Abbiamo l’esigenza di una nuova forma di liberalismo e deve essere inclusivo. Ma sarà possibile?

Abbiamo l’esigenza di una nuova forma di liberalismo e deve essere inclusivo. Ma sarà possibile?

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di Michele Blanco -L'Eguaglianza*

Nota critica a Norberto Dilmore, Michele Salvati, Liberalismo inclusivo. Un futuro possibile per il nostro angolo di mondo, Milano, Feltrinelli, 2021.

La globalizzazione liberista, il progresso scientifico, le enormi, e sempre più, crescenti diseguaglianze, la grande emergenza ambientale richiedono una nuova ed urgente risposta teorica e politica.

Per gli autori il liberalismo inclusivo è l’unico esito auspicabile e possibile del capitalismo, sistema che accettano ma che ritengono ingiusto e insostenibile per questo da riformare interamente.

Gli autori attaccano le tesi liberiste ritenendole falsamente scientifiche anche se sono state egemoni nella cultura occidentale degli ultimi decenni, interessante il loro esplicito riferimento alla teoria dell’egemonia culturale di Gramsci.

Ogni epoca produce discorsi e ideologie che non fanno altro che legittimare la disuguaglianza esistente e chi detiene il potere non fa altro che cercare di descriverla come una cosa naturale. Quindi le regole economiche, sociali e politiche che strutturano l’insieme delle società sono costruite dalle classi al potere per giustificare e implementare, quanto più possibile, i loro privilegi.

Piketty spiega che, il mercato e la concorrenza, profitti e salari, capitale e debito, lavoratori qualificati e non qualificati, lavoratori locali e stranieri, i paradisi fiscali e la competitività, non esistono in quanto tali esse sono costruzioni sociali e storiche che dipendono interamente dal sistema giuridico, fiscale, politico, educativo e sociale prescelto dalle classi al potere e dalle categorie di pensiero e giustificative che si decidono di adottare.

Da quando esiste l’agricoltura e non siamo più cacciatori-raccoglitori, ogni società umana non fa altro che giustificare le sue disuguaglianze: bisogna trovarne le ragioni, altrimenti l’intero edificio politico e sociale rischia inesorabilmente di crollare. Ogni epoca produce quindi discorsi e ideologie che non fanno altro che legittimare la disuguaglianza esistente e chi detiene il potere non fa altro che cercare di descriverla come una cosa naturale. Quindi le regole economiche, sociali e politiche che strutturano l’insieme delle società sono costruite dalle classi al potere per giustificare e implementare, quanto più possibile, i loro privilegi Il liberalismo inclusivo è caratterizzato da istituzioni che da un lato promuovono solo mercati liberi ed economie aperte, ma anche politiche sociali atte al raggiungimento della piena occupazione, la ricerca della stabilizzazione del ciclo economico, una distribuzione più equa dei redditi e delle ricchezze, un’adeguata protezione sociale per tutti i cittadini e, più di recente, azioni concrete volte ad affrontare le più recenti sfide globali come il cambiamento climatico e le pandemie.

Il fondamentalismo di mercato, che domina incontrastato l’attuale sistema economico, invece, pur consentendo alle istituzioni di un paese di perseguire su scala molto, veramente molto, ridotta alcuni di questi obiettivi (per esempio una protezione sociale limitata per i gruppi sociali più deboli), sostiene che spetta essenzialmente al mercato fornire una risposta, con il minimo possibile di interferenza da parte dello stato e dei corpi intermedi. Nella realtà, le economie avanzate hanno già conosciuto una forma di liberalismo inclusivo nel corso degli Anni gloriosi (1945-1975), il periodo del “compromesso socialdemocratico”, dove le politiche degli stati erano ispirate al benessere diffuso.

Periodi di fondamentalismo di mercato sono stati invece la Belle Epoque (1870-1914) e l’era neoliberista attuale (1980-2022). La possibilità di una nuova forma di liberalismo inclusivo discende dall’insostenibilità di quell’esperienza –il neoliberismo– che le democrazie liberali hanno vissuto tra l’inizio degli anni ’80 del secolo scorso e la crisi finanziaria del 2007-2008 e vivono tuttora. Come già avvenne nel periodo del compromesso socialdemocratico (dove, per esempio, i partiti democristiani o conservatori, in molti paesi europei, difesero gli interessi di gruppi sociali che non facevano parte del compromesso distributivo tra capitale e lavoro) o del periodo neoliberista (dove i partiti socialdemocratici cercarono di trovare soluzioni innovative alla flessibilizzazione del mercato del lavoro: si pensi per esempio alla flexicurity danese).

Il liberalismo inclusivo consente di identificare meglio nemici e avversari. I nemici sono coloro che negano la democrazia rappresentativa, la rule of law e i diritti fondamentali delle persone. Gli avversari sono coloro che credono sia possibile, con pochi aggiustamenti, continuare le politiche di non regolazione economica che si sono affermate durante il periodo del neoliberismo. La bella novità proposta dagli autori è che oggi l’avversario è il neoliberismo. Il nemico è l’etno-nazionalismo.

La differenza fra neoliberismo e socialdemocrazia è costituita dalla presenza dello Stato nell’economia: ed è proprio questo il terreno sul quale la costruzione teorica del neoliberismo sembra crollata, perché le crisi degli ultimi anni dovrebbero aver dimostrato l’incapacità del mercato di provvedere a sé stesso razionalmente.  Interessante la parte dedicata all’Italia, dove si pone l’interrogativo se, a seguito della grande svolta europea della Next Generation EU, l’Italia riuscirà ad essere parte trainante in un processo politico che porterà, si spera, un cambiamento sostanziale della situazione socioeconomica nazionale. Naturalmente visto il degrado della realtà italiana non sarà facile. Il libro è stato scritto da due economisti che pensano a una nuova fase di liberalismo che sia inclusivo per il maggior numero di persone possibili. Ma purtroppo il liberalismo inclusivo, questo è il suo limite, riguarda solo gli aspetti più generali di una nuova fase internazionale per i paesi economicamente avanzati retti da democrazie liberali e, si spera, non più liberiste.

La cosa importante della proposta degli autori è il contrasto con le strategie politico-economiche nazionali neoliberiste (che non rispettano l’inclusività sociale) o etno-nazionaliste (che non rispettano i principi di uno stato democratico di diritto). Essi prevedono per ogni singolo stato una grande varietà di strategie politiche iscrivibili nel vasto genere del liberalismo inclusivo; infatti, la scelta politica richiede altre informazioni e valutazioni relative a circostanze economiche, sociali e culturali proprie del momento storico di ogni paese. Nei prossimi anni ci saranno prove alle quali le democrazie liberali saranno chiamate. Questa forma di governo è fragile e tollera male tensioni estreme –dovute a guerre, epidemie, dissesti ambientali, scarsità di risorse essenziali.

È il frutto di un lunghissimo e drammatico processo storico iniziato in Europa quattro secoli fa e giunto a maturazione solo nel secondo dopoguerra: la democrazia liberale non ha fondamenta culturali in altre parti del mondo e, si è visto, non è assolutamente esportabile. Date queste premesse, malgrado viviamo in un mondo globalizzato e inter-connesso, secondo gli autori sarà difficile un liberismo inclusivo che possa riguardare realmente tutti i popoli del mondo. Quindi l’idea di una libertà economica inclusiva, che persegua i necessari obiettivi di benessere sociale sembra indirizzata, limitatamente, alle potenziali classi dirigenti del «nostro angolo di mondo» che corrisponde solo ai cosiddetti paesi occidentali. Sinceramente non sono d’accordo perché di fronte alle sfide che ci attendono, il mondo intero ha bisogno di libertà, uguaglianza e partecipazione di tutti gli esseri umani.

Interessante ma limitata solo al mondo occidentale la loro «difesa della democrazia rappresentativa liberale in un contesto di mercato», sulla «libertà economica intesa come garanzia della proprietà privata e della libertà d’impresa», sulla crescita economica come prerequisito di ogni riforma sociale, sul ruolo dello stato nell’economia «diverso e meno diretto di quello esercitato nel periodo del compromesso socialdemocratico» e, ultimo, sul realismo necessario a elaborare strategie politiche nazionali e internazionali cooperative, non demagogiche che abbiano qualche speranza di successo; la loro insistenza su questi temi, dicevo, può essere senz’altro bene accolta anche da chi simpatizza per culture politiche liberali non di sinistra. Mi sembra di vedere una risposta contrapposta alle tesi del socialismo partecipativo di Piketty. Infatti, esplicitamente le criticano «le cui chance di successo sono quasi inesistenti».

Invece non il liberalismo ma una forma di socialismo democratico negli anni Trenta con il New Deal rooseveltiano e l’esperienza di governo delle socialdemocrazie scandinave mostrarono la validità del paradigma teorico keynesiano, ponendo così le basi per il successo di quello che gli autori chiamano “il compromesso socialdemocratico” degli anni del secondo dopoguerra.

*Questo articolo è stato pubblicato su https://www.eguaglianza.it/

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