Proporzionale puro. La prima lotta politica da cui ripartire

Proporzionale puro. La prima lotta politica da cui ripartire

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Viva la democrazia. All’americana. In cui vota meno della metà degli aventi diritto e per stravincere basta la metà di quella metà (che ai miei tempi corrispondeva a un quarto degli elettori e dunque una netta minoranza mentre adesso i giornali la descrivono come una maggioranza assoluta, quasi bulgara); e a chi si accontenta di vincere basta ancora meno, visto che con il consenso di un decimo degli elettori si può andare al ballottaggio, dopo di che per fare il pieno si tratterà solo di scatenare i media per terrorizzare i cittadini e convincerli che la sinistra toglierebbe loro il SUV d’ordinanza e la destra rimanderebbe a casa la badante pagata 500 euro al mese.


Ma questo sistema non è stato imposto agli italiani, neppure a quelli che adesso si autoassolvono disertando le urne. Deriva direttamente da una famigerata legge, quella n. 81 del 25 marzo 1993, che introdusse il sistema maggioritario e l'elezione diretta del sindaco (un presidenzialismo locale, in attessa di cambiare la Costituzione e di introdurlo a livello nazionale); fu frettolosamente approvata da Camera e Senato con il sostegno di quasi tutti i partiti, a cominciare da una DC prossima a dissolversi per confluire nel liberismo berlusconismo e da un PDS e un PSI già convertiti al liberismo liberal alla Blair e alla Clinton.

Non ci fu nessuna protesta popolare: tutti contenti di buttare a mare una tradizione politica che, fra inevitabili errori e numerosi episodi di corruzione, aveva assicurato un costante progresso civile, economico e culturale; improvvisamente la gradualità del processo parve agli italiani intollerabile: non dimentico che la promessa che conquistò la gente fu quella di conoscere il sindaco (e di lì a poco il presidente del consiglio) il giorno dopo le elezioni.

La fretta e il personalismo (non più partiti! meglio i ricchi e famosi) presero il posto della politica e bastarono pochi anni per stravolgere il sistema.

Non mi pare peraltro che la metà abbondante di cittadini che ha rinunciato al dovere civico di votare (no, non è un diritto, parola abusata che ormai significa “licenza”) abbia nostalgia della politica; se no potrebbe pretendere un ritorno a un proporzionale puro, grazie al quale esprimere le sue preferenze e vedersi rappresentata nei consigli comunali e in Parlamento, invece di cedere passivamente il potere a chi può comprarsi (letteralmente) un piccolo ma determinante numero di voti.

Al contrario, è pronta a sprofondare nel qualunquismo assoluto imparato sui social (tutti controllati da miliardari americani) e attraverso gli spettacoli televisivi e sportivi che appunto dai primi anni novanta spacciano individualismo ed edonismo. La politica ha a che vedere con la collettività (la polis) e con le responsabilità che la sua gestione comporta, non solo per chi governa ma anche per chi lo lascia governare. Troppa fatica, troppo impegno, troppi sacrifici; bisognerebbe informarsi e poi riflettere, rinunciando magari a un po’ di pornografia o alla partita in diretta della Premier League.

Una visione pessimista? Certo. Il pessimismo dell’analisi è indispensabile a chi voglia fare qualcosa; sono i conformisti e i collaborazionisti a essere convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili. L’Italia resta un paese straordinario ma esclusivamente per le virtù delle precedenti generazioni: chi ci abita oggi vive di rendita sperperando quel patrimonio culturale e morale, quando non partecipi attivamente alla sua distruzione perché attratto dal modello americano (e infatti fa acquisti anzi shopping su Amazon, preferisce il caffè di Starbucks, va in giro su Uber invece che sui mezzi pubblici, non legge libri ma solo tweet, ha sostituito la religione con il culto delle celebrity, se ne frega dei diritti collettivi e difende coi denti le libertà private, soprattutto idolatra il denaro e il successo).

Perché non dovrei essere pessimista? 

La speranza viene dopo. Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, diceva Gramsci, malato e incarcerato in un’Europa che si stava fascistizzando a furor di popolo.

So che ci sono tante persone di buona volontà, anche in Italia, e la possibilità di lottare con loro, malgrado le gigantesche difficoltà e l’inerzia di buona parte della popolazione (nel migliore dei casi; purtroppo ci sono anche milioni di autentici stronzi), mi dà gioia e fiducia. Di questa lotta non vedrò i risultati ma per l’appunto non sono un liberista americanizzato, preoccupato solo di sé stesso; li vedranno i miei figli o i loro figli, quando inattesa arriverà l’occasione, imprevista, e chi si farà trovare pronto potrà approfittarne. E mi basta.

Francesco Erspamer

Francesco Erspamer

 

Professore di studi italiani e romanzi a Harvard; in precedenza ha insegnato alla II Università di Roma e alla New York University, e come visiting professor alla Arizona State University, alla University of Toronto, a UCLA, a Johns Hopkins e a McGill

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