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Antimperialismo e l'esistenza dello Stato-Nazione

 

di Giusi Greta di Cristina*

Il 30 agosto ho partecipato al dibattito organizzato dal Partito Comunista - Piemonte. Nel ringraziare ancora una volta gli organizzatori per la gentilezza e la stima, allego il mio intervento, che oggi è stato pubblicato nella loro pagina.
 

«Care compagne, cari compagni,

vorrei intanto ringraziare il Partito Comunista per avermi voluta presente all’interno di un dibattito così difficile e pregnante, dati i tempi in cui ci è toccato di vivere.

Ringrazio, in particolare, la Segreteria Regionale, per la simpatia e la fiducia ripostami e la gentilezza dimostratami in questi pochissimi mesi di interlocuzione.

Permettetemi, prima di cominciare con l’analisi, di dedicare questa serata e questo dibattito ad un uomo, un giornalista vero che non si è mai piegato, un uomo che attraverso il suo lavoro ci ha svelati i retroscena del cosiddetto deep state, quello che non emerge in superficie ma che, meglio e più di quanto vediamo, influisce e influenza le nostre vite. Un uomo la cui esistenza rappresenta il destino di chiunque osi combattere l’imperialismo. Questo uomo è Julian Assange.

Il titolo che si è dato a questo dibattito è: la CRISI del sistema politico internazionale, tra SOVRANITÀ NAZIONALI negate e nuovi equilibri di POTENZA. Prima di metter mano alla mia personale analisi ho fatto un giro sul web digitando proprio il primo passaggio, per verificare quali fossero le percezioni attorno all’affermazione che vi sia una crisi del sistema politico internazionale. Ebbene, senza neppure cosi tanta sorpresa, per il mondo globalizzato e liberista del 2019 siamo dinnanzi a una crisi del sistema politico internazionale sostanzialmente per due ragioni: 1. Gli Usa si trovano in difficoltà e non riescono più ad imporre il monopolarismo sorto dalla dissoluzione dell’URSS; 2. Gli enti internazionali – o sovranazionali – voluti dagli Usa (ONU in primis) non sono riusciti nell’intento di sostituirsi alle sovranità nazionali.

Possiamo accogliere queste affermazioni?

Nel 1992, una volta ammainata la bandiera sul Cremlino, si disse che la storia si era conclusa: il capitalismo aveva vinto e avrebbe rappresentato, di lì in poi, l’unica via che avrebbe condotto l’umanità a un solido benessere, ove sperequazioni e disparità sarebbe state spazzate via da una ricchezza che, per magia, avrebbe equamente toccato ogni cittadino del mondo.

I cittadini dell’ex blocco sovietico, quelli dell’ex DDR, quelli dell’ex Jugoslavia si sarebbero accorti molto presto quanto bugiarda fosse questa “narrazione”, come si suol dire ai nostri tempi. “È colpa della povertà lasciata dal comunismo”, gridavano dai pulpiti tutti insieme, democristiani e destrorsi, ex comunisti e nuovi arrivati della politica. E in Italia il coro fu identico: a parte chi rimase fedele alla linea, le fila di chi ripudiò o di chi trovò nel socialismo reale la causa di ogni male si allargarono sempre di più.

Da quel momento si stabilì un monopolarismo, ideologico ed economico, che è quello statunitense. Almeno così fu per quella parte del mondo colonizzato, in vari modi, dagli Usa, Europa compresa. 

Sempre in questo progetto si colloca il disegno dell’UE, sempre più entità sovranazionale e sempre meno organizzazione internazionale che protegge gli Stati membri.

Ma torniamo alla prima domanda: il sistema internazionale è in crisi? Sì, se considera il mondo sotto l’egemonia Usa non si può non affermare che negli ultimi anni si è assistito all’emergere di altre potenze che detengono la possibilità di combattere, frenare, arrestare questa egemonia.

C’è un modo più corretto di chiamare questa egemonia, ed è imperialismo. Quello degli Usa rispetto alle nazioni del mondo è stato SEMPRE un attacco imperialista: laddove non applicato con metodi bellici – attuati o minacciati – lo si è applicato attraverso la costruzione di basi NATO (urge ricordare che in Italia ve ne sono installate 130, tutte pagate dallo Stato italiano), o subdolamente attraverso l’assoggettamento economico. Parliamo, in quest’ultimo caso, di FMI e di BM che attraverso un sistema di prestiti e debiti ha creato una fitta rete di prestatori e indebitati che finiscono per diventare terra di mercato. E tutto questo viene protetto proprio dalla natura degli enti citati, dato che il potere al loro interno viene deciso dalle quote degli Stati membri ( l’azionista con più quote è Washington, ça va sans dire ). Una holding, insomma, niente di più, niente di meno. Una holding che in certi casi, come accaduto in Argentina, ha più volte interferito con le legittime decisioni degli elettori.
Se il sistema internazionale è in crisi, come si pone la critica e l’azione marxista dinnanzi a tale crisi, per ricavarne il massimo possibile degli effetti?

A questa domanda rispondo riprendendo il terzo dei passaggi del titolo, ovvero i NUOVI EQUILIBRI DI POTENZA. Sono infatti i nuovi attori dello scenario politico internazionale a dar vita ai nuovi equilibri economici, e quindi politici, del globo. 

Se il bipolarismo è morto con la fine dell’URSS e il monopolarismo è morto con l’assopirsi dell’egemonia statunitense, non si può non affermare che in questo momento siamo in una fase ormai di espansione di nuove potenze, che sono appunto più di una e con volti e metodiche di influenza molto diversificate tra loro.

Va da sé, dunque, affermare che siamo in una fase storica di MULTIPOLARISMO.


Affermarlo non significa idolatrare una condizione, prenderne automaticamente e ciecamente le parti, quanto scientemente comprenderne le dinamiche.


Vi sono stati vari tentativi di risposta alternativa al predominio liberista degli Usa: in America Latina, per esempio, sotto la spinta dei cosiddetti governi progressisti, è nata l’ALBA, in contrapposizione all’ALCA voluta dagli Stati Uniti, l’UNASUR, e il MERCOSUR, che sta subendo purtroppo numerosi cambiamenti da quando a quei governi progressisti si sono avvicendati governi vicini a quello di Washington. Si può continuare, portando ad esempio Stati come la Corea del Nord che riesce a resistere ai tentativi di attacchi a stelle e strisce dotandosi di un arsenale nucleare.

O Stati come la Siria di Assad, che era stato scelto come terreno di scontro per un blitzkrieg, una guerra lampo, in cui attraverso il cielo e la terra Usa e Israele avrebbe guadagnato il territorio siriano e ucciso – come con Mu’ammar Al Gheddafi – il legittimo e laico sovrano, Assad. Cosi non è stato, come sappiamo dalle notizie che ci arrivano…e anche dai silenzi dei nostri mezzi di comunicazione, che non parlano più di Siria.

Di vero e proprio polo si può parlare nel caso dei BRICS, ovvero dell’unione economica di Paesi profondamente differenti fra loro, per scelte governative, per politica monetaria, per il passato di ognuno di essi.

I BRICS hanno rappresentato negli ultimi anni un argine, una alternativa vera alle decisioni unilaterali imposte dagli Usa e all’influenza internazionale praticamente attuata senza concorrenti. Spesso, e non è certamente da sottovalutare, alcuni Paesi membri dei BRICS hanno svolto una funzione di ponte di passaggio fra vecchie e nuove alleanze (l’esempio del ruolo giocato dal Brasile di Lula in questo senso è emblematico, perché l’America Latina ha conosciuto per la prima volta la possibilità di discostarsi dall’imperialismo statunitense nel subcontinente e implementare nuovi percorsi economici e di alleanze politiche prima impensabili in quello che erano considerato il “giardino di casa” degli U.S.A.).

Va da sé che considero assolutamente errato un giudizio che taccia come imperialista l’esperienza dei BRICS, che in alcun caso si è comportato come gli USA: ne abbiamo la prova dal fatto che con l’insediamento al governo brasiliano di Jair Messias Bolsonaro non solo i rapporti all’interno del gruppo si sono sempre più allentati, ma il governo Bolsonaro – e prima quello Temer - ha messo in campo ogni misura per rendere invisa la presenza del Brasile all’interno dei BRICS e favorirne così la fuoriuscita (atteggiamento che, tra l’altro, è identico nel gruppo del MERCOSUR, che ha cambiato aspetto con la cacciata del Venezuela).

È vero che due degli Stati facenti parte dei BRICS sono a loro volta emersi come competitors degli Stati Uniti: ovviamente parliamo di Cina e Russia, due nazioni estremamente differenti fra loro per varie ragioni che si sono interposte ai piani sia economici sia politici di egemonia degli Usa. Francamente è difficile da immaginare cosa sarebbe stato della Siria senza l’intervento di Russia e Cina, così come in Venezuela. Nessuna Dottrina Monroe, nessun Manifest Destiny, insomma, né creazioni di gruppi terroristici poi sfuggiti al controllo.

Anche in questi casi, reputo un errore – se non altro strategico – considerare Russia e Cina alla stregua degli Stati Uniti, sebbene sia altresì da considerare sbagliato, a parer mio, un cieco asservimento teorico far dipendere la propria analisi di politica estera dalle decisioni di questi due Stati.

Lo scenario che abbiamo tracciato finora ha fatto emergere fra le righe un elemento di estrema importanza che, giustamente, i compagni hanno ben pensato di nominare già nel titolo di questo dibattito: LA SOVRANITÀ NAZIONALE.

Come si delineava all’inizio, le entità internazionali si sono via via trasformate in entità sovranazionali, che hanno eroso e stanno erodendo le sovranità nazionali. In Europa questo compito è assurto dall’UE, che sempre più chiaramente ha chiesto in maniera più o meno minacciosa ai vari Stati membri di cedere sovranità nazionale in cambio di “sicurezza”, di “stabilità”. Governi sempre più europeisti vengono benedetti dall’alto ed altri, colpevoli di manifestare perplessità, vengono taciuti e assoggettati. Attraverso un procedimento di normative che ben poco rispetto hanno della struttura e della situazione reale di ogni singolo Paese, sono state promosse pratiche abominevoli, come l’introduzione del Fiscal Compact e l’obbligo del pareggio di bilancio, reso attivo dal primo gennaio del 2013. Intanto però, i figli di questa Europa non sono tutti uguali: ci avvisano che c’è un’altra nuova, gravissima recessione alle porte e la Germania, Paese guida di questa Europa, che rischia il default decide d’emblée di annullare dal proprio ordinamento il pareggio di bilancio…ma gli altri Stati non potranno farlo, perché, dicono gli economisti europeisti, la Germania ha risparmiato, l’Italia no.

Non mi soffermerò ulteriormente su quello che sta accadendo in Italia, ma credo sia lecito temere che la “cura Grecia” potrebbe riguardare anche il nostro Paese in un futuro non troppo lontano.

La sovranità nazionale, un tempo mai messa in discussione, è divenuto terreno di becero scontro, tra chi facendo il verso a Salvini parla di sovranismo e chi, dall’altro lato, temendo di essere avvicinato a Salvini, non ha neppure il coraggio di usare il termine Patria.

Contrariamente a chi afferma che solo la cessione di sovranità nazionale ci assicurerà un futuro felice – sulla base di un ottimismo figlio della fiducia cieca nei confronti del capitalismo -, noi affermiamo che non solo non si è esaurita la funzione dello Stato-Nazione, ma che essa è prerequisito fondamentale per l’esercizio pieno della sovranità popolare e dell’internazionalismo.

Risulta pertanto una contraddizione in termini parlare di ANTIMPERIALISMO non presupponendo l’esistenza dello Stato-Nazione.

Nel grosso fraintendimento attuale, chi si definisce di sinistra – e ancora peggio, chi si definisce comunista – commette errori assolutamente imperdonabili nella valutazione della teoria e prassi da mettere in campo allo stato attuale. In Italia, ad esempio, possiamo citare fra questi l’uso astorico e acritico del termine rossobruno, partiti liberali e liberisti che si spacciano per sinistra, una sinistra tutta dedita ai diritti civili e dimentica dei diritti sociali, servilismo politico venduto per “costituzionalismo”.

Diceva qualcuno che grande è la confusione sotto il cielo. Ma non saprei affermare se la situazione sia eccellente.»

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