"Polo popolare" e VI Repubblica. Intervista a Jean-Luc Mélenchon

"Polo popolare" e VI Repubblica. Intervista  a Jean-Luc Mélenchon

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di Florence Chédotal - Politika

“Non sto scherzando, sarò eletto”, Lei ha detto così. Si tratta di un linguaggio performativo? Da dove prende quest’ottimismo?

Dal 2017, sono finiti i vecchi voti politici automatici. Il paese sta cercando se stesso. La situazione è molto volatile. I sondaggi lo dimostrano: il ballottaggio è a un pugno di punti. Si può arrivare a partire dal 16 o 17%, come ne 2002. Questi sondaggi mi collocano tra l’8 e il 12%.


Però l’astensionismo previsto è sempre più estremamente alto, a volte fino al 45%. È ancora più importante nelle zone operaie, dove ho ottenuto i punteggi più impressionanti nel 2017.

In questa incertezza, se facciamo il nostro lavoro di mobilitazione in questi ambiti, la bilancia può inclinarsi a mio favore. Perciò la probabilità di arrivare al secondo turno, e persino di vincere, esiste. Non dico che questa vittoria sia assicurata, dico che è possibile.

Durante la sua convenzione nazionale, Lei ha menzionato questo “polo popolare” e la sua ambizione di andare a cercare gli astensionisti e i giovani in particolare. Però Lei non è l’unico in questa nicchia. Davvero i giovani non s’interessano della politica?

Buon per loro. Che tutti i candidati si dirigano a tutti: così la partecipazione cittadina sarà migliore.
Ma troppo spesso si pensa che la democrazia sia chiusa e che tutto sia prefissato. Infatti, la Quinta Repubblica concede al Presidente i poteri di un monarca. Così può fare quello che vuole, senza consultare nessuno, come Macron.

Come superare la sfiducia popolare? Proponendo di passare alla VI Repubblica. Fin dal primo capitolo, il mio programma prevede la convocazione di un’assemblea per redigere una nuova costituzione, il referendum di iniziativa popolare e il referendum per poter rimuovere una carica elettiva, dal Presidente della Repubblica al consigliere generale.

Spera di essere abbastanza forte ad un certo punto da indire una grande manifestazione? Uscire in ordine sparso non è una garanzia di perdere?

È il contrario. Se fingiamo di essere tutti d’accordo, la gente denuncerà la bugia. Sono già stati pesantemente ingannati da François Hollande. Quando ha detto loro “il mio nemico sono le finanze” e poi ha cominciato a blandirle. Oggi è abbastanza chiaro che gli altri candidati non sono d’accordo con me sull’Europa, sulla Sesta Repubblica, sulla pianificazione ecologica o sulla necessità di condividere seriamente la ricchezza di questo Paese con i poveri e gli esclusi.

La cosiddetta “sinistra” non ha sempre molto di sinistra nel suo programma. Al contrario, il mio programma si basa sulle esigenze e le aspirazioni delle classi lavoratrici. L'”Unione Popolare” deve basarsi su un programma utile per il popolo, poiché è impossibile ai vertici del potere.

E’ fiducioso di ottenere le 500 firme senza il Sr. Roussel (candidato del Partito Comunista francese)?

Penso che alcuni sindaci comunisti firmeranno. Non credo che l’onorevole Roussel voglia impedirmi di candidarmi, perché sarebbe troppo dannoso per la democrazia francese. Ma dobbiamo ricordare ai rappresentanti eletti che sponsorizzarmi non significa sostenermi, ma semplicemente rendere possibile la democrazia.

Infatti i sindaci non hanno mai chiesto il privilegio di decidere chi può essere candidato! E’ per questo che noi parlamentari di Insoumis abbiamo fatto una proposta di legge affinché 150.000 cittadini possano farlo. Ma il gruppo parlamentare macronista lo ha bocciato nell’Assemblea.

E quando ascolta che l’elezione si giocherà nella destra e che l’ascesa di Eric Zemmour, con il quale ha discusso, è inevitabile.

Non credo a una parola! L’enorme sforzo di propaganda che aiuta il signor Zemmour crollerà nella realtà sociale. Le preoccupazioni dei francesi per le elezioni sono sulla loro vita quotidiana: possono pagare la casa? Possono pagare il riscaldamento? Avranno un ospedale per la maternità nelle vicinanze?

Le elezioni presidenziali si giocheranno su questioni sociali e per niente su deliri razziali o religiosi. Lo dimostra la polemica sul modello abitativo unifamiliare: come rispondere agli imperativi ecologici senza alterare il nostro modo di vita? Accusare gli abitanti delle case unifamiliari di avere uno stile di vita troppo inquinante è indegno.

L’organizzazione liberale del territorio ha allontanato tutti da tutto. Le persone sono costrette a percorrere chilometri ogni giorno. La catastrofe si verifica quando il prezzo del carburante aumenta: tutti rimangono intrappolati. Questa è la vera domanda.

Di fronte alla carenza di servizi pubblici, lei propone che cinque di essi siano accessibili entro quindici-trenta minuti per tutti in tutto il territorio: scuola, medico, maternità, trasporto pubblico, ufficio postale.

Per volere della Commissione Europea, i servizi pubblici vengono chiusi in massa, intere aree si trasformano in deserti e gli abitanti si vedono condannati all’isolamento sociale. Negli ultimi tre quinquenni Sarkozy, Hollande e Macron hanno chiuso due uffici postali e una scuola al giorno! Negli ultimi 20 anni la metà degli ospedali per la maternità del Paese è scomparsa. Come mai? I francesi hanno smesso di avere figli? È il contrario.

È tempo di semplificare la vita delle persone. Per questo nessun servizio pubblico essenziale dovrebbe trovarsi a più di 15 minuti da casa: una scuola, una stazione ferroviaria, un ufficio postale, un presidio sanitario. Questo è possibile. Già il 90% della popolazione francese vive entro 10 km da una stazione ferroviaria. Ma un terzo di loro non è più servito.

Affinché i servizi pubblici siano efficaci, occorre prima conferire la stabilità agli 800.000 lavoratori assunti con lavori precari e poi assumere e formare i dipendenti pubblici. I servizi pubblici sono una visione della vita nella società. Basta con l’ossessione della redditività e della concorrenza come modalità operativa insormontabile.

Si tratta piuttosto di comprendere i bisogni delle persone e di soddisfarli collettivamente. Sostengo il ritorno dello Stato e dei servizi pubblici ovunque.

Lei si è descritto come il candidato della “ragione”, un termine che i macronisti hanno utilizzato finora. Cerca di addolcire la sua immagine? Il Jean-Luc Mélenchon del 2022 è lo stesso di quello del 2017?

Ho cinque anni in più. L’esperienza che ho maturato favorisce l’apertura delle menti. Ho acquisito una certa patina personale. Siamo anche più preparati a governare: l’80% del programma include le nostre proposte per il 2017 e ognuna di esse è stata chiarita.

Abbiamo fatto bene a sollevare il problema dell’acqua, della pianificazione ecologica, della tassazione universale. Tutti ci stanno arrivando a poco a poco. Questa volta ho anche una squadra in grado di formare un governo per attuare questo programma. Questo mi aiuta ad essere più sereno!

Conferma che questa è la sua ultima campagna presidenziale?

Sí. Se sono eletto, non ho intenzione di tornare a presentarmi. Man mano che passa il tempo, la natura del mio compito si evolve. Con l’equipe attuale, la successione è ampiamente assicurata.

(Traduzione di Contropiano)

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