita sempre migliore.

Già nel 2014 Xi Jinping scriveva in The Governance of China: “Dobbiamo trovare un equilibrio tra crescita economica e protezione dell’ambiente. Saremo più coscienziosi nel promuovere uno sviluppo verde, circolare e a basse emissioni di carbonio. Non cercheremo mai più la crescita economica a scapito dell'ambiente”.

Se i concetti di crescita e sviluppo rimangono prioritari nell’agenda della leadership cinese, ora si persegue dunque una crescita “innovativa, coordinata, verde, aperta e inclusiva” e opportunità di sviluppo che preservino la natura. Una tale visione sposta l’obiettivo di sviluppo “dalla massimizzazione della crescita alla massimizzazione del benessere netto”, secondo le parole dell’influente economista cinese Hu Angang.

L’impegno annunciato nel 2014 da Xi Jinping, “la Cina svilupperà anche una disposizione geografica, una struttura industriale, un modo di produzione e uno stile di vita efficienti sotto il profilo delle risorse e rispettosi dell’ambiente, e lascerà alle nostre generazioni future un ambiente di lavoro e di vita fatto di cieli azzurri, campi verdi e acqua pulita” si è tradotto in azioni concrete che hanno fatto dire a Fred Krupp, presidente del Fondo per la Difesa Ambientale: “Il mondo non ha mai visto prima d’ora un programma climatico di questa portata…”.

Tale programma si articola in vari ambiti: decarbonizzazione, fonti rinnovabili, energia nucleare, efficienza energetica, trasporti, rimboschimento, PIL verde.

Decarbonizzazione

Il governo cinese programma di raggiungere il picco delle emissioni di CO2 prima del 2030 e di conseguire la neutralità del carbonio prima del 2060.

Nei 15 anni dal 2007 al 2022, la quota del carbone nel mix energetico è stata ridotta dall’81% al 56%, nel 2017 sono stati annullati i piani per la costruzione di oltre 100 centrali elettriche a carbone e nel 2021 Xi Jinping ha annunciato che la Cina non costruirà nuove centrali a carbone all’estero e aumenterà il suo sostegno ai Paesi in via di sviluppo affinché perseguano uno sviluppo verde.

Le emissioni totali delle industrie elettriche a carbone sono state ridotte di quasi il 90% nell’ultimo decennio, con un impatto notevole nelle grandi città – nel 2019 Pechino è uscita dall’elenco delle 200 città più inquinate e se nel 2012 sedici delle venti città più inquinate del mondo si trovavano in Cina, un decennio dopo solo due città cinesi compaiono nella lista.

Investimenti in fonti rinnovabili

L’analista internazionale di energia Tim Buckley osserva che la Cina è il leader mondiale in “energia eolica e installazione solare, nella produzione eolica e solare, nella produzione di veicoli elettrici, nelle batterie, nell’idroelettrico, nel nucleare, nelle pompe di calore a terra, nella trasmissione e distribuzione della rete e nell’idrogeno verde. In sintesi… all’avanguardia nel mondo in ogni tecnologia a emissioni zero”.

Oltre l’80% dei pannelli solari costruiti al mondo sono made in China. Un rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia osserva che le politiche industriali cinesi incentrate sul fotovoltaico hanno contribuito a una riduzione dei costi di oltre l’80%, aiutando il settore a diventare la tecnologia di generazione di elettricità più conveniente in molte parti del mondo – un importante contributo alla decarbonizzazione globale.

Si stanno costruendo basi ibride eoliche e solari nella parte nord-occidentale del Paese, che entro il 2030 rappresenteranno circa la stessa capacità rinnovabile presente in tutta Europa e scienziati cinesi hanno recentemente sviluppato il primo prototipo al mondo di una linea elettrica ibrida superconduttiva, la cui versione in scala reale trasmetterà senza resistenza energia da un lato all’altro del Paese.

Energia nucleare

La Cina sta anche guidando la ricerca sull’energia nucleare, compresi i reattori di quarta generazione, il primo dei quali è stato collegato alla rete nel dicembre 2021. I reattori di quarta generazione promettono di essere significativamente più sicuri e di produrre molto meno scorie radioattive rispetto alla precedente tecnologia nucleare.

Efficienza energetica

Secondo l’International Energy Efficiency Scorecard, la Cina è al 9° posto per l’efficienza energetica – un posto davanti agli Stati Uniti, e la classifica più alta fra tutti i Paesi in via di sviluppo.

Trasporti

Se a livello globale i trasporti sono responsabili di circa un quinto delle emissioni di anidride carbonica, la Cina è finora l’unico Paese ad aver compiuto progressi davvero significativi in termini di decarbonizzazione dei trasporti.

Circa il 98% degli autobus elettrici del mondo si trova in Cina e diverse grandi città hanno già raggiunto il 100% di elettrificazione della loro flotta di autobus. Ogni anno in Cina vengono vendute più auto elettriche che nel resto del mondo messo insieme.

Anche per le linee ferroviarie ad alta velocità (HSR), un altro strumento importante per la decarbonizzazione dei trasporti, la Cina è nettamente in testa, con più miglia ferroviarie ad alta velocità rispetto al resto del mondo messo insieme. Al 2022, la Cina aveva 37.900 km di HSR – gli Stati Uniti solo 80 km!

Rimboschimento

La Cina sta realizzando il più grande progetto di forestazione del mondo, piantando foreste “delle dimensioni dell’Irlanda” in un solo anno e raddoppiando la copertura forestale dal 12% nel 1980 al 23% nel 2020. L’obiettivo è di aumentare la copertura fino a raggiungere almeno il 26% entro il 2035. Nel frattempo, sono stati sviluppati centinaia di parchi nazionali e un terzo del territorio del paese è stato collocato dietro una “linea rossa di protezione ecologica”.

Verso un PIL verde

Hu Angang propone un “PIL verde” comprensivo di PIL nominale, misure di investimento verde, investimenti in capitale umano, con una componente sottrattiva per le emissioni di gas serra, inquinamento, esaurimento di minerali e foreste, e perdite dovute a disastri naturali. Tale modello incoraggia un consumo moderato, basse emissioni e la conservazione del capitale ecologico come obiettivo economico fondamentale.

Alcune grandi città cinesi stanno sperimentando implementazioni del PIL verde. Shenzhen è la prima città al mondo ad aver adottato un sistema di contabilità basato sul prodotto ecosistemico lordo (GEP) – “il valore totale dei beni e servizi ecosistemici finali forniti annualmente … misurato in termini di valore biofisico e valore monetario.”

Tutta colpa della Cina?

Se i progressi della Cina in materia di energie rinnovabili sono stati pubblicamente elogiati da diverse agenzie, la narrazione dominante nei mass media occidentali rimane però quella che ci somministrano regolarmente USA e alleati: “tutta colpa della Cina”.

Due i temi chiave utilizzati: 1) la Cina è stata negli ultimi anni il più grande emettitore mondiale – in termini assoluti – di gas serra; 2) la Cina si è impegnata a raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2060, USA e UK entro il 2050.

È una narrazione disonesta, che non tiene conto di fattori fondamentali quali: 

1) la cifra delle emissioni pro capite per Stati Uniti e Australia è quasi il doppio di quella della Cina;

2) in termini di emissioni cumulative, ovvero la quantità di gas serra in eccesso nell’atmosfera in questo momento – ricordiamoci che la CO2 vi rimane per centinaia di anni – gli Stati Uniti con il 4% della popolazione mondiale sono responsabili del 25%, la Cina, invece, con il 18% della popolazione mondiale, del 13%;

3) le emissioni della Cina sono aumentate negli ultimi decenni mentre le emissioni dell’Occidente sono diminuite perché i Paesi capitalisti avanzati hanno esportato le loro emissioni nei Paesi in via di sviluppo; 

4) i principali Paesi capitalisti di Europa, Nord America e Giappone hanno raggiunto il picco di emissioni di gas serra negli anni ’80, dopo quasi due secoli di industrializzazione. Se davvero riusciranno a raggiungere emissioni nette zero entro il 2050, il loro viaggio dal picco di carbonio allo zero netto sarà durato sei o sette decenni. Al contrario, se la Cina raggiungerà i suoi obiettivi di raggiungere il picco di emissioni entro il 2030 e zero emissioni di carbonio entro il 2060, avrà impiegato meno della metà del tempo dei principali Paesi capitalisti.

Le guerre nuociono all’ambiente

Intanto, mentre la Cina compie passi da gigante nella transizione dai combustibili fossili, i principali Paesi capitalisti stanno fallendo miseramente.

L’esempio più eclatante è dato dalle ricadute della guerra per procura della NATO contro la Russia, che è a dir poco disastrosa anche in termini ambientali. Le sanzioni contro l’economia russa hanno portato fra l’altro a: un notevole aumento delle esportazioni statunitensi di gas liquefatto verso l’Europa; la riattivazione delle centrali a carbone in Germania e altrove; l’accelerazione dell’estrazione di petrolio e gas nel Mare del Nord. Alla lista di Martinez, dobbiamo aggiungere gli effetti devastanti anche in termini ambientali dell’attacco terroristico che ha distrutto l’oleodotto Nord Stream.

Nell’ambito invece della guerra ibrida sferrata dagli Stati Uniti contro la Cina, è evidente che per l‘intero establishment politico USA essa è più importante del rilancio dell’economia nazionale o della salvezza del pianeta. Basti vedere le sanzioni sui materiali per l’energia solare fabbricati in Cina, sulla base di vergognose calunnie sullo “schiavismo” in Xinjiang. Tali sanzioni faranno alzare i prezzi dei pannelli solari, portando così a una significativa riduzione delle nuove installazioni di energia solare, con un conseguente aumento delle emissioni nocive e significative perdite di posti di lavoro.

Paesi ricchi, Paesi poveri

Al vertice ONU sul clima del 2009, le nazioni ricche si erano impegnate a incanalare 100 miliardi di dollari l’anno verso le nazioni meno ricche per aiutarle a adattarsi ai cambiamenti climatici e alla transizione verde. Un impegno risibile – gli Stati Uniti da soli spendono annualmente più di 800 miliardi di dollari per il militare – che però le nazioni ricche non hanno neppure mantenuto.

I finanziamenti cinesi per la produzione di energia rinnovabile all’estero sono più che quadruplicati tra il 2015 e il 2019 e banche politiche cinesi come Eximbank e China Development Bank stanno guidando il finanziamento di importanti progetti in Paesi in via di sviluppo in Asia, Africa, America Latina.

Le parole, i fatti

Mentre la Cina si è mossa per attuare la sua concezione radicale di civiltà ecologica, che è integrata nella pianificazione e nella regolamentazione statale, l’idea di un New Deal verde non ha preso forma concreta da nessuna parte in Occidente.” (John Bellamy Foster)

Qual è il motivo di questo contrasto? Martinez non ha dubbi: lo sviluppo economico della Cina socialista procede secondo i piani statali, non secondo l’anarchia del mercato. Di conseguenza, gli interessi del profitto privato sono subordinati ai bisogni della società.

Come scrive Deirdre Griswold in Workers World: “I pianificatori economici cinesi hanno il potere di prendere decisioni che costano un sacco di soldi, ma che a lungo termine andranno a vantaggio delle persone e del mondo. Non sono guidati dai profitti e dai rendimenti trimestrali…’’

La Cina sta guidando la battaglia contro la crisi climatica – qualcosa che l’Occidente è estremamente riluttante ad ammettere sia per ragioni culturali – alimentate dal “presupposto pervasivo (sebbene in gran parte inconscio) che le nazioni prevalentemente bianche dell’Europa occidentale e del Nord America siano fondamentalmente più civili e illuminate del resto del mondo”, sia politiche – i successi della Cina in questo e altri ambiti rischiano di dimostrare la validità fondamentale del socialismo come mezzo per promuovere il progresso umano.

Carlos Martinez, The East is Still Red – Chinese socialism in the 21st century, Praxis Press Glasgow

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