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Che cos'è veramente il Recovery Fund e perché l'Italia esce sconfitta dal Consiglio europeo

 


Di Thomas Fazi - La Fionda


Si sarebbe tentati di dire che anche questa volta la montagna europea ha partorito un topolino. Ma stavolta non c’è traccia neanche del topolino, se non nella mente allucinata del presidente Conte e di qualche soldatino pentastellato. Sostanzialmente, il Consiglio europeo di ieri si è limitato a confermare le misure già decise all’Eurogruppo di due settimane fa. In breve, sono stati definitivamente archiviati gli eurobond (o coronabond che dir si voglia) e ogni forma di mutualizzazione del debito (come avevamo ampiamente previsto), con buona pace di Conte, mentre rimane sul tavolo il cosiddetto Recovery Fund, cioè un fondo che dovrebbe teoricamente sostenere la ripresa economica degli Stati europei. Nello specifico, però, si sa poco o nulla di come funzionerà questo fantomatico fondo.



E la ragione è che i governi continuano a rimanere molto divisi in merito, al punto che i capi di Stato non hanno ritenuto opportuno neanche fare una conferenza stampa congiunta al termine della riunione, come è consuetudine fare in questi casi.
 

Quello che sembra certo per ora è che si tratterà di un fondo gestito dalla Commissione che avrà la capacità di emettere titoli basati su garanzie comuni fornite dal nuovo bilancio UE 2021-2027, cioè dagli Stati membri; a prescindere dalla forma ultima che prenderà questo strumento, dunque, i tempi saranno piuttosto lunghi: prevedibilmente inizierà ad essere disponibile non prima di gennaio 2021 (a meno che non si riesca a reperire qualche spicciolo da ciò che rimane del bilancio attuale). Non è ancora chiaro a quanto ammonteranno queste garanzie – e dunque quanto dovranno versare in più gli Stati –, né l’ammontare delle risorse che si prefiggerà di raccogliere sui mercati il fondo in questione (si è parlato di mille o millecinquecento miliardi ma sono ovviamente cifre buttate lì a puro scopo propagandistico; Wolfgang Münchau stima che alla fine la cifra sarà probabilmente nell’ordine di 200-300 miliardi).
 

Ma il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha fatto sapere che «data la situazione riteniamo che un contributo alle risorse proprie attorno al 2 per cento del PIL [dell’UE], rispetto all’attuale 1,2 per cento, sia richiesto per due-tre anni». Va notato che l’Italia è un contributore netto, quindi potrebbe vedersi costretta a versare una cifra cospicua. Ciò detto, gli auspici della Commissione vanno presi cum grano salis: il fatto che a distanza di vent’anni da Maastricht il bilancio europeo continui a rimanere nell’ordine di un misero 1 per cento del PIL dà l’idea di quanto siano forti le resistenze da parte degli Stati ad aumentare significativamente il proprio contributo. Un modo per aggirare questo ostacolo potrebbe essere quello di chiedere agli Stati di offrire delle semplici garanzie (portando a un incremento “virtuale” del bilancio) invece di un versamento diretto.
 

Un’altra cosa che possiamo dare praticamente per scontato è che il denaro raccolto dal fondo non verrà concesso agli Stati membri sotto forma di trasferimenti a fondo perduto, se non in minima parte, come sarebbe normale e come sognava qualche anima bella di casa nostra, ma sotto forma di prestiti, che dunque verrebbero conteggiati nel debito nazionale dei singoli Stati. Su quest’ultimo punto diversi paesi (Svezia, Austria, Germania, Olanda) hanno già detto chiaramente che accetteranno di dare il via libera al fondo solo se la logica sarà quella dei prestiti e non dei trasferimenti; se il fondo sarà limitato nel tempo e con un ambito di applicazione limitato (ovverosia con condizionalità sulla destinazione dei fondi); e se vi saranno rigorose condizioni di rimborso. D’altronde non potrebbe essere altrimenti, giacché tutti i paesi – inclusa l’Italia – hanno accettato di muoversi nella cornice dei trattati europei, che vieta trasferimenti fiscali rilevanti tra paesi, ed in particolare dell’articolo 122(2) del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), che sancisce che «il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Unione» a uno Stato che si trovi in difficoltà finanziaria. Insomma, la proposta si colloca saldamente all’interno della logica del debito su cui è fondata l’architettura dell’euro.
 

Come ha commentato causticamente Yanis Varoufakis: «Gli Stati membri dell’Unione pesantemente indebitati dovranno garantire di tasca propria dei prestiti che la Commissione europea poi estenderà agli Stati membri sotto forma di… prestiti. In breve, dei fondi presi in prestito dagli Stati membri che andranno ad aggiungersi al debito degli Stati in questione verranno veicolati attraverso la Commissione europea per far finta che l’Unione europea stia giocando un ruolo». Come detto, comunque, i tempi di attivazione di questo strumento, a prescindere dalla sua dubbia utilità, saranno piuttosto lunghi. E su tutta la risposta europea alla pandemia pesa l’imminente sentenza della Corte costituzionale tedesca che il 5 maggio è chiamata a esprimersi sulla legalità del programma di acquisto di titoli della BCE; probabilmente non è un caso che la Commissione si sia impegnata a presentare un piano per il Recovery Fund entro il… 6 maggio.
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Nel breve, dunque, le uniche risorse fiscali messe a disposizione degli Stati membri dall’UE rimangono il famigerato MES a “condizionalità limitate” (una bufala in quanto le condizioni possono essere riviste in qualunque momento dai creditori, come ho già spiegato qui) e il cosiddetto fondo “anti-disoccupazione” SURE della Commissione europea per aiutare i paesi europei a sostenere (attraverso dei prestiti) i costi della cassa integrazione, che in teoria dovrebbe avere una dotazione «fino a 100 miliardi» ma nei fatti dipende dall’ammontare delle garanzie che gli Stati metteranno a disposizione, su base totalmente volontaria, e che dunque si rivelerà probabilmente l’ennesimo pistolotto ad acqua travestito da bazooka. Insomma, alla luce dei fatti, a cantar vittoria – come ha fatto ieri il governo italiano – bisogna essere ignoranti o in malafede. O entrambe le cose.


Articolo già pubblicato su La Fionda
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