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Tutte le Fake News di Marattin sull'Europa. (Terza puntata)

 


Benvenuti alla terza puntata di “Le fake news economiche di Luigi Marattin”, la rassegna in cui analizziamo le “video lezioni di economia” che da qualche settimana a questa parte il consigliere economico del PD sta pubblicando sul suo profilo. Qui trovate le prime due puntate, dedicate rispettivamente al debito pubblico e al finanziamento monetario della spesa pubblica: https://www.facebook.com/thomasfazi/videos/2341908382568953/ e https://www.facebook.com/thomasfazi/posts/2351892221570569).


Nel suo ultimo video (https://www.facebook.com/LuigiMarattinPD/videos/740118099768418/) Marattin si propone di spiegare nientedimeno che gli enormi benefici che l’Italia avrebbe tratto dall’ingresso nel mercato unico (UE) prima e nell’euro poi e perché, dunque, «non è vero che se uscissimo dall’Europa e dall’euro ci libereremmo di tutte le nostre catene». Come al suo solito, Marattin ricorre ad un classico argomento fantoccio, in cui si confuta un argomento proponendone una rappresentazione volutamente distorta e macchiettistica: nessuna persona ragionevole, infatti, ha mai posto la questione in questi termini. Ma passiamo oltre.


Secondo Marattin, «il vantaggio principale che abbiamo dal partecipare all’Unione europea, al mercato unico europeo, è quello di poter vendere le nostre merci [in Europa] senza pagare dazi doganali e senza restrizioni commerciali e quindi di poter creare occupazione e investimenti in Italia». «Basta chiederlo a ogni imprenditore che esporta», aggiunge, col tono di chi la sa lunga. Questa affermazione è problematica per numerosi motivi. Tanto per cominciare, dalle parole di Marattin ci si aspetterebbe che l’ingresso dell’Italia nel mercato unico abbia fornito un forte stimolo alle nostre esportazioni rispetto al periodo antecedente (e, di conseguenza, che un’uscita dall’UE e/o dall’euro sarebbe una rovina per l’export italiano).


Ma è veramente così? Se diamo un’occhiata all’evoluzione dell’export italiano dal dopoguerra in poi (figure 1 e 2), possiamo notare che le esportazioni italiane hanno registrato un incremento piuttosto costante dagli anni Cinquanta in poi e non sembrano aver beneficiato di particolari accelerazioni a partire dai primi anni Novanta in poi, ovverosia dalla creazione del mercato unico (1993), se non per un breve periodo tra il 1992 e il 1996, per effetto della svalutazione della lira (per poi rallentare nuovamente in seguito al fissaggio del cambio e all'introduzione dell'euro), e nell’ultimo triennio, per effetto di una «feroce ristrutturazione del tessuto imprenditoriale», come scrive Domenico Moro, che ha permesso un lieve aumento della produttività e della competitività di prezzo – e dunque delle esportazioni – attraverso la distruzione di numerose imprese e posti di lavoro, nonché la riduzione del costo del lavoro attraverso le controriforme del mercato del lavoro e la realizzazione di un esercito industriale di riserva.









Nulla a che vedere col mercato unico, insomma. Anzi, è sempre Moro a notare come le esportazioni italiane abbiano registrato una crescita maggiore di quelle tedesche per tutto il periodo tra l’inizio degli anni Sessanta e la fine degli anni Novanta, seguita da una inversione di tendenza nel periodo successivo (cioè dall’introduzione dell’euro in poi).
 

La tendenza delle esportazioni italiane è in linea con quella della maggior parte degli altri paesi europei. I dati, infatti, smentiscono palesemente l’idea che il mercato unico e la moneta unica abbiano dato un particolare impulso al commercio intraeuropeo. Come si può vedere nella figura 3, che mostra la percentuale delle esportazioni intra-UE e intra-eurozona dei paesi che poi avrebbero dato vita alla UE e alla moneta unica sul totale delle loro esportazioni, il commercio tra i suddetti paesi registra un costante aumento nel corso degli anni Ottanta – dunque prima della creazione del mercato unico – per poi ristagnare in seguito all’inaugurazione del mercato unico (1993) e declinare vertiginosamente in seguito all’introduzione dell’euro, tanto che oggi il commercio intra-UE ed intra-euro (sul totale delle esportazioni) risulta pari o addirittura inferiore al livello registrato negli anni Ottanta.




Ancora più eloquente a tal riguardo è la figura 4, che mostra l’evoluzione delle reciproche esportazioni tra il 1973 e il 2012 degli undici paesi che hanno dato vita al mercato unico. Come si può vedere, la crescita delle esportazioni in seguito ai primi anni Novanta risulta nettamente inferiore rispetto alla linea di tendenza registrata nei vent’anni precedenti.



 

Questo già di per sé dovrebbe essere sufficiente a smentire l’idea che l’ingresso nel mercato unico abbia rappresentato un “enorme beneficio” per le nostre esportazioni (o per quelle degli altri paesi europei). Ma cerchiamo di capire il perché di questo fenomeno apparentemente contraddittorio. Le ragioni sono molteplici ma ce n’è una in particolare su cui mi voglio soffermare in questa sede. Ora, la logica liberista (o meglio liberoscambista) vuole che l’abbassamento delle barriere tariffarie stimoli automaticamente l’aumento degli scambi commerciali. Ma ignora completamente quale sia il vero motore del commercio internazionale: la domanda interna dei singoli paesi, per il semplice fatto che puoi abbassare le tariffe quanto vuoi ma se la gente non ha i soldi per acquistare i tuoi beni e servizi serve a ben poco.

Questo ci permette di comprendere perché, ad onta di un regime commerciale relativamente protezionistico (rispetto a oggi), il cosiddetto trentennio keynesiano fu caratterizzato da un forte aumento degli scambi internazionali, che crebbero a tassi che sarebbero rimasti ineguagliati anche negli anni della globalizzazione neoliberista e del libero scambio incondizionati. Questo apparente paradosso si spiega col fatto che all’epoca una moderata forma di protezionismo, se finalizzata allo sviluppo della crescita e della domanda all’interno dei singoli paesi, era considerata (a ragione) propedeutica allo sviluppo del commercio mondiale stesso.
 

Non a caso la Carta dell’Avana, l’intesa che nel 1948 istituiva l’Organizzazione internazionale per il commercio (ITO), sottolineava all’articolo 2 che il mantenimento della piena occupazione nei paesi membri era «una condizione necessaria per l’ottenimento del fine generale e degli obiettivi fissati nell’articolo 1, inclusa l’espansione del commercio internazionale, e quindi del benessere di tutte le altre nazioni».


Questo spiega anche perché il liberoscambismo caratteristico della stagione neoliberista – e alla base dell’architettura europea – non abbia stimolato il commercio intraeuropeo: non solo perché questo si è accompagnato – soprattutto in Europa – allo smantellamento degli strumenti atti al mantenimento della piena occupazione e della domanda interna, ma perché la stessa libertà dei fattori produttivi tende a determinare processi di concentrazione territoriale della produzione e dell’occupazione nei paesi con le economie di scala più elevate (come la Germania), a scapito dei paesi meno più deboli, e dunque a minare le basi stesse del commercio internazionale.


Questo dimostra, come dice Ashoka Mody, ex vicedirettore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale (FMI), che il commercio internazionale non richiede “mercati unici” né tantomeno monete uniche. Anzi, nota sempre Mody, tutti i principali studi sul tema non hanno trovato alcuna correlazione positiva tra integrazione monetaria e commercio internazionale, né alcuna prova che le fluttuazioni dei tassi di cambio e i relativi “costi di transazione” rappresentino un impedimento al commercio e/o all’integrazione produttiva.


C’è poi un altro punto: anche se l’appartenenza al mercato unico e all’eurozona avesse offerto uno stimolo alle esportazioni intraeuropee – non è così, come abbiamo visto – è ormai sempre più evidente come il modello neomercantilista a cui si ispira l’Unione europea – fondato sull’idea per cui l’obiettivo primario della politica economica debba consistere nella realizzazione di saldi attivi nella bilancia dei pagamenti nei confronti degli altri paesi, da ottenere tramite la massimizzazione delle esportazioni (attraverso la massimizzazione della competitività di prezzo dei beni dello Stato in questione) e la minimizzazione delle importazioni (attraverso la compressione della domanda interna) – sia non solo problematico dal punto di vista sociale, ma anche irrazionale dal punto di vista economico.


Persino “Il Sole 24 Ore” – l’organo ufficiale di Confindustria, cioè delle grandi industrie esportatrici italiane –, dopo aver adottato per anni una linea ultra-mercantilista, recentemente si è visto costretto ad ammettere che in un contesto di contrazione della domanda globale il modello “solo export” evidentemente non funziona: «Puntare sulla domanda esterna per uscire da una recessione è ragionevole in un mondo di economie aperte, ma fondare sull’export il modello di sviluppo è controproducente. In primis perché un avanzo delle partite correnti è un deficit di domanda interna, alla lunga foriero di tensioni sociali (per gli individui conta la possibilità di consumare, non di esportare).

Poi perché, a fronte di persistenti avanzi, qualcuno nel mondo deve avere persistenti disavanzi» – ed è dunque foriero di tensioni geopolitiche, come stiamo vedendo in questo anni –, e infine «perché espone maggiormente l’economia agli shocks esterni».


Questo è ciò che andiamo dicendo da anni: puntare su un modello di crescita trainata dalle esportazioni non rende i paesi più autonomi e più “forti” nei confronti del mercato mondiale, ma al contrario li rende dipendenti dalle scelte di politica economica degli altri paesi e dunque meno autonomi nella propria politica economica. Non è un caso che nelle economie periferiche l’adozione di un modello di sviluppo autocentrico e lo “sganciamento” dai paesi dominanti passa necessariamente per lo sviluppo del mercato interno: vedi la Cina.


La soluzione per l’Europa, secondo l’articolo in questione, non può che essere quella di «sostenere la domanda interna» tramite una politica fiscale più espansiva. È la medesima conclusione raggiunta, sempre sulle colonne del “Sole” anche da Marcello Minenna: «L’espansione economica export-led dell’eurozona ha terminato ampiamente il suo ciclo storico» – scrive Minenna –, per cui «la futura crescita dell’economia europea deve passare necessariamente dal mercato interno e da una ripresa degli investimenti in infrastrutture e beni capitali».


Peccato che tale soluzione sia del tutto irrealizzabile all’interno della cornice dell’eurozona. Il che ci porta all’ultimo punto: oggi le esportazioni rappresentano circa il 30 per cento del PIL; dunque, anche se l’appartenenza al mercato unico e all’eurozona avesse incrementato le nostre esportazioni – lo ripetiamo: non è così –, gli eventuali benefici derivanti dalle esportazioni sarebbero comunque stata poca cosa rispetto all’ecatombe che l’euro ha rappresentato per il mercato interno, da cui dipende, appunto, il 70 per cento dell’economia italiana.


Come ha evidenziato di recente il noto economista olandese Servaas Storm, infatti, nella misura in cui tra l’inizio e la metà degli anni Novanta, tutti i maggiori indicatori economici – produttività, produzione industriale, crescita pro capite ecc. – hanno cominciato a manifestare un costante declino e risultano sostanzialmente stagnanti da allora, con tutte le conseguenze economiche e sociali che ne sono derivate, questo è largamente imputabile alla radicale riconfigurazione del nostro assetto economico-istituzionale conseguente all’adesione dell’Italia alla sovrastruttura economica europea e alle varie (contro)riforme regressive ad essa associate: fissaggio del tasso di cambio (con conseguente stagnazione delle stesse esportazioni), deregolamentazione del mercato del lavoro, compressione dei salari, politiche fiscali restrittive e privatizzazione della grande industria pubblica.


Come scrive Storm, «il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno distrutto la domanda interna italiana, e la carenza di domanda, a sua volta, ha asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. L’operazione è stata un successo, ma purtroppo il paziente è morto».


Le conseguenze le conosciamo fin troppo bene: a partire dalla crisi finanziaria del 2007-09, il PIL italiano si è contratto del 6 per cento circa, retrocedendo ai livelli di oltre dieci anni fa, mentre il PIL pro capite è regredito addirittura al livello di vent’anni fa, cioè a prima che il paese entrasse nella moneta unica. Questo ha ovviamente accelerato il processo di deindustrializzazione dell’Italia: basti pensare che dall’inizio della crisi un quarto della nostra capacità industriale è andato distrutto e il 25 per cento delle imprese manifatturiere ha chiuso i battenti. Si tratta di un ridimensionamento di base produttiva senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della seconda guerra mondiale.


Ma Marattin vorrebbe farci credere che tutto questo non è un problema perché in cambio abbiamo guadagnato qualche punto di export. Si vede che parla con gli imprenditori sbagliati (o con quelli giusti a seconda dei punti di vista).


Sempre secondo il nostro, poi, l’Italia avrebbe ottenuto un altro beneficio enorme dall’euro: «Quando prima emettevamo debito pubblico in lire, con una moneta debole che aveva molte probabilità di svalutarsi, chi ci prestava i soldi chiedeva un tasso di interesse maggiore perché voleva essere compensato da questo rischio. Ecco perché pagavamo tassi di interesse così elevati quando ci indebitavamo, ad esempio negli anni Ottanta e poi negli anni Novanta. Quando abbiamo smesso di emettere debito pubblico in lire e abbiamo cominciato a emetterlo in euro, questo problema è stato risolto, perché emettevamo debito in una moneta forte, stabile, e quindi non bisognava più pagare tassi di interesse così elevati per compensare chi ci prestava i soldi dal rischio svalutazione. E infatti da quando è stato introdotto l’euro ad oggi abbiamo risparmiato centinaia di miliardi di euro grazie a questo effetto». Per questo motivo, dice Marattin, se uscissimo dall’euro «torneremmo a pagare tassi molto più alti».


Sul fatto che fuori dall’euro pagheremmo tassi più alti abbiamo già risposto nelle precedenti due puntate (https://www.facebook.com/thomasfazi/videos/2341908382568953/ e https://www.facebook.com/thomasfazi/posts/2351892221570569), quindi non vi tornerò su. Mi limiterò a soffermarmi sull’idea che prima
dell’euro pagavamo tassi più alti perché emettevamo debito nella nostra valuta. Le cose non stanno proprio così: basti pensare che nel corso degli anni Settanta – dunque in un periodo di fortissime tensione economiche e politiche – il rendimento reale medio dei titoli di Stato italiani era addirittura negativo, complice sia l’alto tasso di inflazione che l’intervento “calmierante” della Banca d’Italia sul mercato primario.


Grazie anche al fatto che in quegli anni l’economia italiana cresceva a ritmi piuttosto sostenuti, questo contribuì a mantenere basso il rapporto debito/PIL (senza considerare, come detto nella prima puntata, che una buona percentuale di quel debito poteva considerarsi “fittizio” in quanto detenuto dalla BdI), anche a fronte di disavanzi primari (cioè al netto della spesa per interessi) piuttosto significativi.


Se i tassi di interesse “esplosero” negli anni Ottanta fu unicamente una conseguenza del cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, che pose progressivamente fine alla parziale monetizzazione del deficit pubblico e al calmieramento dei tassi di interesse da parte della BdI, a sua volta una conseguenza della decisione dell’Italia di aderire al sistema di cambi semifissi dello SME (Sistema monetario europeo), antesignano dell’euro, in quanto il funzionamento dell’accordo di cambio presupponeva la riduzione del gap inflazionistico tra l’Italia e gli altri paesi (in particolare la Germania), per mezzo di una politica monetaria restrittiva imperniata sul brusco innalzamento dei tassi di interesse.


Come ci ricorda lo stesso Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro al tempo del divorzio, «la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale». Nulla a che vedere, dunque, col fatto che «avevamo una moneta debole»; anzi, semmai fu la conseguenza della scelta di adottare una moneta (o meglio un cambio) più “forte”, entrando nello SME, obiettivo a sua volta funzionale alla volontà delle élite dell’epoca di utilizzare la logica della “disinflazione competitiva” intrinseca allo SME per presentare la compressione dei salari e l’austerità fiscale come i soli mezzi attraverso i quali era possibile recuperare la competitività dei rispettivi paesi, come spiego approfonditamente nel mio libro “Sovranità o barbarie”.


Una nota di colore, infine, merita la toccante metafora impiegata da Marattin per spiegare che il problema dell’Italia è che non rispetta le regole: «Se si vive tutti insieme bisogna rispettare delle regole come quando uno va a vivere con qualcun altro. Le regole nell’area euro significa tenere in ordine i conti pubblici esattamente come si deve tenere in ordine casa se si vive nella stessa casa, perché adesso condividendo la stessa moneta è come se vivessimo tutti nella stessa casa».


Ne deduciamo che, secondo Marattin, l’Italia in questi anni non avrebbe tenuto in ordine i suoi conti pubblici. Peccato che, come scrive il succitato Storm, «l’Italia [sia] stata l’allievo modello della zona euro, impegnandosi nell’implementazione dell’austerità fiscale e delle riforme strutturali che rappresentano l’essenza delle regole macroeconomiche dell’UME con maggiore veemenza e solerzia di qualunque altro paese dell’eurozona, molto più di Francia e Germania» e che proprio questa sia una delle ragioni della ventennale stagnazione italiana.


Per mostrare quanto sia stata radicale «l’austerità fiscale permanente» perseguita dall’Italia negli ultimi decenni, Storm traccia un confronto tra Italia e Francia: tra il 1995 e il 2008, l’Italia ha registrato un avanzo di bilancio primario del 3 per cento circa in media, rispetto ad un deficit primario dello 0,1 per cento della Francia nello stesso periodo. In pratica, nel periodo in questione, «lo Stato francese ha fornito all’economia uno stimolo fiscale pari a 461 miliardi di euro, mentre lo Stato italiano ha drenato dall’economia 227 miliardi. Non oso immaginare che forma avrebbero assunto le proteste dei gilet gialli se la Francia avesse praticato un consolidamento fiscale pari a quello dell’Italia». Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.


Per oggi la nostra lezione finisce qui. In questa puntata abbiamo smontato diverse fake news di Marattin: sui presunti benefici apportati dal mercato unico e dall’euro al nostro export, sui tassi di interesse pre-euro e sulla presunta dissolutezza fiscale dell’Italia. Ma soprattutto, come in tutte le puntate, abbiamo imparato che in materia economica nessuno è più ignorante dei competenti.

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