America Latina in piazza per il 1° Maggio

America Latina in piazza per il 1° Maggio

Proponiamo una sintesi della rubrica Brecce, che si ascolta su Radio Quarantena

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Un primo maggio di lotta, oggi, in diverse parti dell’America Latina, dove il vento del cambiamento non è ancora arrivato, ma sta soffiando forte.

Un 1° Maggio che è anche la giornata delle lavoratrici, particolarmente esposte in questo capitolo pandemico della crisi sistemica del capitalismo nei paesi che non rendono conto al popolo, ma agli industriali e alle istituzioni internazionali. Non è, infatti, la stessa cosa essere un lavoratore o una lavoratrice di un paese capitalista come la Colombia, o essere venezuelano, boliviano o cubano.

Nel primo caso, significa essere esposti al rischio della pandemia e a quello della perdita del lavoro, oppure al ricatto di dover lavorare in condizioni sempre più precarie e insicure, anche quando ancora sussistono leggi di tutela, come da noi. Secondo i dati della Banca Mondiale, diversi dei settori più esposti alla crisi pandemica, a cominciare dalla sanità, sono a maggioranza femminili. Secondo l’OMS, le donne costituiscono il 70% dei lavoratori del settore sociale e della salute. Inoltre, di solito hanno i contratti meno garantiti, sono quindi più a rischio disoccupazione (il 44% in più delle probabilità di perdere il posto di lavoro).  Un fenomeno che le grandi istituzioni internazionali chiamano “shecession”, parola inglese composta da “she” (lei) e “reccesion”, per indicare una recessione che colpisce molto di più le donne che gli uomini.

I dati dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro (Oil) dicono che il numero delle ore lavorate a livello globale, nel 2020, è sceso dell’8,8% rispetto al 2019. Una perdita pari a circa 250 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, 12 miliardi di ore a settimana perse. Risulta che le perdite occupazionali sono state maggiori per le donne rispetto agli uomini, e per i giovani lavoratori rispetto ai lavoratori più anziani.

Negli Stati Uniti, benché costituiscano meno della metà della forza lavoro, le donne – in primo luogo le nere e le ispaniche - hanno perso il 55% degli impieghi. In Gran Bretagna, le madri hanno una probabilità superiore di una volta e mezza di perdere il lavoro che gli uomini. La crisi pandemica è anche crisi di genere, e sta determinando un ritorno indietro nella libertà delle donne, essendo questa principalmente determinata dall’autonomia economica.

Le cifre dicono che il continente più colpito è stato l’Asia, ma al secondo posto vi sono America Latina e Caraibi, seguite dall’Europa, dall’Africa, dagli Stati Uniti e dall’Oceania. Rispetto al 2019, il continente latinoamericano e caraibico è quello che è andato peggio, perché ha fatto registrare una perdita di oltre il 15% rispetto all’anno precedente. In Colombia, dove il coronavirus sta facendo strage e il governo Duque risponde con le pallottole e con la galera alle manifestazioni di protesta in corso, i lavoratori del settore petrolifero hanno denunciato centinaia di licenziamenti abusivi fin dalle prime settimane di quarantena: nelle raffinerie di Barrancabermeja, di Cartagena e in alcuni campi petroliferi nel Magdalena Medio e nel sud del paese.

In Ecuador, dove governa il banchiere Lasso che ha già chiesto l’adesione all’Accordo del Pacifico, già nel 2020 erano state licenziate oltre 289.000 persone nonostante la pandemia. Una cifra considerata molto al ribasso per via dell’alto numero di lavoratori informali, in maggioranza femminili. In America Latina e nei Caraibi i disoccupati sono stati quasi 5 milioni. E, anche nel post-pandemia si prevede la perdita di 100 milioni di posti di lavoro, soprattutto quelli a più basso reddito.

Va, dunque, interpretata anche come una gigantesca operazione di contenimento, oltreché di maquillage, il presunto New Deal di Biden, che punta a una nuova fase di accumulazione capitalistica, cooptando i settori popolari in una rinnovata adesione alla filosofia dell’impresa, quando è chiaro che il difetto sta, come si dice, nel manico. Al di là della retorica, infatti, questa nuova operazione avrà come motore l’economia di guerra (nelle vecchie o nuove forme rivolte principalmente al sud del mondo), e il riadeguamento del consenso alla società disciplinare. Vi sarà un nuovo pompaggio alla finanziarizzazione dell’economia e un’ulteriore concentrazione monopolistica a scapito dei piccoli, attraverso la quale riprendersi le briciole che, con l’annunciata tassazione delle grandi fortune, si pensa di ricavare.

Nella globalizzazione capitalista, dove il costo del lavoro si determina asimmetricamente a livello internazionale, infatti, i piani del Pentagono prevedono il controllo imperialistico delle economie dei paesi vassalli: attraverso le grandi istituzioni internazionali e attraverso l’intreccio economico-finanziario che ha sovente al centro gli interessi del complesso militare-industriale, da dispiegare in quelle aree dove più è facile impiantare fabbriche ad alto sfruttamento del lavoro vivo, e dove esistono zone economiche speciali senza controllo, come in Colombia o in Honduras.

Tuttavia, è da notare che, anche in questo campo, i paesi vassalli seguono la via degli Usa solo quando si tratta di applicare le ricette belliche o di mettere alla corda i settori popolari, ma non quando si tratta, come da noi, di mettere in pratica qualcosa che ripristini, almeno in parte, tutte le garanzie che hanno tolto ai lavoratori, prima di tutto attraverso il plusvalore ottenuto in questi anni da parte delle imprese e il furto su vasta scala dei grandi evasori.

Un esempio eclatante è la riforma tributaria proposta dal governo Duque in Colombia che, nuovamente, ruba ai poveri per dare ai ricchi, facendo finta di voler riequilibrare la finanza pubblica, da cui, comunque, le classi popolari non riceveranno un ritorno in termini di servizi pubblici. Invece di eliminare le esenzioni che hanno consentito al settore finanziario di pagare, nel 2020, solo l’1,9% del guadagno realizzato, pari a 32.000 milioni di dollari, aumentano l’Iva ai poveri e ai settori medio-bassi.

Una decisione che ha messo in moto uno sciopero generale, ancora in corso, che ha connotati politici contro il sistema colombiano, lunga mano degli Stati uniti nella regione, il quale conduce una doppia battaglia: all’interno, contro i settori popolari e l’opposizione di classe, all’esterno contro i governi socialisti e progressisti della regione. Un’enclave, quella colombiana, che è anche un pezzo della Nato. Il governo Duque è stato un aperto sostenitore di Trump, tuttavia, quale che sia il colore, come avviene in Italia, deve andare a rimorchio delle decisioni del padrone nordamericano. Tanto, qualunque sia il colore del governo Usa, la politica estera, nella sostanza, non cambia, soprattutto verso l’America Latina.

 La Colombia, che segue le ricette del Fondo monetario internazionale e i relativi condizionamenti sul debito, è il paese più disuguale dell’America latina, il settimo a livello mondiale. In questo momento, registra una media di 500 morti al giorno per la pandemia. Cifre che mostrano la disastrosa gestione di Duque alla guida di un narco-stato all’ombra di Uribe. E per questo, la richiesta principale dei manifestanti è quella di “Duque vattene”.

Anche in Cile, le proteste contro il governo neoliberista di Sebastian Pinera, questa volta hanno avuto come innesco questioni tributarie relative ai fondi pensione, ma ora lo sciopero generale, duramente represso dal governo come di consueto, si è trasformato in sciopero generale sanitario in occasione del 1° maggio: al grido di “Pane, salute e dignità”.

In Perù, il 1° maggio continua la campagna elettorale del dirigente sindacale dei maestri, Pedro Castillo, assediato dai poteri forti per impedire che vinca il secondo turno delle elezioni contro la destra di Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore peruviano: che ne propone le stesse ricette attualizzate secondo le indicazioni del campo internazionale conservatore a cui aderisce. Castillo ha denunciato anche minacce concrete di attentati contro di lui nella capitale.

Il principale argomento dei media di regime, che agiscono anche in Perù in base alle veline di polizia globale dell’imperialismo, batte su due tasti: la chiusura verso un’amnistia per la guerra di classe che si è svolta negli anni 80, e il cosiddetto “castro-madurismo” da cui Castillo dovrebbe prendere le distanze. Uno schema, come si vede, che agisce sia nel nord che nel sud del mondo, in Italia come in America Latina.

Ma, intanto, l’Europa dei banchieri e della Nato, mostra di che pasta sia fatta la sua “democrazia”: ergendosi a difesa della golpista colombiana Janine Añez, in carcere in attesa di giudizio, e continuando a sostenere il furto sistematico e conclamato delle risorse pubbliche venezuelane della banda di Juan Guaidó. E un’operazione congiunta del governo italiano e di quello francese ha riportato in carcere un manipolo di rifugiati italiani a seguito del conflitto sociale degli anni ’70. Persone ormai anziane, che vivevano lì apertamente da tanti anni in base alla cosiddetta Dottrina Mitterrand che ha riconosciuto tutte le storture dei processi politici che hanno portato in carcere per quella stagione oltre 5.000 comunisti.

Ma quell’emergenza infinita, che pesa come una cappa quella sì di piombo, sui nuovi movimenti, perché mantiene intatto il suo apparato di deterrenza politica e simbolica, è tornata a farsi sentire: sapendo che, con tutto il dolore che semina nel mondo questo sistema capitalista disuguale e violento, la cassetta degli attrezzi del Novecento, può ancora fornire più di uno strumento per capire e per agire.

Nonostante la pandemia, anche a Cuba e in Venezuela si celebra il 1° Maggio e in un modo certamente non rituale.

Per proteggere i posti di lavoro, il governo bolivariano ha prorogato il decreto di inamovibilità lavorativa, promulgato il 31 dicembre del 2021 fino al 2022, e già ampiamente contemplato nella Ley Orgánica del Trabajo, los Trabajadores y las Trabajadoras (LOTTT). E per i lavoratori stagionali o precari sono state previste coperture sociali e aiuti. Agli inizi di aprile, il governo ha inoltre stabilito lo sgravio fiscale per le micro e le piccole imprese, in gran numero femminili, nonché una diminuzione del 25% delle tariffe dell’acqua e dell’elettricità, già bassissime, e il rinnovo dei sussidi ai lavoratori dell’impresa privata e a quelli che lavorano per proprio conto.

 Lo scorso 1° maggio, il presidente Maduro ha parlato ai lavoratori e alle lavoratrici, perno della rivoluzione bolivariana e della ripresa produttiva come via maestra per contrastare il blocco economico-finanziario imposto dall’imperialismo e recuperare il potere d’acquisto dei salari. Dall’inizio della quarantena, oltre un milione e 700.000 lavoratori e lavoratrici nei settori prioritari stanno producendo a pieno ritmo.

Nell’ambito dell’attività parlamentare, intanto, le lavoratrici hanno partecipato a un incontro di consultazione settoriale sulla seconda Riforma della Legge Organica sul Diritto delle Donne a una Vita Libera dalla Violenza. E se, anche quest’anno, per via delle misure di biosicurezza, in Venezuela non vedremo dispiegarsi al massimo la tradizionale marea di camicie rosse, con le lavoratrici sempre in prima fila, di certo queste lo celebreranno nell’organizzazione dei CPT, i Consigli Produttivi delle lavoratrici e dei lavoratori, che condensano l’eredità del movimento operaio novecentesco e le lotte del presente.

Contenuti che confluiscono nei vari capitoli del Congresso Bicentenario dei Popoli del mondo, che ha un altro appuntamento il 3 di maggio alle 20 italiane: in vista dell’appuntamento finale a giugno per festeggiare i 200 anni dall’indipendenza del Venezuela e per proporre un’agenda comune di lotta anche alle lavoratrici e ai lavoratori dei paesi imperialisti. Un Congresso dedicato al ministro dell’Educazione Aristobulo Isturiz, recentemente scomparso per problemi cardiaci: “el negro Aristobulo”, che la comunità afro-venezuelana ha celebrato in una commovente cerimonia nazionale. Se volete sapere chi fosse e cosa pensasse dell’educazione pubblica, e cosa stia facendo il socialismo bolivariano, trovate una sua lunga intervista su l’AntiDiplomatico.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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