Una notizia contro Assad data per certa, anche se invece certa non era

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Una notizia contro Assad data per certa, anche se invece certa non era

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Piccole Note

 
Tre giorni fa la notizia bomba rimbalza su tutti i media del mondo: Assad usa i forni crematori. A recare la ferale nuova è Stuart Jones, l’incaricato per il Medio Oriente per il Dipartimento di Stato americano.
 
Tra le tante accuse piovute sul capo del presidente siriano in questi anni di conflitto questa è forse la più infamante, perché riecheggia oscuri orrori del passato.
 
Una notizia bomba deflagrata nel giorno in cui, a Ginevra, i protagonisti della crisi siriana e i loro sponsor internazionali si erano dati convegno per dare concretezza a un processo di de-escalation del conflitto. Una proposta avanzata dalla Russia e che pare aver trovato convergenze nel campo opposto.
 
La notizia dei forni crematori di Assad sembrava destinata a far saltare il tavolo dei negoziati, come successo altre volte. Per fortuna non è andata così, ma certo non è passata indifferente.
 
Alla poca credibilità della notizia abbiamo accennato altrove (vedi Piccolenote), ma sembra doveroso aggiungere altre considerazioni.
 
Stuart Jones ha formulato le sue accuse in base a due diverse documentazioni. La prima è un report di Amnesty international del febbraio scorso, che denunciava presunti orrori riguardanti la prigione di Saydnaya.
 
Un report ampiamente controverso e criticato da diversi analisti. Tanto che non aveva suscitato alcun clamore mediatico quando era stato reso pubblico.
 
Non ci soffermiamo sul particolare perché di poca rilevanza, anche perché la denuncia di amnesty non accennava affatto a forni crematori.
 
L’esistenza di tali funeree strutture deriva, infatti, da un’altra documentazione esibita nel briefing holliwoodiano allestito dal Dipartimento di Stato americano.
 
Si tratta di foto satellitari del carcere di Saydnaya che mostrano un edificio adibito, in parte o tutto, a forno crematorio, come poi riportato dai media internazionali. In realtà il report del brifieng è più che interessante.
 
La denuncia di Jones, per quanto sgranata con certa sicumera, risulta alquanto confusa. Le immagini portate all’attenzione dei cronisti immortalano un edificio che presenta strutture che individuerebbero l’esistenza di un forno crematorio e immagini invernali  dove si vede il tetto innevato solo in parte, elemento che evidenzierebbe il calore del forno.
 
Spiegazione confusa, si è detto, tanto che a un certo punto un cronista chiede cosa rendesse così «sicuro» Jones circa l’esistenza del forno crematorio, dal momento le documentazione mostra solo un edificio e che su parte di esso «la neve è sciolta», cosa che dimostra «semplicemente che quella parte è più calda rispetto al resto dell’edificio».
 
Jones risponde spiegando che le foto mostrano l’esistenza di un impianto di ventilazione HVAC e di altre strutture che sarebbero «coerenti» con la probabile presenza di un forno crematorio. E poi c’è la foto invernale che mostra la neve sciolta su quella parte di tetto, ulteriore elemento per provare  l’esistenza di un «forno crematorio».
 
«O solo una parte più calda di un edificio, giusto?», la precisa domanda del cronista. Risposta di Jones: «Forse».
 
Già, «forse». Un forse che indica quanto fosse infondata l’accusa che è rimbalzata su tutti i media internazionali diventando atto di accusa inequivocabile e schiacciante contro Assad. Tanto che la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, che assisteva Jones nel briefing, chiama subito l’ultima domanda. Per evitare ulteriore imbarazzo.
 
Non è la prima volta che denunce contro il presidente siriano si rivelano infondate. Non si tratta solo di un deficit dell’informazione. Il problema è che il racconto di questa guerra da tempo prescinde dalla realtà dei fatti. Lo storytelling è già scritto, e prevede per Assad il ruolo del cattivo.
 
Una storia di cui è stato già scritto il finale, la destituzione e forse la morte di Assad. Una favola, nient’altro che questo, che però non finisce con il classico «e tutti vissero felici e contenti».
 
Perché l’alternativa ad Assad, come sa bene chi arma e sostiene i tagliagole che gli si oppongono, è la follia sanguinaria del fondamentalismo jihadista.
 
Ps. Il giorno dopo il briefing, la Reuters riporta Jones si potrebbe dimettere. Forse non regge la pressione.
 

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