Memorandum, una moderna tragedia greca/Quando arrivò il Draghi greco e Atene bruciò

Quando arrivò il Draghi greco e Atene bruciò

 

MEMORANDUM, UNA MODERNA TRAGEDIA GRECA (CAPITOLO IV) - "I mendicanti non possono scegliere"


Come ogni sabato, sull'AntiDiplomatico prosegue la pubblicazione a puntate del libro di Antonio Di Siena ("Memorandum, una moderna tragedia greca"). Per chi si fosse perso i primi capitoli può leggerli qui.


 

MEMORANDUM, UNA MODERNA TRAGEDIA GRECA (CAPITOLO IV)

La notte in cui Atene bruciò



di Antonio Di Siena
 

Fino a metà degli anni '90 il centro di Atene era pieno di sale cinematografiche. La maggior parte di esse si trovava in odos Stadiou, meglio conosciuta dagli ateniesi come la “strada dei cinema”.  Lungo il viale ce n'erano una decina, alcuni dei quali risalenti agli inizi del XX secolo. Fra questi i più celebri erano certamente l'Attikon e l'Apollon, due sale storiche epicentro della vita cinematografica della capitale.
 

Questi due cinema avevano una peculiare caratteristica, erano ubicati all'interno del medesimo edificio: l'edificio Attikon.


Costruito fra il 1870 e il 1881 su progetto dell'architetto Ernest Ziller, il padre di molti degli edifici più celebri di Atene fra cui il Teatro Nazionale di Grecia, il Palazzo presidenziale, l'Iliou Melathron (oggi Museo Numismatico e Museo Archeologico Nazionale) anche conosciuto come Palazzo Schliemann perchè residenza privata del famoso archeologo, prese ufficialmente il nome di Teatro Attikon nel 1914.


Nel 1916 diventò anche cinematografo e poco dopo nelle stanze adiacenti fu inaugurato il cinema Apollon.
 

Da allora e per quasi un secolo le due sale hanno intreccciato i loro destini a quelli dei cittadini ateniesi, condividendo con loro alterne fortune. Dalle eleganti  première della belle époque ai festival di maniera degli anni '70, passando per l'occupazione nazista della seconda guerra mondiale quando le sale, ribattezzate “Kino Apollo” e “Soldaten Kino Victoria”, proiettavano film destinati alle truppe del terzo reich.



Sala interna Attikon
 

E come se fosse un film di propaganda goebbelsiana la storia della crisi greca può essere guardata da due prospettive.
 

Quella deformante dei media di regime impegnati a raccontare quanto la forza occupante sia “veramente vostra amica”. E quella del popolo che subisce l'occupazione (poco importa se militare o economico-finanziaria) e diventa vittima di crimini degni di un tribunale militare.
 

Perché nonostante si continui a raccontarla come un'operazione di salvataggio, la “gestione” della crisi greca ha privato i cittadini non solo dei più elementari mezzi di sussistenza ma anche degli strumenti più basilari per potersi opporre democraticamente al saccheggio di un'intera economia.
 

Lasciando in mano al popolo solo l'alternativa dell'insurrezione.
 

E' l'autunno del 2011 e sono ormai pochi gli ateniesi che possono permettersi di andare al cinema, perché nonostante le “cure” della Troika l'economia greca sta peggio di prima. 
 

In un solo anno il rapporto debito/Pil  è cresciuto dal 146% al 172%, mentre il Pil/pro capite è crollato da 20.300 a 18.600 €. E i greci sono sempre più poveri. 


Nonstante ciò il governo Papandreu è pronto a varare il quinto pacchetto di austerità, al fine di ottenere la sesta rata di salvataggio.
 

La nuova “riforma” punta a colpire ancora una volta gli unici con introiti sicuri: dipendenti pubblici e pensionati. E prevede la riduzione dei salari di un ulteriore 30% e il licenziamento di 30.000 lavoratori pubblici; il taglio del 40% delle pensioni di importo superiore a 1.000 €; e l'abbassamento della soglia limite per l'esenzione fiscale a 5.000 €. Come a dire che se guadagni almeno 417€ al mese non sei povero e quindi devi pagare le tasse.
 

Come se non bastasse poi sono previsti gli immancabili tagli all'istruzione che attraverso una “rimodulazione” del sistema scolastico chiude e accorpa centinaia di plessi.
 

Il pacchetto, denominato “multi fattura”, arriva in Parlamento per l'approvazione il 20 ottobre. Quella mattina a Piazza Syntagma ci sono oltre 150.000 manifestanti. Lavoratori del pubblico impiego, insegnanti, studenti, operai, portuali, commercianti, tassisti, medici, avvocati, tutti uniti nel chiedere la bocciatura del piano di salvataggio e le dimissioni del governo.

La manifestazione inizialmente è pacifica ma non appena giunge la notizia del voto parlamentare favorevole al piano si scatena il caos.

Mentre i dipendenti occupano il Ministero di Giustizia e quello delle Finanze, intorno alla piazza scoppia la guerra civile. Una fitta sassaiola di pietre e molotov distrugge decine i negozi e bancomat, un edificio nella vicina odos Mitropoleos viene interamente dato alle fiamme. 

La violenza che infuria senza sosta consente ai manifestanti di arrivare così vicini all'ingresso del Parlamento che viene incendiata una guardiola antistante l'ingresso. Per scongiurare l'assedio vengono esplose talmente tante granate lacrimogene che il gas invade anche i corridoi del palazzo.

E così, in una Atene coperta da una fitta coltre di fumo e gas, gli insorti sono costretti a ritirarsi. Per terra però resta Dimitris Kotsaridis, dirigente sindacale del PAME di Vyronas, morto a 53 anni per un malore causato dai fumi tossici.

Il piano è passato, la battaglia è persa. E i greci sono sempre più soli e disperati. 

Il futuro è fosco, perché l'austerità non è finita. E neanche la scia di violenza e morte che si porta appresso.

Alla fine del 2011 infatti i timori per la tenuta dell'economia greca sono sempre più forti e si parla insistentemente di rischio default.

L'agenzia di rating Fitch lo ritiene addirittura certo, mentre Standard and Poor's rivede a ribasso la stima portandola a “SD” sigla che indica il default selettivo. L'anticamera del fallimento.

Per i corridoi di Bruxelles e delle cancellerie europee si teme un ferale effetto domino che contagi l'intera eurozona e faccia deflagrare l'euro. E così a una settimana di distanza dall'approvazione del quinto pacchetto austerità negli uffici della Troika sono già al lavoro.

Nella notte fra il 26 e il 27 di ottobre i vertici UE mettono a punto un piano di “ristrutturazione” del debito greco, l'obiettivo è ridurre drasticamente il rapporto debito/PIL dal 170% al 120% entro il 2020.  Per alleggerire il debito di 100 mld di € viene deciso di coinvolgere il settore privato, attraverso un “haircut” del 53,5 % del valore nominale dei titoli di Stato greci già sottoscritti (206 miliardi di € il valore complessivo), e una contestuale riduzione dei tassi di interesse al 3,5%.

In pratica si tratta di imporre per legge ai piccoli risparmiatori greci un taglio del 75% del capitale investito in buoni del Tesoro.

Conscio dell'impopolarità della misura, per ottenere una forte legittimazione a sottoscrivere quello che potrebbe essere il colpo di grazia all'economia del Paese, il primo ministro Papandreou annuncia di voler sottoporre il piano a referendum popolare. Una decisione condivisa dal Parlamento di Atene che il 1° novembre vota all'unanimità a favore dell'ipotesi referendaria.

Pochi minuti dopo le borse crollano. BNP e Credit Agricole perdono fra il 12 e il 17%, Deutsche Bank e Citigroup l'8%. La scossa sui mercati è fortissima, tanto che Kathy Lien (opinionista per Wall Street Journal e Bloomberg nonché famosa autrice di best seller sul trading), con il cinismo e lo sprezzo per il popolo e la democrazia tipico delle élites dominanti e della loro corte di accoliti, commenta con un vergognoso  i mendicanti non possono scegliere e il fatto che la Grecia pensi di avere una scelta sull'accordo con l'Ue è fuori da ogni logica”.

Un terremoto finanziario così grave che Francia e Germania impongono al governo greco l'immediata accettazione del piano di ristrutturazione, in mancanza minacciano ufficialmente il congelamento della tranche di aiuti per 6 miliardi di € prevista per dicembre. Una pistola puntata alla tempia sarebbe stata più democratica.

La situazione politica in Grecia diventa così instabile che si teme per la stessa tenuta democratica del Paese, tanto che il ministro della Difesa Panagiotis Beglitis decide di rimuovere dall'incarico tutti i vertici delle forze armate.

Sotto la minaccia concreta e incombente del default e senza la solidarietà dei paesi euromediterranei (che non ignominia abbandonano i greci nel momento più difficile) l'ipotesi referendaria tramonta e il governo Papandreu è costretto alle dimissioni.

Viene così costituito un governo di “unità nazionale” con a capo Loukas Papadimos, ex governatore della Banca di Grecia ed ex vicepresidente della BCE, che si insedia l'11 novembre.

Il governo tecnico, che ha l'appoggio di PASOK e Nea Demokratia ha il compito di sottoscrivere l'accordo imposto dalla Troika approvando il nuovo pacchetto austerità. Condizione necessaria per ottenere un ulteriore prestito da 130 miliardi di € .

Destabilizzati ad arte dai mercati, ricattati dai Paesi egemoni dell'Ue, i greci si ritrovano un governo imposto da Bruxelles e scelto unicamente per sottostare a quello che qualunque uomo di Stato che non sia un traditore del suo popolo reputerebbe un accordo estorto con medoti criminali. Ma si sa, mica si può perdere “reputazione” presso gli investitori internazionali spaventando i mercati.  E così, a golpe avvenuto, all'inizio di febbraio 2012, il nuovo “Memorandum” è pronto per l'approvazione parlamentare. Fra le altre misure prevede il taglio del salario minimo del 22% ; l'abolizione permanente della tredicesima mensilità; il licenziamento programmato per 150.000 dipendenti statali entro il 2015 (di cui 15.000 entro la fine dell'anno).  Insieme a ulteriori tagli alle pensioni e al già disastrato sistema sanitario (per una somma i quasi mezzo miliardo di €). In più è prevista una radicale riforma del lavoro, con l'approvazione di norme per rendere più agevoli i licenziamenti; la privatizzazione delle società pubbliche del gas per un valore di 15 miliardi di € e l'aumento delle tasse sugli immobili.

Difronte a questo, al popolo greco già ridotto in miseria da due anni di crisi economica, non resta che riversarsi ancora una volta per le strade di Atene. E decide di farlo il giorno del grande sciopero generale contro il secondo programma di aggiustamento economico meglio conosciuto come “secondo memorandum”.

E' il 12 febbraio 2012, il giorno in cui l'Attikon-Apollon è stato dato alle fiamme. Quella domenica mattina freddo e pioggia battente sferzano la capitale, ma nonostante questo la popolazione stremata risponde alla chiamata di sindacati e centinaia di associazioni e movimenti popolari e si riversa a Piazza Syntagma e nelle vie circostanti. A tarda mattina per le vie di Atene sono in mezzo milione, ad affollare un centro città blindato da cinquemila agenti del MAT e dai corpi speciali.



L'edificio Attikon in fiamme


Poco dopo mezzogiorno però scoppia il pandemonio.

La polizia cerca con la forza di impedire l'arrivo, su una piazza già stracolma, del corteo proveniente dalla partecipatissima manifestazione del PAME a Piazza Omonia. Le scaramucce durano poco e la situazione degenera rapidamente. Le forze dell'ordine vogliono impedire ad ogni costo che il Parlamento venga preso nuovamente d'assalto. E così Piazza Syntagma viene chiusa in una sacca e letteralmente bombardata di lacrimogeni per diverse ore. Decine di migliaia di manifestanti vengono intrappolati all'interno di una nube di gas. Fra di loro c'è anche il patriota e antifascita Manolis Glezos il novantenne eroe nazionale greco che strappò via la bandiera nazista dal pennone dell'Acropoli nel 1941.

L'aria sulla piazza è talmente irrespirabile che l'associazione ellenica dei medici ospedalieri (OENG) condanna pubblicamente l'uso di gas lacrimogeni e sostanze chimiche contro i manifestanti che a migliaia fuggono sulle vie circostanti dove, inevitabilmente, si trasferisce anche la guerriglia urbana. Dando vita a una battaglia che dura dieci ore e durante le quali vengono incendiati decine di cassonetti dei rifiuti ed erette barricate per resistere alle cariche di polizia, mentre la rabbia si scatena su tutto quello che capita a tiro.

Ormai è buio e piove ancora, ma nonostante questo Atene brucia illuminandosi a giorno. Il Municipio di Kotzia e la stazione di polizia dell'Acropoli (Leocharous e Kolokotroni) vengono assediate da gruppo armati di pietre e molotov.

Centinaia di negozi vengono distrutti e saccheggiati.

Sono quasi un centinaio i palazzi in fiamme, di cui una decina sono banche. L'Alpha Bank di  Pesmazoglou,  la Bank of Cyprus ad Ermou, l'Eurobank a Benaki, l'Emporiki Bank a piazza Omonia (solo per citare quelle  a ridosso di Syntagma). Fra queste, intorno alle 18,30, viene appiccato il fuoco anche alla filiale della Eurobank a ridosso di Starbucks a Piazza Korai. 

L'incendio si propaga dal tetto ai palazzi circostanti e dal retro coinvolge il palazzo Attikon. All'interno ci sono una ventina di persone. Siamo a dieci metri di distanza dall'edificio della Marfin Bank e, a nemmeno due anni di distanza, Atene rischia di rivivere la stessa drammatica tragedia. Il fuoco coinvolge rapidamente il tetto dell'Attikon-Apollon e da qui, lungo le pareti, giù fino al pavimento. Ma gli occupanti sono lì apposta e preparati al peggio. Mettono prontamente al riparo le pellicole, le locandine storiche e i cimeli più preziosi e attivano il sistema antincendio.

Ma i mezzi di soccorso tardano ad arrivare perché per le strade di Atene stanno bruciando decine di palazzi pieni di persone. E così i dipendenti e il proprietario lottano da soli contro il fuoco. Alle 22 finalmente interviene il “Pyrosvestiko Soma” che mette in salvo gli occupanti, ma le fiamme ormai avvolgono l'intero edificio. Sono ore drammatiche e mentre il palazzo brucia centiniaia di ateniesi seguono col fiato sospeso, e fino a tarda notte, la diretta Tv del rogo.

A incendio domato il bollettino del 12 febbraio 2012 sarà di 106 agenti di polizia feriti, 76 manifestanti ricoverati in ospedale e 80 arresti. Più 93 edifici bruciati e 150 negozi saccheggiati nel solo centro Atene.

Fra questi, la mattina dopo, ci sarà anche il rudere dell'Attikon- Apollon. A vederlo dall'esterno sembra completamente distrutto. Il fuoco ha coinvolto gli ingressi, le biglietterie, i bar e alcune stanze di servizio per un'estensione di circa 200 metri quadri.  Ma, come per miracolo, le due sale principali non hanno subito alcun danno. Sono rimaste lì vuote, protette dal coraggio e dall'amore dei suoi lavoratori, con le loro poltroncine di velluto e le locandine affisse sulle pareti. Con gli schermi bianchi e silenti in attesa di veder proiettato l'ultimo kolossal.


L'interno del rudere

Un silenzio che ancora oggi domina quelle sale perfettamente conservate come fossero tesori nascosti in un relitto abbandonato su una strada che, agli occhi di un ignaro turista, riesce a mostrare meglio di tanti altri luoghi i due volti della Grecia. Quella mondana ed elegante che resiste a grande fatica va in direzione di piazza Syntagma. Quella fallita e ridotta in miseria va nella direzione opposta verso la disastrata piazza Omonia, in un susseguirsi infinito di serrande abbassate e cartelli “affittasi”.

A dividere questo confine immaginario una carcassa abbandonata di mattoni, con l'intonaco bruciato e scrostato, il tetto crollato e le finestre distrutte. Semi-coperta da una fila di grigie lamiere colorate dai graffiti, oltre le quali svettano il torrino elegantemente decorato e balconcini in ferro battuto.

A fare da guardia al limes di due mondi profondamente diversi.

Come fosse il Cerbero a tre teste alle porte dell'Ade, a testimoniare la bellezza sfiorita dell'Ellede, il misero presente e la resistenza per un futuro migliore.




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