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Alcune riflessioni sul risultato elettorale del Movimento Cinque Stelle

 

Solo una parte minima degli ex elettori del M5S ha scelto il Pd. Il 41% si è astenuto, mentre il 14% ha votato Lega



di Omar Minniti
 

Secondo l’analisi Ipsos sul travaso di voti ai partiti tra le politiche 2018 e le europee, solo il 3% degli elettori delusi del Movimento Cinque Stelle ha votato il Pd di Zingaretti. Pochissime briciole, zero virgola qualcosa, sono andate a La Sinistra, Verdi e +Europa. Netta è stata, invece, la percentuale di chi si è astenuto: il 41%. Gli ex M5S a votare Lega sono stati il 14%.


Interessanti anche i dati forniti dall’istituto Swg sul “voto di classe”. Il M5S perde il 17% dei voti degli italiani più poveri, mentre la Lega ne guadagna il 18%. Solo tra gli operai, la Lega ottiene un clamoroso più 29%, mentre i Cinque Stelle perdono il 20%.


Scrivo alcune considerazioni su questo. I numeri dicono chiaramente che il M5S non è franato a sinistra. Al suo interno c’è sempre stata una componente “sinistrata”, piagnona e migrantista – il cui massimo esponente è il presidente della Camera Fico – ma quelli che realmente sono andati a votare Pd, perché delusi dall'alleanza forzata con Salvini e spinti dall’ “antifascismo militante”, sono stati davvero pochi. Un numero fisiologico. Al contrario, molti, moltissimi, dei sui elettori si sono mossi nella direzione opposta, scegliendo la Lega. Probabilmente reputandola più determinata e credibile su certi temi ritenuti scottanti, soprattutto sicurezza e l’immigrazione.


Il grosso dei delusi ha scelto di non recarsi alle urne o di votare scheda bianca o nulla. Qui dentro c’è di tutto. Tanta rabbia per la svolta da movimento di lotta, antisistema ed anticasta, a forza di governo. Insofferenza nei confronti della deriva moderata su battaglie come il no all’euro, all’Ue, alla Nato, e poi i vaccini, i tentennamenti sulla Tav ed altre questioni ambientali, ecc, Ma gran parte degli italiani che non ha rinnovato il voto al M5S lo ha fatto, in primo luogo, perché non ha percepito vantaggi sociali immediati sulle proprie condizioni di vita e di lavoro dall'azione “grillina” nel governo Conte. Mettici il Reddito di cittadinanza partito male e tardi, altre misure utili ma non enfatizzate bene, i compromessi al ribasso con la Lega, certe iniziative portate avanti dal M5S e poi usurpate da Salvini, che ha oscurato il movimento con le sue innegabili capacità di bucare gli strumenti tradizionali e non della comunicazione di massa.


I Cinque Stelle, insomma, hanno perso una bella fetta di voti delle classi popolari sul terreno della sicurezza, dell’immigrazione, delle politiche sociali, della critica radicale all’Unione Europea. Mi sembra però che questo non sia abbastanza palese a chi sta elaborando, nella leadership del movimento, le analisi del risultato elettorale. Pare che la tendenza maggioritaria sia quella di sostenere che … “la svolta degli ultimi mesi è cominciata troppo tardi” e che “bisogna continuare con più determinazione su questa strada”.


Le doverose critiche interne a Di Maio sono arrivate. Domani sulla piattaforma Rousseau gli attivisti decideranno se riconfermargli o meno la fiducia come capo politico. Ma, tra chi lo critica, c’è chi offre una soluzione peggiore del male che vorrebbe contrastare. Sostiene come alternativa a Di Maio il “sinistro” Fico. In sostanza si propone, pur non affrontando per ora la rottura del patto di governo con la Lega, di trasformare il M5S in qualcosa di più “friendly”, più fucsia o rosé, pronta a dialogare con il Pd e ad occupare l’area culturale, ormai ridotta ad un deserto, di quella che un tempo fu la “sinistra radicale e/o alternativa”, oggi buonanima: porti aperti, diritti civili, ong, Riace patrimonio dell’umanità, ecc. Se qualcuno vuole davvero completare il suicidio, questa è la soluzione ideale per una morte rapida ed indolore. Il Pd già esiste ed è uscito ringalluzzito dalle europee. Zingaretti per ora “tira”. Non c’è bisogno di brutte copie. E gli ultimi sopravvissuti a tutte le disfatte del Prc, dalla Sinistra Arcobaleno in poi, o daranno vita a nuove liste autoreferenziali dell’1%, oppure, in ordine sparso, alla chetichella, fiancheggeranno il Pd in nome dell’ “unità della sinistra contro i nuovi fascisti”. Chi, proveniente da quell’area, voleva votare in maniera critica il M5S, in quanto “meno peggio”, già l’ha fatto, come il sottoscritto e tanti altri. Chi, invece, resta…reputa il M5S, nella scala del “fascistometro” murgiano, solo “un tantino meno nazista” della Lega. Tempo perso. Inoltre, dovrebbe fare scuola l’esempio di Podemos in Spagna, che, dopo aver tentato un esperimento analogo, ha subito un’inarrestabile emorragia di consensi.


L’unica via d’uscita per il M5S è tornare ad essere percepito tra i lavoratori, i precari, i disoccupati, i pensionati, come una forza antisistema, anti-Ue e sovranista sociale, capace di infiammare i cuori, come fece il movimento delle origini. E prepararsi a fare opposizione dura al nuovo bipolarismo Lega-Berlusconi-Meloni / Pd. Perché, dopo aver fatto valere i nuovi rapporti di forza nel governo Conte, sarà Salvini a staccare la spina ed a chiamare a nuove elezioni.


Però un mero ritorno al passato non basta. La forma liquida e virtuale del M5S non funziona più. Non bastano i blog, la rete, i meetup e le piattaforme di voto online. Stavolta la Lega e il Pd lo hanno battuto, oltre che sul piano mediatico,  puntando sul radicamento territoriale e la presenza di strutture stabili,  fisicamente visibili, organizzate, dai quartieri delle grandi città fino ai più piccoli paesi. Certo, avere dei circoli, delle sezioni, delle federazioni provinciali, dei comitati regionali, dirigenti eletti nel corso di veri congressi, significa meno democrazia diretta e più verticalismo. Meno dibattito a ruota libera e più disciplina. Ma anche più coinvolgimento della base nella catena decisionale. Sarà pronto il M5S a mettere in discussione se stesso e accettare nuove sfide? 

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